Europa ed Africa: la politica che non c’è

Articolo pubblicato il 26 luglio 2004
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Articolo pubblicato il 26 luglio 2004

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L’UE potrebbe esercitare un ruolo positivo in Africa, ma gli interessi particolari ostacolano l’efficacia di una politica responsabile dell’Unione.

Nel 1957 la questione africana stava quasi per impedire la nascita della Comunità Economica Europea (CEE): De Gaulle minacciò di interrompere i negoziati nel caso non venisse accettata l’ “associazione” delle colonie francesi alla CEE.

La Francia riuscì ad imporsi: l’accesso ai mercati e alla materie prime delle ex-colonie francesi e belghe venne sancito dai Trattati di Roma. Parigi si assicurò così la sua sfera di influenza sull’Africa francofona.

Dopo l’ indipendenza degli Stati africani e l’adesione della Gran Bretagna alla CEE, nella prima Convenzione di Lomè del 1975 gli stati ACP (dapprima 46, successivamente 77 stati africani, caraibici e del Pacifico, tra cui tutti i paesi dell’Africa subsahariana) vennero legati economicamente e politicamente all’Unione. All’epoca della guerra fredda e della prima crisi petrolifera, la Comunità volle assicurarsi l’accesso alle materie prime e la fedeltà degli stati ACP al blocco occidentale.

Alla Convenzione di Lomè seguì nel 2000 l’Accordo di Cotonou, che riserva maggior spazio alla lotta alla povertà e alla dimensione politica della cooperazione (democrazia e diritti umani) e che mira a integrare gli stati ACP nel commercio mondiale. Per il finanziamento sono a disposizione fino al 2007 tramite il Fondo per lo Sviluppo europeo e crediti della Banca Europea per lo Sviluppo per ben 25 miliardi di euro.

Fin qui tutto bene. Solo che poi le migliori intenzioni di collaborazione con l’Africa vengono puntualmente tradite dal giro di interessi europeo. La diplomazia UE e quella USA nel WTO han ridotto sempre più le possibilità di sviluppo dei paesi più poveri. La Corea del Sud e Taiwan negli anni ‘70 riuscirono a debellare la povertà riproducendo i prodotti occidentali, oggi questo è vietato agli stati africani. Perfino l’OECD, non certo famosa per le critiche alle nazioni industriali, ha dovuto constatare che la politica agraria dell’ UE frena le possibilità di crescita dei paesi africani. Oltretutto solo una percentuale irrisoria dei fondi destinati allo sviluppo UE viene spesa direttamente per la lotta alla povertà – uno schiaffo all’Unione da parte del club delle nazioni più industrializzate.

Toglietemi tutto, ma non le armi, le banane, lo zucchero, il riso..

Nel 2001 l’ UE annunciò l’ avvio dell’iniziativa Everything but Arms: Entro il 2004 sarebbero dovute cadere le restrizioni all’ importazione verso i 49 paesi più poveri del mondo (tra cui 34 dell’ Africa subsahariana) su tutti gli articoli tranne le armi. La lobby agraria europea però è riuscita ad imporre per alcuni prodotti come lo zucchero, il riso e le banane, norme transitorie valevoli fino al 2009, neutralizzando così gli effetti positivi del progetto.

La situazione è forse diversa quando si tratta di affrontare gravi crisi o prevenire nuovi conflitti? A dir il vero la prima operazione militare dell’UE al di fuori del proprio territorio si è svolta nella Repubblica Democratica del Congo. 1.500 soldati furono spediti su mandato ONU nella regione orientale di Bumia col compito di ristabilire la sicurezza. Per un certo tempo ci riuscirono, anche se si trattava pur sempre di una fetta di territorio piuttosto esigua. Una volta terminata la missione di 3 mesi, la politica europea se n’é del tutto disinteressata. Cresce il sospetto che si sia trattato più che altro di un banco di prova per le truppe europee. L’UE non possiede alcun piano per affrontare le cause del conflitto e tace sui continui abusi ai danni della popolazione civile.

Tanto fumo, poco arrosto

Effettivamente l’UE dopo il disastroso fallimento del 1994, in occasione del genocidio in Ruanda a cui assistette inerme (eccezion fatta per la Francia, che invece sostenne attivamente il governo Habyarima colpevole del genocidio), ha varato una serie di misure per affrontare i problemi che stanno alla base degli scontri africani, per risolvere i conflitti in corso e promuovere la ricostruzione di strutture di pace.

La strategia europea dovrebbe avere la precedenza sulle politiche dei singoli paesi. Inoltre dovrebbe riunire singole iniziative degli Stati membri in un unico pacchetto di provvedimenti di politica estera e per lo sviluppo, e sanzionare in maniera coerente quegli Stati che violano principi democratici e diritti umani. Ben poco di tutto ciò però è stato messo in atto, nonostante le grosse richieste in tal senso. Sono state soprattutto le ex-potenze coloniali Francia e Gran Bretagna ad opporsi ad un efficace piano europeo per l’Africa. Così la Francia continua ad appoggiare il dittatore togolese Eyadema, nonostante le ultime elezioni presidenziali siano state truccate sotto gli occhi degli osservatori UE. L’ex-impero coloniale inoltre si ostina a sostenere il golpista del Congo Brazaville, Sassou-Nguesso, già condannato dall’UE per violazione dei diritti umani e presa illegittima del potere. Nel 1995 la richiesta di un embargo petrolifero per punire la Nigeria, a seguito dell’assassinio dell’intellettuale e attivista ambientale Ken Saro-Wiwa, fallì per via dell’opposizione di Francia, Italia, Gran Bretagna e Olanda (per le ultime due sicuramente in base al coinvolgimento nel gruppo Shell). Di esempi di questo genere ce ne sono all’infinito.

Cooperazione? No, neocolonialismo!

Cooperando con l’Unione degli Stati Africani e grazie alle risorse della propria politica estera e di sicurezza, l’UE potrebbe esercitare un ruolo vitale per la promozione della pace e dello sviluppo in Africa. Il puntuale perseguimento di interessi delle lobby europee invece vanifica i suoi progetti. Si preferisce delegare le questioni africane alla vecchie potenze coloniali, che, come da tradizione, guardano solo ai propri interessi invece di promuovere lo sviluppo e la democratizzazione dell’Africa.