Epopea di Matteo Salvini, lo squalo leghista

Articolo pubblicato il 19 novembre 2014
Articolo pubblicato il 19 novembre 2014

Chi è Matteo Salvini, ultimo scalatore e tenore del dibattito pubblico italiano? Lente di ingrandimento su uno dei personaggi del momento.  

Da un mese non si fa altro che parlare di lui. Nel paese affezionato irrimediabimente ai tenori mediatici esiste un altro Matteo, alter ego del presidente del Consiglio. I suoi lo chiamano il "Matteo buono", per distinguerlo da quello di Rignano sull'Arno, o semplicemente "capitano". Matteo Maria Salvini, 41 anni, è l'ultimo prodotto del "celodurismo" leghista o forse più semplicemente il figlio perfetto del marketing politico elettorale moderno. Da quando ha vinto le primarie della Lega Nord nel dicembre 2013, sotto la sua guida il Carroccio non ha smesso di recuperare il terreno perduto dopo gli scandali che hanno coinvolto la Famiglia Bossi, il tesoriere Belsito e il "cerchio magico" e oggi supera il 10%, insidiando persino un preoccupatissimo Berlusconi.

Nato nella Milano capitale del mito padano, allevato a pane e militanza attraverso il puro cursus honorum leghista, Salvini "nasce" non a caso da un episodio mediatico. Chi si ricorda il video dove il giovane neo deputato europeo festeggiava l'ingresso a Bruxelles con una birra in mano mentre intonava un coro da curva politically uncorrect contro i napoletani? 

Da allora (era il 2009), con un escalation di provocazioni e apparizioni nel salotti dei talk show all'italiana la parabola ascendente della rampante camicia verde non si è mai arrestata sino a portarlo sul podio nell'indice di gradimento dei leader alle spalle di Renzi. Ma come descrivere Matteo Salvini e magari raccontarlo all'estero? Si potrebbe semplicemente commentare la piccola biografia, con stile personale, ai limiti della presentazione di un concorrente di un qualsiasi quiz televisivo. 

«L'euro è un crimine contro l'umanità»

"Matteo nasce a Milano, dove vive tuttora, il 9 marzo 1973". Piena generazione dei rottamatori, solo che come molti di questi fa politica da quando aveva i primi baffetti adolescenziali. Quando, l'anno scorso, si è dimesso dal Consiglio Comunale di Milano, di cui era capogruppo e nel quale siedeva dal 1993, persino il sindaco e "nemico" Giuliano Pisapia avrebbe detto "Ci mancherai Matteo...". "È diplomato al Liceo classico Manzoni e ha frequentato (per troppi anni) la Facoltà di Storia dell’Università Statale di Milano fermandosi, con suo grande rammarico, a soli 5 esami dalla laurea". I troppi anni sono 16 da fuori corso, tanto che nel 2008 avrebbe persino dichiarato che sarebbe arrivata prima la Padania Libera della sua laurea. E probabilmente non si laurerà mai, perché la sua Lega non parla più di secessione, ma cerca di espandersi in quel sud che non è più un parassita terrone, ma un bacino di voti di elettori "incazzati". Il Carroccio si è così spostato dalle Valli del sacro Po a Tor Sapienza, quartiere disagiato della perfieria romana in rivolta contro gli immigrati, e ha cambiato il nemico: non più "Roma Ladrona", ma la Bruxelles dei banchieri e dell'euro. Sì, la moneta unica quel "crimine contro l'umanità", dal Vangelo apocrifo secondo Matteo. Quel male assoluto che per una parte di elettorato sembra essere diventato il minimo comun denominatore dei problemi del paese. Del resto, la retorica della "moneta unica che ci ha rovinati", del "prima stavamo bene", o del "si stava meglio quando si stava peggio" elettoralmente parlando paga.    

Sfegatato milanista amante degli hamburger e dei tortellini di zucca

I suoi sostenitori lo amano perché parla dei problemi del "paese reale" senza peli sulla lingua e con la semplificazione linguistica e la grande capacità evocativa ed emotiva del tribuno populista. Certi osservatori fanno poi notare alcuni orientamenti propri di un nuovo "marxismo" che si occupa del lavoro e dei bisogni degli italiani e non dei tecnicismi della casta. Un orientamento sociale che tuttavia non supera il principio della preferenza nazionale, concetto mutuato dall'idolo di cui Matteo colleziona poster e figurine nel suo pantheon segreto, ovvero Marine Le Pen. Eppure, come pochi colleghi Salvini sembra avere (brevemente) conosciuto il duro mondo del lavoro. 

"È giornalista professionista, collaboratore di Radio Padania, della quale è direttore dal 1999... Come primo lavoro, a 18 anni fa consegna di pizze a domicilio, in seguito, e per diversi mesi, al Burghy in Galleria a Milano insieme ad altri lavoretti per pagarsi gli studi e le vacanze". Tralasciando il riconoscimento professionale di un giornale di partito in fase di chiusura, il buon Matteo e il suo doppio mento ci ricordano la passione confessata per le hamburger da aggiungere ai tortellini di zucca e al Milan, celebrato da quel poster di Franco Baresi che da ragazzo affiancava a quello di Umberto Bossi. 

Basta che se ne parli 

"Dal 2009 è parlamentare europeo". La precisazione è interessante, perché oltre a fare parte del "gruppo di amici" euroscettici e nazionalisti guidati dal Front National, sbarcati a Bruxelles per cambiare l'Europa (leggi distruggerla), più di qualche collega lo ha visto molto di rado nell'emiciclo europeo. In realtà Matteo è un uomo di mondo ai confini tra l'umano e il divino. Oltre ad essere europutato a Milano era "anche" per le strade a raccogliere firme per i referendum contro la legge Fornero o l'immigrazione clandestina, era a Bologna per lo sgombero di un campo Rom a beccarsi le sassate dei ragazzi dei centri sociali, era in Scozia per il referendum d'indipendenza. Era ovunque ci fossero dei riflettori puntati, uno e trino.

 spesso invitato a trasmissioni radio o tv (naturalmente gratuitamente) dove cerca di non dire mai nulla di scontato o banale!”. "L'agenda di Matteo" del resto scotta come quella di un attore nominato agli Oscar o il presidente degli Stati Uniti fresco di elezioni. È in campagna elettorale permanente. Tutti lo vogliono e lo cercano, perché fa audience riuscendo ad incollare allo schermo i suoi sostenitori convinti di avere trovato il Messia e i detrattori che lo detestano. Basti pensare per fare un esempio che nella settimana tra l'11 e il 18 novembre, alla vigilia delle elezioni Regionali in Emilia Romagna, era presente in ben 7 trasmissioni. 

E se non c'è un angolo del paese o dello schermo televisivo dove il tribuno con le felpe e l'orecchino non appaia, il pienone è realizzato nello spazio virtuale. Qui la presenza del segretario leghista è virale ed orchestrata con grande maestria e lungimiranza. Gli status su facebook, prodotti a erogazione continua condensano in poche e semplici parole rabbia, le paure, gli istinti più bassi e meno razionali di una parte di elettorato che si era rifugiato nella protesta violenta di Grillo o che sempliceente non partecipava più e che non esita a vomitare sul web un profluvio di commenti di ammirazione, rabbia, cyberbullismo e persino qualche nostalgia fascista.

La pagina personale è sul punto di esplodere e, a suon di "analisi sociologiche" e provocazioni, incrementa il suo traffico in modo esponenziale. Perché la regola è una, "basta che se ne parli". E in una fase nella quale la crisi morde ferocemente, il monopensiero renziano domina inconstrastato l'opinione pubblica dell'Italia "perbene" e moderata, il M5S è in crisi di leadership e in stallo e la destra italiana del dopo Berlusconi semplicemente non esiste, il condottiero leghista è pronto ad avventarsi come uno squalo sul vuoto politico e sullo spazio che le circostanze gli hanno generosamente concesso. E sinora, machiavellicamente parlando, non ha sbagliato un colpo.