“Europa e pari opportunità vanno di pari passo”

Articolo pubblicato il 12 gennaio 2004
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Articolo pubblicato il 12 gennaio 2004

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Intervista a Marina Calloni, rapporteur dell’Enwise Expert Group, il gruppo di esperti sulle pari opportunità al servizio della Commissione Europea.

Le questioni di genere sono ormai diventate una priorità per le politiche tanto nazionali, quanto europee. Per questo si parla ormai di “Gendering europeanization”, ovvero della necessità di introdurre una prospettiva di genere anche nel presente processo di integrazione europea. Per saperne di più abbiamo intervistato Marina Calloni, professoressa di Filosofia Politica e Sociale presso la Facoltà di Sociologia dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca, direttrice dell’International Network for Research on Gender e rapporteur dell’Enwise Expert Group, promosso dalla Commissione Europea (cfr. link).

Cosa si può intendere oggi per “pari opportunità”, alla luce dei vari fenomeni di femminismo e post-femminismo?

Il concetto di pari opportunità si fonda sul principio di un’uguaglianza negata. La questione cruciale diventa allora determinare il significato di uguaglianza: non si deve certo intendere una forma di uguaglianza identica, bensì la possibilità che coesistano differenze senza che queste diventino fonte di discriminazione o violenza. L’uso politico delle pari opportunità si manifesta poi attraverso diverse forme di intervento pubblico, come possono esserlo le azioni positive, messe in pratica ogni volta che individui o gruppi sociali partono da condizioni svantaggiate, per cui devono essere date loro opportunità per essere messi “alla pari”.

Lei ha recentemente collaborato a un libro dall’intrigante titolo “Gendering europeanization” (1): di cosa si tratta?

Il libro è stato curato da Ulrike Liebert dell’Università di Brema. Si tratta di una raccolta di saggi concernenti diversi paesi europei, in cui si analizza se e come le direttive europee abbiano influenzato la legislazione di ogni Paese membro per quanto riguarda le politiche di pari opportunità. Gendering europeanization significa che il processo di costruzione dell’identità e della cittadinanza europea non può essere dissociato dal rispetto delle pari opportunità.

Ma in cosa consiste la politica europea in materia? Come ha inciso sulle legislazioni nazionali?

Le decisioni prese nell’ambito dell’Unione Europea hanno sicuramente indotto una certa omogeneizzazione legislativa nei Paesi membri. Il problema è poi l’effettiva messa in pratica delle norme. Le direttive europee hanno principalmente riguardato l’equità di trattamento nel mondo del lavoro, a partire dal principio “equal pay for equal work”, fino ad arrivare alla Carta di Nizza del 2000, dove fra i diritti costitutivi dell’Unione Europea vi è quello della necessità di garantire pari opportunità per tutti i cittadini (2). E’ dal 1975 che la Comunità Europea ha approvato una serie di direttive (3), ratificate poi dai parlamenti dei singoli Stati.

Sono state così emanate leggi che riguardano la necessità di promuovere la posizione delle donne nel mercato del lavoro (garantendo loro un equo compenso), la sicurezza sociale, l’imprenditoria femminile, le condizioni di lavoro delle donne gravide e puerpere. Vi sono poi leggi per stabilire casi di discriminazioni basate sul sesso, per regolamentare i congedi parentali e per agevolare la formazione e il reinserimento delle donne dopo essersi dedicate alle cure familiari.

Come hanno inciso le direttive europee sulla vita effettiva delle donne?

Nel caso dell’Italia ad esempio, il passaggio dalla legislazione nazionale a quella europea ha modificato ha fatto passare da una visione della donna-madre-lavoratrice comme soggetto necessitante tutela, a una visione meno paternalistica. Questa riconosce la dignità della donna come soggetto autonomo e attivo, puntando sulla considerazione interattiva delle dinamiche di genere, sui congedi parentali, sulla condivisione degli obblighi e dei diritti, e mettendo al centro il bambino come colui che ha diritto ad una famiglia, qualunque sia la situazione dei genitori. La questione di genere sembra ormai diventata una parte irrinunciabile del processo di europeizzazione anche a livello di ricerca e identità culturale, tant’è che nel Sixth Framework Programme, il budget che la Commissione riserva ogni tre anni alla ricerca, tutti i progetti vengono sottoposti ad una revisione “etica” e “di genere”, vale a dire che se i proponenti non hanno dimostrato di affrontare queste due problematiche, i progetti non vengono approvati.

Dando uno sguardo veloce al panorama europeo, quali sono le donne che vivono meglio?

E’ difficile dirlo, anche perché la recessione colpisce tutti i Paesi. Non si può negare però che il modello di riferimento sono i Paesi nordici: meno familistici e più fondati sul principio liberale dell’individuo, dove il diritto di cittadinanza è stato riconosciuto alle donne fin da inizio Novecento. In questi Paesi le donne si sono sentite parte integrante della costruzione dello stato sociale. La politica istituzionale non viene poi rifiutata dalle donne, come succede perlopiù nei paesi mediterranei (4). Nel Nord Europa esistono servizi tali che consentono alle donne di fare politica e carriera; basti pensare che, senza le quote, le donne nel Parlamento svedese raggiungono il 43%. Molte femministe dei paesi nordici sono però euroscettiche, perché temono che con l’accettazione delle norme “equiparanti” dell’Unione Europea possano perdere quei vantaggi e tutele sociali di cui avevano finora goduto.

Qual è invece la situazione delle donne nei Paesi in pre-adesione?

Tutto è ancora in “transizione” nei Paesi dell’Est. C’è grande attesa però su ciò che accadrà, sia per le discriminazioni che sono state attuate dopo la caduta dei regimi comunisti, sia per la grave disoccupazione femminile. Tale problema concerne anche la situazione delle scienziate. Su tali problemi verrà pubblicato in marzo l’Enwise Report, a cura della Commissione Europea e di cui sono Rapporteur: vi invito a consultarlo.

NOTE

(1) Liebert, Gendering Europeanization, Peter Lang , Bruxelles, 2003.

(2) Si tratta degli artt. 2, 3, 13 e 141.

(3) Per i curiosi si tratta delle direttive: 75/117/CEE; 76/207/CEE; 79/7/CEE; 86/378/CEE; 86/613/CEE; 92/85/CEE; 96/34/CE;97/81/CE; 97/80/CE.

(4) La partecipazione delle donne nei vari parlamenti in Europa: Svezia 42,7%, Danimarca 37,4%, Finlandia 36,5%, Olanda 36%, Germania 30,9%, Spagna 28,3%,Austria 26,8%, Belgio 23,3%,Portogallo 18,7%, Regno Unito 18,4%; Lussemburgo 16,7%, Irlanda 12%, Italia 11,1%, Francia 10,9%, Grecia 9,2%.