Erlend Øye: «Mi piace far confondere le persone»

Articolo pubblicato il 18 novembre 2014
Articolo pubblicato il 18 novembre 2014

Il cantante e autore norvegese che da poco si è trasferito in Sicilia, dopo aver fatto tappa a Londra e a Berlino, è un concentrato di confusione. Il suo nuovo album Legao e i suoi costanti viaggi musicali riflettono questa mescolanza. Viaggio a Øyland.

cafébabel: L’anno scorso, quando hai pubblicato il singolo La Prima Estate, ti chiedevi se proporre un album sia ancora un’idea valida. Perché hai cambiato idea con Legao?

Erlend Øye: Realizzare un album richiede molta energia. Creare quella canzone in italiano me ne ha data parecchia. C’è voluto tanto tempo per completare Legao e non potevo proprio modificarlo. Ha senso dare alla gente un album e permetterle di scegliere quello che preferisce. Funziona ancora.

cafébabel: Hai lavorato a quest’album per sei anni. È molto tempo.

Erlend Øye: Beh, ho cominciato a lavorarci seriamente da aprile 2013.

cafébabel: Come mai il processo creativo è durato tanto?

Erlend Øye: Abbiamo registrato qualche canzone e ogni volta che c’è qualcosa da cambiare devi prenderti del tempo per capire. Non ha senso cambiare qualcosa, se non sei sicuro che riuscirà meglio di prima. Alla fine di tutto questo processo, è morto mio padre ed il sistema informatico di mixaggio è collassato. Quando succedono cose del genere, la situazione ti sfugge di mano.

cafébabel: Come sei venuto in contatto con Hljamar, la band di reggae islandese con cui hai registrato?

Erlend Øye: Nel 2010 hanno suonato in Norvegia allo stesso festival a cui avevo preso parte anch’io. E c’era anche un caffè vicino a casa mia, a Bergen, dove per qualche strano caso all'epoca suonavano il loro album. L’ho ascoltato più e più volte. Ero sicuro che fosse della buona musica e abbiamo molte idee in comune.

cafébabel: Il tuo nuovo album è un mix di tonalità molto diverse, come gli dai coerenza?

Erlend Øye: Viaggio molto. E tutto ciò che faccio è prendere ispirazione dai luoghi che visito. La mia vita è così. Ed è quello che mi piace. Per Garota l’ispirazione mi è venuta mentre ero in Brasile. Legao [bene/fico in portoghese] è una parola che ho adottato strada facendo, come un souvenir. E qualche volta questi souvenir diventano canzoni. Penso abbia senso dare agli album dei nomi precisi. Così ho scelto il nome dell’album come se fosse un bambino. Confondo molto la gente. È difficile da capire: un singolo in italiano e poi un titolo portoghese per un album in inglese. Viaggi in un Paese dove, forse, non lasci tracce, ma le piccole cose restano con te.

cafébabel: Hai fondato i Kings of Convenience alla fine degli anni ’90 in Norvegia. Com’era allora la scena musicale a Bergen?

Erlend Øye: C’era un giornalista musicale che sosteneva che Bergen sia tradizionalmente la peggior città rock della Norvegia. Penso che lasci lo spazio che trova. Bergen non era certo il posto migliore. Ma dove sono cresciuto io, c’era molto fervore sotterraneo. E, cosa molto importante, c’erano un paio di mentori che avevano capito molte cose. C’era molto fermento, ma di rado ero ispirato direttamente dalla musica. Prendiamo ad esempio Neil Young. Non ho mai ascoltato Neil Young. Mi ispiro a gente che, a sua volta, si ispira a Neil Young. Il fatto è che non avevo abbastanza soldi per comprare i dischi. In Norvegia gli anni ’90 sono stati davvero difficili per i giovani. Per la prima volta c’è stata la disoccupazione e non riuscivo a trovare lavoro facilmente.

You cafébabel: created your first band Kings of Convenience in the late 90’s in Norway. What was the Bergen music scene like at that time?Erlend Øye: There was a music journalist saying that Bergen is traditionally the worst rock town in Norway. I think it goes in waves. Bergen was really not the best place. But where I grew up there were lots of underground things happening. And very importantly there was a couple of mentors who had understood quite a lot. There was a lot of stuff going on, but I was very rarely inspired directly by music. For example, Neil Young. I never listened to Neil Young. I am inspired by people who are inspired by Neil Young. Because I didn’t have money to buy music. Norway was a really difficult country to be young in during the 90s. There was unemployment for the first time. So I couldn’t get a job easily. 

cafébabel: Quindi come sei sopravvissuto a Bergen?

Erlend Øye: Andavo ovunque ed entravo gratis. Portavo con me della cioccolata per mantenermi in forze di notte e prendevo solo acqua al bar. Ma durante quel periodo ho imparato molto, non andavo mai a scuola. Imparavo solo da altri gruppi e da ciò che la gente aveva da dire. La gente è molto diretta a Bergen, ad esempio ti dicono: "no non puoi fare così, è sbagliato. Non si suona così la chitarra". Non te lo dicono alle spalle, ma in faccia. Ho avuto molte sorprese nel mondo comportandomi cosi. La gente si offendeva molto. Come a dire: "Che problema hai?". Ma capivo che per arrivare da qualche parte, dovevo prima andarmene da lì. Non puoi guadagnarti da vivere facendo musica a Bergen. In quel periodo Londra era il centro di tutto. Il posto da cui potevi arrivare da qualche parte.

cafébabel: Uscivi per i bar mangiando cioccolanta anche a Londra?

Erlend Øye: A Londra ho ottenuto un lavoro. Lavoravo in un negozio di vestiti, Camden Market. Le differenze tra Londra e Bergen erano abissali. Quando sono arrivato a Berlino nel 2002, ero sollevato. I tedeschi sono molto più simili ai norvegesi. Non che la Germania sia super calorosa, ma lo è in un modo che riesco a capire. Non sono mai stato un amante dello stile di vita inglese. In Norvegia, vai a trovare la gente a casa, in Inghilterra si dice sempre "incontriamoci al pub".

cafébabel: Hai detto che Berlino non è una città per le band. Perché?

Erlend Øye: Non lo era. Quando eravamo lì, non avevamo nessuno a cui rivolgerci in cerca di aiuto. Nessuno aveva amplificatori, non c’era un posto dove registrare. C’era un alto livello amatoriale, ma nessuno che facesse cose straordinarie. Sono felice che sia finita. Ora Berlino è un posto in cui puoi affittare uno studio adatto. Ma ho anche trascorso dei bei momenti nella città durante l’inverno, quand’ero nel mio appartamento. Le ore passavano senza che me ne accorgessi.

cafébabel: Hai fiuto per trovarti sempre nel posto giusto al momento giusto. Come fai?

Erlend Øye: Non faccio ricerche, sono stregato da certi luoghi. In alcuni incontro gente e altrove no. Quando ho dei contatti cerco di trarne il massimo. Ad esempio, mi trovo molto bene con il modo di fare degli italiani. In Italia, puoi dire di voler fare qualcosa con qualcuno – domani scaliamo questa montagna – sì; saliamo insieme su un’astronave – sì; nuotiamo fino sul fondo dell’oceano – sì; e il giorno dopo chiami alle 10 e si fa davvero. Confermi. Ed è bellissimo una volta che capisci il punto nel confermare. Se non chiami, significa che non si fa. È fico.

cafébabel: Quindi nessuno shock tra la cultura norvegese e la vita in Italia?

Erlend Øye: Se vuoi combinare qualcosa nella vita, allora sicuramente l’Italia non è il posto giusto. Se sei italiano, vuoi far carriera. Ma se hai già fatto carriera, allora tutto ciò che vuoi è goderti la vita. Ed è qui che entra in gioco l’Italia. Per molti versi, mi sono trasferito qui [Siracusa, Sicilia — ndr] per esaudire il sogno di mia madre.

cafébabel: La tua famiglia ti ispira?

Erlend Øye: Tra i miei familiari più stretti non c’è nessuno che si sia mai dedicato alla musica. La ascoltavano, ma non c’erano precedenti nella mia famiglia da far supporre che avrei potuto ereditare un qualsiasi talento musicale. È stata una mia scoperta.

cafébabel: Come ti sei esercitato sulla tua voce?

Erlend Øye: Ci è voluto molto tempo perché capissi che la mia voce dava il meglio quando cantavo in modo sommesso. Ricordo che una volta in studio alcuni tecnici del suono mi hanno detto qualcosa come: Forza, tira fuori la voce! – Non era una grande idea. Ho trovato il mio stile più per caso, mentre cantavo con un microfono molto sensibile. Mi avevano detto di far attenzione a non far alcun rumore. Cantai molto, molto piano con quel microfono. È stata la cosa che mi sia mai riuscita meglio. Così ho scoperto che cantare sommessamente, quasi sussurrando, era lo stile adatto a me. Un’altra scoperta sono stati i Royksopp e quanto la mia voce si accordi alla musica elettronica. Ho una voce nasale – non molto sonora e potente. Con una musica che fa ampio uso di bassi, diventa un buon mix.

cafébabel: Hai creato un tuo stile che è molto riconoscibile, dove ti collocheresti nella scena musicale europea?

Erlend Øye:Non ho paura di essere me stesso. E non ho paura di concentrarmi su questo. Abbiamo trovato il modo di amplificare parecchio la musica sommessa sul palco. Era un grosso problema per me farmi sentire al di sopra del basso e della batteria. Negli ultimi 15 anni ci si è concentrati molto su questo tipo di musica, quasi una musica da camera da letto. Ma c’è una linea molto sottile tra la bella musica che ti fa rilassare e quella davvero noiosa.

cafébabel: È strano cantare in una lingua straniera come l’italiano?

Erlend Øye: Tanto per continuare con la confusione, in realtà ho inciso quella canzone [La Prima Estate — ndr] a Berlino. Ma non era strano, era solo difficile cantare in italiano. L’italiano è una lingua che si addice molto alla musica. L’unico inconveniente è che non c’è quasi nessuna parola che finisca con una consonante. Ma anche solo ascoltare canzoni italiane mi ha fatto imparare parecchie cose. 

cafébabel: Hai trovato nuove ispirazioni in Italia?

Erlend Øye: C’è una persona dal nome incredibile: Fred Bongusto, che ha scritto una canzone stupenda, Una rotonda sul mare (mentre lo dice inizia a cantarla). È una canzone con molto umorismo. Un umorismo profondo, forse nascosto. E devi capirne la cultura per accorgertene. I cantanti francesi sono più preoccupati dalla “R”. Se pronunci correttamente la ‘r’, allora farai strada: “Amsterrrrrdam”, “Rrrrrrrrrrien de rrrrrien” (Øye ride — ndr). È solo questione di "r". Se avessi avuto una bella "r", avrei fatto molta carriera lì.

cafébabel: E dove ti senti a casa ora?

Erlend Øye: Casa mia è Siracusa. Mi vedo in Italia in futuro. Vorrei solo scoprire più città. Siracusa è un po’ limitata, ma è sicuramente il miglior posto dove rifugiarsi dopo un lungo tour. Andare a casa, con 28 gradi, nuotare e farsi coccolare dalla mamma. Stupendo!