Essere gay in Turchia: "per la gente normale resta solo il cyber-dating"

Articolo pubblicato il 17 aprile 2013
Articolo pubblicato il 17 aprile 2013
A metà tra Oriente e Occidente, tra il sogno europeo e un inevitabile "Caucasian way of life", la Turchia non sembra ancora un paese per gay. Intervista con Mehmet, giovane turco che racconta come, lontano dalle grandi metropoli del paese, la libertà sessuale sia ancora riservata all'élite culturale. O ai meandri ambigui del cyber-dating.

La Turchia ha voglia d'Europa. Nonostante tutte le contraddizioni di una cultura sospesa ancora tra Occidente e Oriente e la crisi, molti turchi, soprattutto i giovani, s'ispirano ancora al nostro modello socio-economico e nelle città dell'ovest non è difficile trovare ragazzi e ragazze ben più liberal dei loro coetanei europei, di fianco ai tradizionali veli e minareti. Tuttavia, la Turchia resta un paese ancorato a idee che in Europa (per lo meno, nella maggior parte del continente) sono considerate retaggio di un passato da cui prendere le distanze. Se per gli imprenditori e gli studenti è facile guardare allo splendore della nostra “civiltà”, ci sono tabù che non sono stati intaccati dalla voglia di cambiamento e dalla crescita del benessere: la Turchia attraversa la crisi come il resto del mondo, ma alcune città come Istanbul, Ankara e Izmir crescono quasi del 10% all'anno come PIL, mentre il resto del paese è ancora profondamente legato ad un'economia essenziale, fondata sull'agricoltura e il turismo. Ma anche nelle zone meno povere, si sente forte il disagio nei confronti di una tradizione sentita non solo come retrograda, ma anche pericolosa.

A Caucasian way of life

Si può essere liberi, forse, rientrando in un determinato establishment culturale, ma per la gente normale rimane solo il cyber-dating

Mehmet ha 29 anni e, dopo avere studiato ingegneria, vive e lavora in una piccola cittadina affacciata sullo Stretto dei Dardanelli, nella zona più investita da quello che potremmo chiamare ironicamente il “Caucasian Way of Life”. C'è una buona università, la città è abbastanza vivace, non lontana da Istanbul e da altri grossi centri. Nonostante ciò, dire che Mehmet non può vivere la sua condizione di omosessuale liberamente è un eufemismo.“In Turchia è come nell'esercito americano. Finché taci va tutto bene”, ci spiega. “Essere gay non è un problema di per sé, soprattutto tra i giovani, ma solo quando è un fatto privato, che si svolge a porte chiuse”. Considerando che il fenomeno è molto più esteso di quanto ci si possa aspettare (secondo un recente sondaggio, i gay dichiarati in Turchia supererebbero i 3 milioni) e che molti di questi, seppure non apertamente, supportano i diritti degli omosessuali e cercano d'organizzare nel tempo libero attività culturali per sensibilizzare la popolazione, agli occhi d'un europeo sarebbe lecito aspettarsi di più (anche se pochi anni fa, nella civilissima Slovenia, incontrai una ragazza che mi raccontò una vera e propria “caccia alla lesbica” di cui fu, suo malgrado, protagonista).

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Da noi non è differente. Anche se la mia città è più libera di altre, è pur sempre troppo piccola. Con tutti gli amici e parenti che ho qui, non mi fido a parlare della mia omosessualità. Nel migliore dei casi, mi toccherebbero pettegolezzi e ostracismo. Forse in Istanbul o a Izmir, che sono molto più popolose e hanno una vita culturale assai attiva, avrei una possibilità. Qui non potrei essere libero”.

La libertà esiste solo on-line

Nella vita di tutti i giorni la pressione sociale è più che sufficiente per castrarci e il fatto che non rischiamo l’impiccagione come in alcuni regimi islamici estremisti non significa che ce la spassiamo

E come si può sentire libero un gay in Turchia, allora? Certo, forse rientrando in quell'establishment culturale che nell'immaginario collettivo va sempre a braccetto con la liberalizzazione dei costumi (unico caso famoso in Turchia, Ferzan Özpetek). Ma per la gente normale, rimane solo il cyber-dating. “Posso riconoscere gli altri gay solo dopo pochi secondi, ma nessuno avrebbe mai il coraggio di dichiararsi. In rete ovviamente è differente, anche se c'è sempre il problema di chi mente sulla propria identità”, racconta Mehmet. “Ma anche quando trovi una persona reale, quasi sempre è solo in cerca di sesso. Gestire una relazione più che platonica sarebbe quasi impossibile, quindi la maggior parte di noi si accontenta d'avventure d'una notte, senza sperare in qualcosa di diverso”. Inoltre, la maggior parte di questi siti adesso sono stati censurati dal governo che, d’accordo con le stanze dei bottoni della religione islamica, non tollera l’omosessualità, neanche quella virtuale. Solo disabilitando ogni forma di filtro è possibile accedere a tali siti, che sono stati oscurati legalmente.

E per chi volesse iniziare una relazione? “In Turchia, mancano norme riguardanti l'omosessualità, che non è né condannata, né favorita. Certo, nell'esercito un omosessuale semplicemente non sarebbe preso in considerazione, essendo un ambiente totalmente macho. Ma nella vita di tutti i giorni la pressione sociale è più che sufficiente per castrarci. Il fatto che non rischiamo l’impiccagione come in alcuni regimi islamici estremisti non significa che ce la spassiamo”.

I siti più diffusi sono gabile.com, planetromeo.com, manjam.com

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Un’impressione che confermano anche altri gay intervistati, oltre allo stesso Mehmet, i quali parlano di una differenza culturale estrema tra le varie anime del paese. Nel centro e nell'est, la mentalità non è così liberale. Molti gay arrivano a sposarsi non tanto per proteggere loro stessi (potrebbero simulare qualche altra “stravaganza” per giustificare la scelta di non mettere su famiglia) ma per proteggere i loro cari da un forte ostracismo, che potrebbe portare a risvolti assai pesanti. Anche se molti gay cercano una seconda vita da “bisessuali”, al riparo dagli sguardi della famiglia e della moglie stessa. “Alla fine, anche se giochiamo a fare i laici, siamo sempre attaccati alla gonna di qualche imam”, conclude Mehmet. “Ho paura che, con la crescita delle città, ci sia un fenomeno di ritorno, con una recrudescenza della cultura liberale delle stesse, con l'arrivo di tanta gente dalla campagna e la loro morale conservatrice”.

Per leggere gli altri articoli della nostra serie di ritratti LGBT, il link alla parte I, parte II, parte III e parte IV.

Foto: copertina © Adrien Le Coärer graphimse.com; railway © Julian Turner/flickr; mask © Thomas Weidenhaupt/flickr