Erdogan l’adultero

Articolo pubblicato il 30 settembre 2004
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Articolo pubblicato il 30 settembre 2004

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Il premier turco si barcamena tra difficili due partner: l’UE e i conservatori interni al suo partito

Il proposito turco di assoggettare a pena l’adulterio è stato duramente criticato dall'UE, e rischia di far saltare lo stesso matrimonio con la Turchia. L'ala conservatrice del partito di governo turco l’AKP, aveva spinto il primo ministro Tayyip Erdogan ad approvare la legge nel corso della riforma dell’ordinamento penale. Di fronte alle espressioni di sconcerto sul versante europeo, Erdogan ha reagito esclamando testardamente che si trattava di una faccenda turca, che non riguardava l’Unione. Di certo però, la riforma di un ordinamento penalistico non è una questione che resta su un piano puramente nazionale, ed anzi dovrebbe tendere a far avvicinare la Turchia al modello UE.

La legge sull’adulterio non è tuttavia al riparo da qualche enigma. E' difficile cioè da capire in un paese che va modernizzandosi anche sotto il profilo penalistico, e che l'UE ormai raccomanda come un candidato di possibile adesione. Anche il momento che si sarebbe potuto scegliere è fra i meno opportuni. Mentre a Bruxelles si va ultimando il rapporto sui progressi della Turchia, Ankara presenta una legge che ha l'aria di un evidente regresso. Erdogan dopotutto si è mostrato conciliante, visto che la riforma di diritto penale è stata approvata senza l’articolo sull’adulterio ed il Commissario UE per l’Allargamento, Günther Verheugen, ha dato luce verde all’inizio dei negoziati. Tuttavia, questa mini crisi non è passata senza lasciar traccia, e la confusione ancora regna sulle sue cause.

Il finora tanto pragmatico Erdogan si mostra oggi più nazionalista, più vicino all’islamizzazione della Turchia? No di certo: il tutto è sembrato un fulmine a ciel sereno e si è consumato troppo rapidamente. Questa legge va vista più come una concessione simbolica all'ala destra del partito, al quale troppo veloce e troppo radicale appare il processo di riforma. Non è ormai pensabile un cambiamento nella politica di Erdogan e il partito non può brontolare a lungo: ne andrebbe di mezzo il suo programma per l'adesione all’UE. I conservatori tuttavia temono che l'adesione richieda non solo il rispetto della democrazia e dei diritti umani, ma anche l’abbandono dell'identità turca. E si è trattato di un dolce viatico quanto affermato da Erdogan, e cioè che la Turchia non può imitare una cieca Europa. Considerare l'occidente alla stregua di un modello di perfezione, implica il suicidio della propria identità.

Certo il timore dell’ala conservatrice riceve sempre nuova linfa dai dibattiti alimentati in parecchi stati europei. Spesso si afferma, ad esempio, che la Turchia in qualità di paese islamico, poco si addice ad un’Europa cristiana. Si richiede con ipocrisia di assolvere prima agli standard in termini di diritti umani e di democrazia presenti in un’Europa che spesso si sbilancia definendo questi principi di per sì incompatibili con l'Islam. Si giunge così alla conlusione che se la Turchia intende far parte dell'Europa, deve diventare come noi. Certo anche in Europa non esiste alcuna unità, poiché in essa convivono differenti culture ed identità europee. Semmai gli europeisti convinti devono guardare alla dolorosa assenza di una simile identità, perché l'Europa di certo non si fonda su di una cultura unitaria. Se si smettesse di ricondurre la questione della Turchia nella cornice culturale, forse gli stessi turchi sarebbero meno indotti a metter l’accento sulle proprie radici.