Europa-Europa

Articolo pubblicato il 01 febbraio 2003
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Articolo pubblicato il 01 febbraio 2003

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Europa-Europa potrebbe essere il titolo di un film che rievochi quello di Elia Kazan se non toccasse un punto nevralgico del problema stesso: l’Unione Europea può vantarsi dell’Europa nello stesso modo in cui gli Stati Uniti hanno saputo fare rispetto a tutta l’America, poiché, non ne abbiano a dispiacersi le nostre sensibilità, Monroe ha prevalso su Vespucci?

Che c’è da dire quindi sull’identità europea, su un continente che non è tale, su questa escrescenza asiatica, su questa penisola, questo capo, questo picco, che dico, questa roccia, scoscesa, spezzettata e tuttavia così aperta. A ben guardare, è agevole senz’altro affermare che territori come la Siberia, le Americhe soprattutto, l’Australia senz’altro anche, sono storicamente europei.

Un’identità, per quanto superficiale e umana, necessita in qualche modo una coscienza condivisa, l’appartenenza riconosciuta di ciascuno dei suoi membri ad un stesso gruppo, ad un qualche blocco, in breve ad un equivalenza huntingtoniana in un mondo fukuyamano. Ma i conflitti hanno impedito che si costituissero legami come quello del Commonwealth e la seconda guerra mondiale, (e ancor prima la grande guerra, europea innanzitutto), ha mostrato che ciò che ha diviso l’Europa è prevalso su ciò che la univa. C’era una volta un contadino polacco di mele che, incontrando mister Smith della “City” si vide notificare l’importo degli affitti agricoli per equilibrare la produzione di camembert normanno…

Quando la politica primeggia sulla geografia

Non ci sono del resto limiti geografici definiti e chiari, anche allorchè sia necessario che l’Unione se le imponga. Tutto si gioca politicamente, ivi compresi i progetti che ci si vuole dare e i limiti che si è inteso fissare. Per Metternich, l’Ungheria è asiatica, per i diplomatici del XX secolo l’impero ottomano e l’impero russo hanno dimensioni asiatiche, cosa che Brejnev ed Atatürk ebbero a rifiutare; altri, come alcuni storici greci e turchi fra cui Dimitri Kistikis, parlano di zone intermedie, sempre che la storia non decida per noi come fra il 1945 e il 1989, quando l’Elba costituì per l’epoca il limite orientale.

L’identità europea sarebbe questa illusione mitologica che alcuni screditano come il rifugio di un mondo postmoderno per le entità stato-nazioni prive di qualsiasi rimedio contro l’agopuntura mondialista che le punzecchia ad ogni fianco? I simboli del romanticismo beethoveniano nel suo inno alla gioia, (economica?), della perfezione supposta delle 12 stelle nella bandiera europea non sarebbero che un ricordo pseudo-incosciente del lato mitico che cinge il toro prodigo ed il suo amore per la bella?

Un sentimento europeo?

È difficile approvarlo interamente. E se, anzichè parlare d’identità si parlasse di sentimenti e di caratteri comuni senza integrarvi un carico emozionale esistenziale?

Dai micenei e soprattutto dai greci scopriamo la ragione, questo logos eterno che non impedisce alla cicuta di colare. Col cristianesimo, scopriamo dell’Oriente, (di setta che era), il senso dell’uguaglianza tra gli uomini e le donne, fra tutti gli abitanti di questa terra senza l’elezione di un popolo o di un gruppo, di una famiglia. Questo senso dell’universalismo, propagato dall’impero romano e dal suo imperatore Costantino, istituzionalizzato dall’editto di Caracalla del 212 e ancor più diffuso in occidente da Clovis e soprattutto da Carlomagno nella mitteleuropa del futuro Sacro Impero Germanico. E poi la misericordia, la carità, così come esiste in qualità di uno dei cinque grandi pilastri dell’Islam e che traduce questo sguardo benevolo che si deve avere sull’Altro, al di là delle lime artificiali e sfumate della civiltà, come la sanzione morale dell’inquisizione rivela. In ciò, i propositi di Valéry Giscard d’Estaing ricordano solamente questo tempo dell’Europa divisa e “culturicida”, convertendo ai suoi valori i paesi che cercano di mettersi in cammino. Dell’Impero romano, dobbiamo anche questo bisogno di scambi, questo universalismo giuridico del sistema di legalità, dai sassoni il liberismo economico e politico (poiché, come dice Huntington, il big mac non sostituirà mai la Magna Carta), ed il Rinascimento si riannoda col passato per obbligarci a rimetterci costantemente in dubbio, dubbio che diventa allora fondamentale e ci rinvia ai peripatetici, (per farci rimuginare senza tregua la nostra storia, la nostra roccia a noi). Questo dubbio si consolida con la dialettica hegeliana del sorpasso delle contraddizioni e dunque di rimessa in discussione di ogni tesi. E così i romantici, lanciandosi contro la Ragione, seguiti dai surrealisti e da Foucault infine: la verità è molteplice, il mondo post-moderno, le identità essenzialmente artefatte.

Se si dovesse concludere quindi, per non lasciare alcun dubbio a ciascuno di credere che possano e che comunque dubiteranno, bisognerebbe affermare, con Fernand Braudel, “che non c’è una storia della Francia, ma una storia dell’Europa, che non c’è una storia dell’Europa, ma una storia del Mondo”, cosa che fa eco all’idea di politica di civiltà di Edgard Morin. La sua antropolitica si accoppia nel suo schema del resto, col dialogo europeo che ne è la sua sostanza. Si tratta di quel movimento conflittuale ed arricchito di scambi fra entità pensanti, in una tensione di tipo yin e yang che nasconde “da noi” una certa identità. Bisogna vederci, in ogni caso, una costruzione permanente e tale da contenere tutti gli opposti che si realizzerà tramite fiducia e dialettica.

“La Francia è la mia patria, l’Europa, il mio avvenire”.