Energia: la crisi di dipendenza della Ue

Articolo pubblicato il 14 marzo 2005
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Articolo pubblicato il 14 marzo 2005

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Con una produzione energetica insufficiente, l’Unione Europea vede crescere di continuo la propria dipendenza nei confronti di altri paesi. Il progetto del Libro verde tenta di dare una risposta al fabbisogno comunitario.

Un Libro verde della Commissione europea intitolato “Verso una strategia europea di sicurezza dell’approvvigionamento energetico”, presentato nel novembre del 2000, fa il punto sulle risorse energetiche dell’Unione. La Commissione vi ha sottolineato che se non venisse intrapresa alcuna strada nei prossimi venti-trent’anni, l’Ue finirebbe col vedersi costretta a provvedere al 70% dei propri fabbisogni energetici tramite importazioni, contro il 50% attuale. Le conseguenze di una tale dipendenza sono importanti in termini economici: nel 1999 rappresentavano 240 miliardi di euro, ovvero l’1,2% del Pil comunitario. In termini geopolitici, il 45% delle importazioni di petrolio provengono dal Medio Oriente ed il 40% delle importazioni di gas naturale dalla Russia. Questa dipendenza, inoltre, si riflette in tutti i settori dell’economia. Di conseguenza, i trasporti, il settore domestico e l’elettricità restano in gran parte legati a doppio filo con gli idrocarburi e dunque, alla mercé delle variazioni erranti dei prezzi internazionali.

Economia o geopolitica? Questione di priorità

Di fronte a queste constatazioni, si è posta una domanda cruciale: l’Unione Europea può accettare un aumento della propria dipendenza nei confronti di fonti estere di energia senza compromettere la sicurezza dei propri approvvigionamenti e la propria competitività? E verso quali fonti di energia le converrebbe, all’occorrenza, impostare una politica delle importazioni? In questo contesto, bisognerebbe privilegiare un approccio economico (il costo dell’energia), o geopolitico (i rischi legati all’interruzione dell’approvvigionamento)?

Certo è che negli ultimi vent’anni non si è mai avuto un vero dibattito sulla scelta delle risorse da privilegiare, e ancor meno sulla politica energetica riguardante la sicurezza degli approvvigionamenti. Oggi, la doppia pressione esercitata dalle preoccupazioni ambientalistiche e dal nuovo funzionamento del mercato europeo dell’energia esige una risposta.

Forse dovremmo concentrarci sul fatto che il consumo attuale di energia è coperto per il 41% dal petrolio, per il 22% dal gas naturale, per il 16% da combustibili solidi (carbone, lignite, torba), per il 15% dal nucleare e per il 6% da fonti rinnovabili. Se questa tendenza non si dovesse attenuare, il bilancio energetico continuerebbe, in vista del 2030, a dipendere fortemente dai combustibili fossili: il 38% dal petrolio, il 29% dal gas naturale, il 19% dai combustibili solidi, il 6% dal nucleare e solo l’8% da fonti rinnovabili.

Strategie di lungo periodo

Il Libro verde ha abbozzato lo schema di una strategia energetica di lungo periodo in base alla quale l’Unione dovrebbe riequilibrare le politiche dell’offerta attraverso azioni chiare in favore di una politica della domanda. In effetti, “I margini di manovra su un incremento dell’offerta comunitaria sono deboli rispetto ai livelli di fabbisogno, mentre quelli della domanda appaiono ben più promettenti”. E proprio rispetto alla domanda, la Commissione europea ha fatto appello per un vero cambio nei comportamenti dei consumatori, ed ha insistito in particolare sulla realizzazione di una politica attiva di economia dell’energia. Ha messo inoltre in luce l’interesse sulle leve fiscali in modo da orientare la domanda verso consumi più governabili e più rispettosi dell’ambiente, ma l’uso di un simile strumento è rimasto finora bloccato a livello di Consiglio. Inoltre l’Unione si è impegnata a ridurre per il 2012, dell’8% rispetto a quelle del 1990, le emissioni di gas provocanti l’effetto serra)

Secondo l’analisi del Libro verde, gli sforzi per ridurre la dipendenza energetica dell’Unione europea passeranno innanzitutto dall’incremento della produzione di energia europea non fossile. Fin dal 1957, il Trattato Euratom promuove l’energia atomica, sebbene questa scelta sia messa in discussione in tutti i paesi. Questo processo di diversificazione riguarda anche l’uso del gas naturale ed in misura inferiore le energie rinnovabili, con l’obiettivo per quest’ultime di rappresentare entro il 2010, il 15% del consumo globale. Non ci si può tuttavia trattenersi dal pensare che simili notevoli sforzi a favore di altre fonti di energia, in particolare quelle rinnovabili, resteranno malgrado tutto limitati rispetto alla crescita della domanda. Le energie convenzionali rimarranno per molto tempo ancora insostituibili.

Infine, il Libro verde s’interroga sull’opportunità stessa di prender in considerazione una politica di inquadramento delle importazioni, data l’opposizione di molti che ritengono un simile inquadramento in grado di falsare completamente l’equilibrio di quei mercati energetici appena liberalizzati.

Una nuova dimensione comunitaria

Il Libro verde ha probabilmente fatto assumere una nuova dimensione comunitaria riguardo la politica energetica senza che questa si sia tradotta in nuove competenze. Questa politica resta difatti, di principale competenza degli Stati sia per quanto riguarda la produzione che per il consumo o la diversificazione. Le decisioni assunte, sono dunque assai differenti da un paese all’altro, e ognuno resta indipendente rispetto alle misure da adottare per rispettare i propri impegni e per raggiungere gli obiettivi fissati dalla Commissione (ne è un esempio la preponderanza del nucleare in Francia, della lignite in Germania, del carbone in Polonia o del gas nel Regno Unito).

Fino ad ora, l’Europa si è mossa sopratutto nel coordinare delle reti, nel lanciare alcune riflessioni strategiche globali, e nel finanziare alcuni importanti programmi di ricerca. Numerose possibilità restano ancora da esplorare. Permane lo stesso l’urgenza di affrontare diversamente la politica energetica europea. In un modo che vada al di là del solo andamento del mercato interno.