Esportare diritti con o senza Bush

Articolo pubblicato il 28 febbraio 2005
Pubblicato dalla community
Articolo pubblicato il 28 febbraio 2005

Attenzione, questo articolo non è stato ancora editato, né pubblicato in alcun gruppo

Certo, sulla carta la Costituzione migliora la coesione della politica estera Ue. Ma il vero problema è la volontà politica dei Venticinque. Di esportare benessere e diritti.

Doveva sentirsi un po’ confuso George W. Bush quando, la settimana scorsa, è stato protagonista della prima visita che la storia ricordi di un Presidente Usa all’Unione Europea. Dopo l’introduzione del “Presidente di turno” dell’Ue Jünker (“President of what?” sembrava chiedersi il texano) e il messaggio dello stesso Bush, è stata la volta di 10 micro-discorsi da parte di 10 selezionatissimi micro-leader nazionali. Chirac ha parlato del ruolo dell’Unione nel mondo (“a role in the world? Which role?”), Blair del Processo di Pace in Medio Oriente, il premier slovacco Dzurinda sull’Iraq e così via. Il povero Bush, come la sfilza di traduttori che lo hanno soccorso, deve aver capito poco o niente. Tranne il fatto che, frutto della propria incoscienza e non certo di ingerenze straniere, l’Ue resta terribilmente divisa sulla scena internazionale. Perché ancorata a una vecchia e inefficiente idea della sovranità.

Micro-politica estera: quanto innova la Costituzione?

E’ come se il Presidente della Commissione Europea, José Barroso, si recasse a Washington e dovesse sorbirsi il governatore della Florida sul tema dei rapporti con Cuba, quello della California sulla crescita economica e quello di New York sulla politica anti-terrorista. Sarebbe ridicolo. Ma fino a che punto il Trattato costituzionale che gli spagnoli hanno appena ratificato potrà rendere la politica estera Ue più coesa? Solo la storia potrà dircelo. Certo, la figura tutta nuova di un Ministro degli Esteri europeo (leggi l’articolo di Marco Agosta), o l’istituzione di un servizio dell’azione esterna, preludio a un servizio diplomatico comune, promettono di cambiare le cose. Almeno sulla carta.

L’America ci chiede di esportare democrazia

Ma i giochi saranno tutti aperti sul piano politico. Ed è lì che l’Unione Europea è sempre stata debolissima. L’odio etnico e i genocidi nei Balcani non sono stati trascurati per anni perché non esisteva la “Pesc” (leggi – se ce la fai – “Politica estera e di sicurezza comune”). Ma perché le ex potenze europee non sapevano scegliere se aizzare i popoli da loro protetti per secoli (i serbi dalla Francia, i croati dalla Germania) o aiutarli a non disintegrarsi proponendogli l’integrazione. Non solo. La prima vittima dell’ultima guerra d’Iraq è stata la politica estera Ue, non perché mancasse il Ministro degli Esteri, ma perché anche lì, l’Unione è stata incapace di elaborare una strategia comune per risolvere il problema Saddam Hussein. E, checché se ne abbia detto a Bruxelles, i problemi restano. Anche perché l’America certo più “diplomatically correct” dell’ex cattiva Rice, Segretario di Stato di fresca nomina, resta quantomai determinata a espandere libertà e democrazia di mercato al mondo intero. E l’Europa? Come conta reagire? E’ questa la vera domanda.

Ripartire dall’11 marzo

Il punto focale resta quello della condivisione di interessi e valori comuni da far valere sulla scena internazionale. Ed è interesse comune dell’Ue lottare contro un terrorismo fondamentalista atroce e sanguinario che ci ha già colpiti l’11 marzo 2004 con l’attacco della stazione Atocha di Madrid. Come è un valore comune dei Venticinque la promozione dei diritti umani nel mondo. Ma, al di là della retorica, quanto concretamente vien fatto dall’Europa per agire su questi due registri strategici per il futuro della nostra sicurezza? In realtà ben poco. Stranamente l’11 marzo è entrato nella coscienza collettiva degli europei molto meno dell’11 settembre: per molti le immagini della CNN sulle Torri gemelle sono ancora più vive dei 191 morti di Madrid. E sono in pochi ad aver realizzato che l’attacco avrebbe potuto colpire Roma, Varsavia o Londra. Sul tema dei diritti umani, poi, la diagnosi è ancora più triste per l’Ue: la Club Med diplomacy continua ad appoggiare le più bieche dittature del Mediterraneo; la memoria della repressione di Piazza Tienanmen è ormai troppo sbiadita per rinunciare alla prossima levata dell’embargo sulle armi alla Cina; con l’Iran si commercia e si gozzoviglia mentre i sedicenti riformisti del Presidente Khatami continuano a reprimere i diritti civili. Il tutto nella più scandalosa unanimità – stavolta sì – tra i Venticinque.

Eppure una strategia l’Europa ce l’avrebbe. Diversissima e rivoluzionaria rispetto al militarismo e all’arroganza dei neoconservatori al potere a Washington. Questa strategia si chiama integrazione economica. Certo, potrà non piacere ai no global, inorriditi dall’economia di mercato. Ma funziona. Ed ha già trasformato le fragili democrazie di Spagna, Portogallo e Grecia prima e d’Europa centro-orientale poi in solide realtà dove Stato di diritto, libero mercato e standard democratici non sono un miraggio. La nuova sfida, adesso, sono gli Stati alla periferia dell’Ue: Turchia, Ucraina, Bielorussia, per non parlare dei regimi corrotti che fiaccano l’intero arco mediterraneo. Cosa proporre a questi popoli avidi di diritti? L’adesione, l’unione doganale o solo le immagini dei nostri spettacoli televisivi e, quindi, disumane odissee a spasso nei mari nostri? Sono punti su cui non potremo tergiversare a vita. E su cui l’Europa deve cominciare ad avere un ruolo attivo. Non più club di ricchi che disquisisce su spesso improbabili membership; ma vero e proprio esportatore di diritti che sappia sostenere i movimenti democratici che lottano in Iran, hanno lottato in Ucraina e lotteranno in Bielorussia sulla strada della libertà. E’ nel nostro interesse. Con o senza Bush.