Europa e USA, lo sport si ferma: non è colpa delle star milionarie

Articolo pubblicato il 25 agosto 2011
Articolo pubblicato il 25 agosto 2011
Per i tifosi americani e per molti appassionati europei, l'estate del 2011 sarà ricordata come l'estate dei lockout. Da poche settimane infatti l'NFL ha risolto la contesa contrattuale tra proprietari e sindacato dei giocatori, mentre per quanto riguarda l'NBA, le trattative sono ancora in corso ed al momento non si intravedono schiarite all'orizzonte.
Il calcio non è da meno: nella Liga spagnola si torna a giocare dopo una giornata di sciopero, nella Serie A italiana probabilmente succederà la stessa cosa. Solo capricci di ricchi sfondati?

Un sistema malato

Si sta diffondendo nell'opinione pubblica la convinzione che le pretese dei calciatori, in Italia come in Spagna, siano semplicemente il frutto dei capricci di milionari arroccati nella difesa dei propri interessi. E’ giusto accomunare la figura del calciatore a quella del politico che, in tempi di crisi e di sacrifici per tutti, mantiene in piedi il sistema per proprio tornaconto?

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No, perché il problema è un altro: lo sport in Europa è imprigionato in un sistema malato, che vive al di sopra dei propri mezzi e che sta franando proprio perché, come nel caso della crisi finanziaria dei derivati, non è possibile accumulare debiti all’infinito: un castello di carta prima o poi è destinato a crollare. Poche sono le squadre dotate di un appeal tale tra i tifosi che tra merchandising e diritti televisivi riescono a coprire i costi. Ancor meno possono sperare nelle competizioni internazionali per dare respiro alle proprie casse, e pochissime hanno alle spalle una dirigenza che copre annualmente di tasca propria il deficit accumulato.

L'oceano dei piccoli club senza risorse

Al di là dei nomi altisonanti e dei campioni pagati fior di quattrini, il mondo del calcio vive di giocatori minori, con retribuzioni lontane rispetto ai colleghi più famosi. Nel caso dello sciopero in Spagna, si tratta di decine di club con pesanti ritardi nei pagamenti dei propri giocatori. In Italia, dove da un anno il nuovo contratto aspetta di essere siglato, la protesta verte attorno al famigerato articolo 7, che se venisse eliminato farebbe saltare la tutela sanitaria degli atleti in caso di infortunio, darebbe la possibilità alle società di tagliare i calciatori per qualsiasi motivo, oppure di cederli ad un'altra società anche contro il parere degli stessi. L'Associazione calciatori non parla, nei suoi comunicati, di contrarietà al contributo di solidarietà; nel valutare la posizione dei calciatori, il lettore dovrebbe pensare non ai paperoni del calcio, ma a quella galassia di piccoli club che vive di espedienti, che si salvano grazie a decreti spalma-debiti, a fatture false, fideiussioni inesistenti. E che si barcamena inoltre tra i pochi introiti pubblicitari e un mercato gonfiato che impone salari stratosferici che non possono essere onorati.

Il caso americano è altrettanto emblematico: un lockout risolto (football americano, NFL) ed uno in corso (basket, NBA). Alla base del blocco delle attività da parte dei proprietari c’è la mancanza di un accordo con i giocatori. Il nodo centrale? L'iniqua redistribuzione degli introiti tra società e giocatori, che premia le prime a scapito dei secondi. Nel sistema made in USA, che rispetto all'Europa chiude in positivo i propri bilanci, non si vuole riconoscere il contributo degli atleti nel creare profitti. Quando invece sono loro, con il loro gioco spettacolare, a far appassionare gli sportivi e quindi - tradotto in termine di marketing – a conquistare diritti tv, abbonati, vendita di merchandising e tournée internazionali ben pagate dagli sponsor.

L'elettore-tifoso non capirà

Lo sport non vive in un pianeta a sé stante, ma è figlio dei tempi e della società nella quale si è sviluppato. Riflette i vizi di un sistema a lungo osannato e del quale stiamo pagando ora le conseguenze: indebitamento fuori controllo, mancanza di rispetto per le regole e una certa accondiscendenza da parte dei governanti che spesso hanno chiuso un occhio davanti agli evidenti problemi emersi negli anni. Macchie che risulta difficile far digerire ad un elettorato alle prese con una gravissima crisi economica e al quale si cerca di imporre uno sforzo pesante per ripianare i debiti accumulati da altri. Il problema dello sport è un problema di sistema, sarebbe riduttivo circoscriverlo alle bizze di qualche campione abituato a contratti faraonici.

Foto: home-page (cc) Singapore 2010 Youth Olympic Games/flickr; testo: Messi (cc) Globovisión/flickr, Tommasi (cc) Luca Volpi/flickr;