Erasmus, chiude la fabbrica degli europei

Articolo pubblicato il 27 novembre 2012
Articolo pubblicato il 27 novembre 2012
Roma-Parigi: un viaggio che dura una vita. Da Potenza, piccola città del sud Italia, all'Austria, la Francia, Polonia e il Quebec.
Alla notizia della chiusura di quella che definisce "la fabbrica degli europei", che ha forgiato quasi due milioni di studenti in tutta Europa, arriva in redazione la lettera di Francesca, studentessa di lingue e letterature a Roma, “Itchy foot”, come dicono gli inglesi per indicare qualcuno a cui prudono i piedi, per vocazione e natura, che da Parigi, almeno con la testa, non è mai ripartita. Un appello alla generazione Erasmus e a chi ha contribuito a definirne i tratti, da Eco all'appartamento spagnolo.

Erasmus, la fabbrica degli europei. Dalla sua creazione nel 1987, 1,7 milioni di studenti hanno beneficiato del programma di scambio universitario. Oggi l'“European Community Action Scheme for the Mobility of University Students” sembra essere una buona risorsa su cui tagliare fondi. Il sogno europeo sembra cadere nell'oblio. E tra Lisbona e Varsavia la distanza si fa sempre più grande.

Chi vincerà una borsa nei prossimi sei mesi potrebbe non ricevere finanziamenti sufficienti”, così risuona il grido di paura delle associazioni studentesche contro la cieca austerità del parlamento. “Sopprimere il programma Erasmus significa avvalorare la tesi che questa Unione Europea è capace soltanto di fare gli interessi delle banche”, afferma Giulia Rodano, Idv. E quello che voleva essere un progetto lanciato per rafforzare quell'identità europea che relazioni commerciali e politiche non erano riuscite a creare rischia di diventare un vecchio slogan pubblicitario.

Pensare infiniti luoghi come punto di incontro di innumerevoli studenti provenienti da altrove, che portano con sé la loro storia e si ritrovano coinvolti in una rete di altrettante esistenze. Il programma Erasmus nasce proprio per favorire “l’incontro tra i giovani prima che questi inizino a pensare a tali incontri come a un semplice mezzo di scambio di capitali” afferma Philip Oltermann sul Guardian. A conferma di ciò le inevitabili relazioni sentimentali transnazionali che hanno fatto parlare Eco di “rivoluzione sessuale”. Mobilità e conoscenza sono le direttrici di un programma che prende il nome da uno dei più grandi pensatori del rinascimento, Erasmo da Rotterdam, animato da quella volontà di unire popoli e paesi che oggi è indebolita dalla crisi.

Vorticose visioni simultanee

Quale miglior modo per eliminare quei muri che non sono ancora caduti? Per superare i falsi stereotipi, la diffidenza innata?

Vedere per esempio una scozzese e un fiammingo comunicare in spagnolo, la lingua di una terra straniera, significa creare movimento tra i popoli del vecchio continente, ancorati alla loro cultura in nome di un malcelato orgoglio nazionale. Uno scambio di conoscenza indispensabile per un melting pot, che appare improbabile in un'Europa dominata da taciti rapporti gerarchici in nome di una presunta superiorità culturale, risultato dell'evoluzione storica. “Siamo ormai europei per cultura, dopo che per anni lo siamo stati per guerre fratricide”, ricorda Eco sulla Stampa.Quale miglior modo per eliminare quei muri che non sono ancora caduti tra est e ovest, nord e sud? Per superare i falsi stereotipi, la diffidenza innata in popoli che dalla caduta di Carlo Magno hanno imparato ad isolarsi per rafforzarsi, ad affermare vittoriosamente la propria identità sulla sconfitta dell'altro?

Chi ha la possibilità e il coraggio di partire lascia casa con una valigia di ingenuità e pregiudizi, e ritorna con lo sguardo del viaggiatore che ha visto, provato, errato e, forgiato dall'esperienza. E quel viaggiatore che era partito senza sapere e un po' a malincuore scopre un'eccitazione irrefrenabile nell'idea di ripartire. E il suo diventa uno stato permanente.La “generazione Erasmus” si riconosce al solo sguardo. Sono quei giovani partiti un po' per caso e alla ricerca di novità, senza sapere che quell'esperienza avrebbe lasciato un segno nella loro vita. Non una classe discriminante, ma solo la condizione di chi ha imparato a conoscere e conoscersi prima di essere accecato dall'abitudine a pensare da sé e per sé, di chi riesce a vedere gli altri come in un aleph di vorticose visioni simultanee.

Straniero tra gli stranieri

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È chi si riconosce in Xavier, studente Erasmus a Barcellona e protagonista de “L'auberge espagnole”, film di Cédric Klapisch, chi in una conversazione alterna le lingue e confonde i vocaboli senza neanche rendersene conto. È chi realmente vive l'Europa e la pensa come uno spazio geografico, politico, economico e culturale senza frontiere. È chi si è sentito a volte perso nella babele della burocrazia, delle lingue straniere e di culture semi conosciute, forse idealizzate. Chi si è sentito straniero tra gli stranieri, stordito da innumerevoli voci e disorientato dalle infinite vie che la vita può prendere. E poi tra quelle vie di città straniere che gli stessi abitanti spesso non conoscono, ha trovato se stesso, ha visto il proprio sé camminare affianco ad altri sé, riconoscendosi uno di loro, uguale nella diversità.

Per lavorare a una identità europea ancora superficiale, la borsa di studio Erasmus, che permette di creare legami profondi nella comune esperienza di sradicamento, è sicuramente un buon punto di partenza. È stato riconosciuto anche da Bruxelles quanto il programma Erasmus abbia contribuito a rafforzare la nostra debole identità europea, ancor più in pericolo in tempo di crisi. “L'Europa non sarà mai Stati Uniti d'Europa”, con una lingua e un giornale unico, ribadisce sempre Umberto Eco; abbiamo troppe lingue e culture diverse e realtà locali che non possono essere inglobate da un'unità a posteriori. La varietà e la diversità sono la nostra ricchezza. Non ha ragione Pierre Bayard nel dire che tutti siamo consapevoli anche dei libri che non abbiamo letto e abbiamo riflessi delle culture che non conosciamo?

Il viaggiatore che un giorno scoprì l'Erasmus, poi scoprì l'Europa, quella nuova terra in cui aveva sempre vissuto, quella terra che pur rivela i segni del tempo. Lentamente, gradualmente, l'identità europea si farà sempre più profonda.

Francesca Ferri

studentessa erasmus 2011/2012

Sorbonne Nouvelle, Paris

Foto: copertina moogs/flickr; testo cinedb.avcesar.com