Euro o moneta esperanto?

Articolo pubblicato il 28 marzo 2007
Articolo pubblicato il 28 marzo 2007

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Moneta unica in tutti gli Stati membri (tra 50 anni). In un sondaggio per l'International Herlad Tribune lo dicono anche gli inglesi.

Come sarà l’Unione Europea nel 2057? In occasione del 50° anniversario dell’Unione Europea, domenica 25 marzo, le previsioni degli editorialisti andavano dal successo del progetto comunitario alla sua rovina. L’International Herald Tribune non si è accontentato di qualche frase fatta, ma ha commissionato un sondaggio alla Harris Interactive. Che lo ha realizzato in cinque grandi Paesi dell’Unione Europea e negli Stati Uniti.

Una prima occhiata ai risultati mostra una situazione meno tragica rispetto alle previsioni pessimistiche registrate negli ultimi giorni. Il declino dell’Ue, infatti, sembra piuttosto improbabile. Alla domanda: “esisterà ancora l’Unione Europea tra cinquant’anni”? l’85% dei francesi, il 76% dei tedeschi, il 62% dei britannici, l’84% degli italiani e l’82% degli spagnoli hanno risposto sì.

Se lo dicono gli inglesi...

Non solo. Il parere resta positivo quando le domande non riguardano più il futuro dell’Ue ma la sua principale moneta. Tra il 76% dei britannici e il 93% degli spagnoli, gli europei concordano sul fatto che, nel 2057, l'Euro sarà la valuta “standard” del Vecchio Continente. Anche il 72% degli americani crede nel futuro della moneta unica europea, anche se solo la metà pensa che l’Unione Europea esisterà ancora tra 50 anni.

I risultati del sondaggio confermano quindi come sia proprio la moneta unica la principale risorsa del progetto Ue. Nonostante le polemiche sul carovita, dati Ocse dimostrano che, grazie alla moneta unica, gli scambi commerciali nell’Ue hanno registrato un incremento che va dal 5 al 15%. Inoltre, dal momento che un quarto delle riserve di valute estere è in euro, la moneta unica rafforza il suo ruolo di principale rivale del dollaro.

«Il mercato comune e l'Euro ci rendono forti». Ma sono solo 13 i membri di Eurolandia

Uno dei dati positivi della Dichiarazione di Berlino dei giorni scorsi è stata la fermezza della cancelliera tedesca Angela Merkel nei confronti delle resistenze britanniche a citare l’Euro nel documento e il ruolo centrale che la moneta unica gioca nel testo in merito alle questioni legate alla globalizzazione: «Siamo di fronte a grandi sfide che non si arrestano ai confini nazionali. L'Unione europea è la nostra risposta a queste sfide (…). Il mercato comune e l'Euro ci rendono forti. Potremo così modellare secondo i nostri valori la crescente interconnessione delle economie a livello mondiale e la sempre maggiore concorrenza sui mercati internazionali». Ma affinché l’Euro dia nuovo impulso all’Ue sul lungo termine, i nuovi Stati membri dell’Europa centro-orientale non devono rimandare all’infinito l’adozione della moneta unica. L’Euro può svolgere pienamente il suo ruolo solo se il suo campo di azione – oggi ristretto a 13 paesi – e quello del mercato comune – 27 i membri attuali – coincideranno.

Nella seconda metà del semestre tedesco di presidenza di turno dell’Unione, che scade il 30 giugno, la cancelliera Merkel si propone di rianimare l’ormai agonizzante Costituzione. Ma il vero obiettivo dovrebbe essere quello di lavorare per l’adozione nella moneta unica da parte di Estonia e Ungheria. Prima o poi anche gli euroscettici dei vecchi Paesi membri – Gran Bretagna, Svezia e Danimarca – non potranno più sottrarsi al magnetismo dell’unità monetaria. Nel caso contrario, l’Euro rischia di diventare solo una “moneta-Esperanto”, a immagine della sfortunata lingua “creata” per il Vecchio Continente: non simbolo di unità, quindi, ma segno tangibile delle sue divisioni insanabili.