Europa: archeologia di un nome e di un'idea

Articolo pubblicato il 19 febbraio 2002
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Articolo pubblicato il 19 febbraio 2002

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Gli antichi Greci non ponevano barriere tra il mito e la storia: per questo in origine il nome Europa potè indicare nello stesso tempo un'eroina del mito, amata da Zeus che per l'occasione aveva assunto le sembianze di toro, e una parte del mondo.

Gli antichi Greci non ponevano barriere tra il mito e la storia: per questo in origine il nome Europa potè indicare nello stesso tempo un'eroina del mito, amata da Zeus che per l'occasione aveva assunto le sembianze di toro, e una parte del mondo.

L'accezione geografica trova la sua prima testimonianza in riferimento alla Grecia continentale, opposta alle isole, nell' Inno ad Apollo (circa 580 a.C) e aiuta a spiegare il significato etimologico del nome come "donna dall'ampio aspetto", come è ampia la terra del continente. Soppiantato dal nome Ellade, rimasto ad indicare la Grecia continentale, il nome Europa fu applicato alla regione tracio-macedonica, dalla quale gradualmente si estese a tutto il continente che anche noi chiamiamo europeo, dall'Oceano al fiume Don.

In Erodoto l'Europa è contrapposta all'Asia, e tale opposizione dal piano geografico slitta a quello morale indicando due opposte civiltà: la grecità e la barbarie. Anche i Romani avvertirono la differenza fra Oriente e Occidente ma la loro tendenza fu di sviluppare un'identità sopranazionale ed ecumenica mediante la romanizzazione, includendo nell'area della romanitas l'Europa come l'Africa, l'Egitto come la Siria: il nome e il concetto di Europa subiscono una sorta di ibernazione finchè nel III secolo d.C. lo riporta in auge l'incrinarsi della coesione dell'impero sotto la spinta dei barbari che premono alle frontiere. Le riforme amministrative di Diocleziano e Costantino ripropongono la polarità tra Occidente e Oriente. Nel frattempo nuovi elementi hanno rettificato i vecchi concetti e cioè, da una parte, l'innesto nell'Occidente delle stirpi barbariche, dall'altra la cristianizzazione di larghi strati della società e, in parte, dei barbari stessi. Osserva Mazzarino che la formulazione dell'idea di Europa è stata resa impossibile dalla distinzione fra Celti e Germani accreditata da Cesare e dalla conseguente rinuncia da parte di Roma a comprendere nella comunità i popoli al di là del Reno e del Danubio.

I popoli germanici, dapprima denigrati, entrano nella grande storia attraverso il cristianesimo, quando Carlo Magno accetta il titolo imperiale anche in virtù del suo dominio sulla Germania, oltre che sulla Gallia e sull'Italia, ma a costo di una cesura tra un Occidente europeo e un oriente bizantino, cioè tra la civiltà antica e le sue basi elleniche e la civiltà romano - germanica.

I GRECI E NOI

In una fase storica così delicata come quella attuale, è arduo interrogarsi sulle radici della cultura europea. La società del III millennio è, nel suo evolversi, veloce, frenetica, ma anche superficiale, illogica perché ogni attività umana deve essere indirizzata e ricondotta al suo potenziale risvolto economico, in base a cui viene giudicata. Credo però che non sia anacronistico riflettere sulle origini del pensiero europeo in quanto anche le funzioni, le applicazioni, le attività propriamente moderne hanno la loro ragion d'essere nell'origine del pensiero. La maggioranza dei "cittadini europei" crede che la cultura classica in particolare sia un qualcosa da tralasciare, superare, addirittura da ignorare, perché non è "produttiva", perché non s'inserisce nel circuito economico del mondo lavorativo. In effetti tale posizione è sostanzialmente da correggere e da modificare. La cultura classica, e specialmente quella greca, ha favorito le acquisizioni di "disposizioni permanenti" del nostro modo di pensare, liberando il pensiero da ogni relatività storica, tendendo verso valori incondizionati e assoluti: Verità, Giustizia, Fede, Uguaglianza.

Lo spirito europeo affonda le sue radici nella civiltà greca e assume una propria dimensione nel momento in cui tale civiltà ha cominciato a domandarsi il "perché" delle cose. Per capire come è nato lo "spirito europeo" è necessario individuare quella svolta nella storia del pensiero umano che ha permesso l'elaborazione e lo sviluppo del concetto stesso di "spirito". Infatti lo "spirito" non può essere stato inventato dall'uomo, nell'accezione materiale e concreta del termine, ma si deve presupporre che questo concetto si sia formato nel momento in cui l'uomo è diventato consapevole di essere un'identità ben definita, cioè di essere capace di pensare con la mente infinite creazioni, sia nell'ambito della materia sia in quello del pensiero. I primi uomini ad avere intuito le proprie enormi potenzialità furono appunto i Greci. In verità questi ultimi, a loro volta, s'inseriscono in quel processo continuo di presa di coscienza che ha la sua origine nella nascita stessa dell'uomo. Furono i Greci a conquistare, valendosi delle forme di pensiero già conosciute attraverso continui contatti con l'Oriente e in particolare con le popolazioni mesopatamiche, nuova materia alla riflessione come la scienza, la filosofia, la medicina, l'astronomia, ma soprattutto ampliarono il metodo della logica e dell'indagine.

Essi concepivano le forme dell'esistenza sempre come qualcosa da scoprire, indagare, interrogare. Questo è lo "spirito" originario, cioè non uno spirito razionalisticamente inteso come perennemente identico a sé, ma considerato come un'Idea, la quale, dopo essersi alienata nella Natura, torna presso di sé nell'uomo. I Greci cioè intuirono che la Natura dovesse essere indagata per permettere all'uomo di fare suoi i segreti della Natura stessa. Tutto ciò poteva essere attuato solo tramite il pensiero. L'attitudine a pensare, a elaborare concetti, idee, opere si è trasmessa nei secoli fino ad oggi. Noi Europei dobbiamo tantissimo ai Greci, soprattutto nella tendenza a indagare e perfezionarsi continuamente. Non è un azzardo dire che la scoperta più importante degli ultimi anni, ossia internet, derivi proprio da questo spirito. L'Europa può vantare una base culturale che le altre realtà continentali non hanno in ugual misura. Infatti sia l'America, sia l'Asia, e in particolare il Giappone, hanno compiuto i loro più grandi progressi nei vari campi avendo come esempio gli Europei, e a volte permettendo, dietro adeguate ricompense economiche, ai maggiori scienziati, dottori, ingegneri europei di poter lavorare, sperimentare, inventare presso i loro laboratori, le loro fabbriche, le loro università. Per questo dobbiamo essere consapevoli dell'importanza di queste origini elleniche. Ma tale consapevolezza potrebbe essere limitata in un punto essenziale: cioè le creazioni greche, con il passare dei secoli, sembrano essersi allontanate da noi perché si fondano su presupposti spirituali e astratti a noi completamente estranei. Una soluzione, seppur teorica, a questo dilemma deriva dal comprendere nella sua assolutezza una grande opera.

Un'opera deve essere analizzata esulando dalla sua relatività temporale attraverso la presa di coscienza del valore extra-temporale di quella stessa opera, facendo propri quei valori etici e spirituali che l'hanno permeata.

Ma noi Europei rispetto all'antichità classica abbiamo avuto un notevole merito. Siamo riusciti a eliminare il divario esistente fra teoria e prassi. Infatti i Greci crearono opere di arte plastica,, poesia, filosofia, medicina, urbanistica, che costituirono dei modelli solo in un contesto teoretico, lontano dalla sfera del concreto e dall'applicazione pratica. Infatti non si parlava di politica ma di atteggiamenti politici, non si diceva che cosa fosse il diritto, ma si parlava dell'ethos.

Gli Europei s'inseriscono in un continuum storico contribuendo alla realizzazione concreta di quei modelli teorici avuti in eredità. Il nostro rapporto con l'antichità classica deve essere quello di imitazione-emulazione, cioè rispettare i vari modelli in modo da poter rielaborarli in maniera orginale, conferendo così ad essi anche una maggiore dignità e alimentando un atteggiamento tendente a raggiungere e superare i modelli stessi con fervore competitivo. Un'autentica tensione fra teoria e prassi è senza dubbio feconda per il pensiero.

La prevalenza della teoria promuove, bensì, la ricerca scientifica, ma minaccia di strapparla al suo contesto vitale. Il predominio della pratica conduce invece a un dogmatismo in cui s'irrigidisce la viva e libera ricerca. In conclusione c'è stata un'evoluzione dell'umanità che, a partire dai Greci, ha conquistato espressioni molteplici dell'esistenza alle quali l'uomo occidentale si deve riferire e rivolgersi in una tensione dialettica (e costruttiva) proiettandosi, nello stesso tempo, al proprio futuro.