Europa: fortezza inespugnabile o terra promessa?

Articolo pubblicato il 28 novembre 2005
Articolo pubblicato il 28 novembre 2005

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I clandestini che in settembre hanno trovato la morte sui fili spinati delle enclave spagnole di Ceuta e Melilla hanno risvegliato nei Venticinque il problema dell’immigrazione. La necessità di nuovi provvedimenti bussa ora alle porte dell’Ue.

Secondo le cifre del Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (Unep) , diciotto milioni di africani fuggono oggi, non solo dalle guerre civili o dalle torture, ma anche dalla povertà e dalla conseguente assenza di prospettive che in cui versano i loro paesi d’origine. A detta di Michael Jandl, ricercatore presso il Centro Internazionale per lo sviluppo delle politiche migratorie, si tratta spesso di giovani qualificati provenienti dai ceti medio-alti, che riescono a trovare i mezzi finanziari necessari per abbandonare paesi come il Gambia, il Mali o la Nigeria. E rincorrere il sogno di una moderna “terra promessa”. Cercano di scavalcare le barriere di filo spinato elettrificato o pagano mille euro per attraversare in gommone lo stretto di Gibilterra, contribuendo così ad alimentare il giro d’affari dei trafficanti che, annualmente, frutta a questi ultimi circa quattro miliardi di euro.

I fortunati che riescono a mettere piede sul suolo spagnolo chiedono l’asilo politico, che la Spagna, in base alle leggi internazionali, sarebbe di fatto tenuta a concedere , ma del quale in realtà solo l’8% dei richiedenti riesce a beneficiare.

Controlli ed espulsioni

Qual è, allora, la risposta europea a questo afflusso di desperados determinati ad entrare in Europa ad ogni costo? Innalzare da tre a sei metri le barriere di protezione alle frontiere, già rafforzate nel 2001, aumentare la presenza militare nella parte spagnola e moltiplicare i pattugliamenti costieri in quella marocchina. Le misure adottate in questi ultimi anni, per far fronte al problema, sono state prevalentemente di carattere nazionale e sembrano essersi rivelate alquanto efficaci.

Dal 2000, infatti, il numero di africani che ha tentato di varcare le frontiere di Ceuta e Melilla, è passato da diecimila a poche centinaia per anno. E se dal 1995 le richieste d’asilo si sono di fatto dimezzate, le espulsioni hanno al contrario subito un forte aumento.

Di certo questi risultati sono in parte influenzati anche dalla politica europea sull’immigrazione lanciata nel 1995 nel quadro della Dichiarazione di Barcellona. La collaborazione tra l’Ue e i suoi vicini del bacino del Mediterraneo ha attribuito un’importanza marginale alle problematiche legate all’immigrazione, relegando queste ultime alla fine del documento e collegandole in modo sistematico a questioni di terrorismo, traffico di droga e crimine organizzato. Da qui emerge una visione prevalentemente negativa dell’immigrazione, che mette in ombra i diversi programmi elaborati per rafforzare la cooperazione tra l’Unione Europea e i Paesi dell’area del Mediterraneo.

Se da un lato l’Unione si interessa all’integrazione degli immigrati legali, alla riunificazione familiare e all’armonizzazione dei sistemi di sicurezza sociale, dall’altro le sue priorità sembrano, limitarsi alla sicurezza, con l’adozione di misure volte all’intensificazione dei controlli alle frontiere, alla lotta al traffico di esseri umani e alle facilitazioni per il rimpatrio. A riprova di ciò, il programma regionale Meda Jha II per il 2005-2006 sulle questioni relative al controllo e alla lotta al terrorismo, o ancora la comunicazione

della Commissione Europea sulla tratta degli esseri umani, risalente allo scorso ottobre, che attribuisce un ruolo di primaria importanza al problema dell’immigrazione clandestina.

Per una curiosa ironia della sorte, gli Stati membri iniziano progressivamente a rendersi conto delle loro possibili esigenze future: tra le quali il bisogno di manodopera qualificata, e non esitano perciò ad aprire le porte a quelle categorie di immigrati che sembrano corrispondere a questo profilo.

Un’armonizzazione ad ostacoli

I Venticinque sono inoltre restii a rimettere la questione nelle mani di Bruxelles. La politica comune relativa all’asilo e all’immigrazione dovrebbe esistere già dal 2004, in base all’articolo 63 del trattato di Amsterdam e alle decisioni prese in occasione del Summit di Tampere del 1999, ma le eccezioni e i dissapori al riguardo restano e sono numerosi. La Danimarca non è legata a questa politica, mentre il Regno Unito e l’Irlanda possono scegliere se applicarlo o meno.

Gli Stati membri non riescono ancora ad accordarsi né sulla definizione dello status di rifugiato, né sulle regole da applicare per quanto riguarda il diritto di soggiorno o di lavoro. Infine, non è ancora stato trovato un accordo sull’adozione di una procedura comune per far fronte alle richieste d’asilo di quegli immigrati che decidono di spostarsi dal paese di prima accoglienza ad un altro Paese membro dell’Unione.

Ne consegue che, se da un lato la via dell’armonizzazione servirà alla causa dei clandestini e a quella dell’Unione, dall’altra non sarà in grado di rimediare ad altri problemi fondamentali legati all’immigrazione. Tra questi, l’assenza di visto per i rifugiati politici, che li spinge all’illegalità e alla clandestinità, e poi soprattutto la miseria del paese d’origine, causa primaria e scatenante di questi spostamenti. Bisogna dunque, come suggerisce la giornalista Heribert Prantl, elaborare un vero e proprio patto di sviluppo tra le nazioni europee e i paesi africani, il cui obiettivo dovrebbe essere quello di proporre alle popolazioni un avvenire in grado di rendere la fuga un’opzione meno vantaggiosa. Il programma proposto dalla Gran Bretagna nel quadro di Euromed, basato sulla promozione di riforme economiche, buon governo ed educazione nei paesi del Mediterraneo, segue chiaramente ed adotta appieno questa prospettiva. Il problema dell’immigrazione deve comunque diventare un asse strategico della politica economica e sociale dei Venticinque, poiché se l’obiettivo dell’Europa è quello di fornire una risposta globale al problema dell’immigrazione, allora la cooperazione e l’aiuto devono essere intensificati ed estesi. E non limitarsi ai soli Paesi nordafricani.