Verona...un caso di "razzismo cortese"

Articolo pubblicato il 02 ottobre 2013
Articolo pubblicato il 02 ottobre 2013

"Non sono gli eclatanti atteggiamenti rivoluzionari a cambiare le cose ma piuttosto la prudenza che non significa immobilismo, ma può essere la reale capacità politica di mutare le cose". (Claudio Magris)

Verona è ancora la stessa città descritta dallo psichiatra veronese Vittorino Andreoli: «Verona, che disinnesca i conflitti e pone in agonia le persone o i gruppi che li esprimono, è priva dell’humus che nutre l’intellettuale interprete della realtà. Domina la “pseudo-cultura” dei custodi della Cattedrale pronti a narcotizzare ogni potenzialità di cambiamento […]»?

A tale domanda non si può rispondere senza esemplificare, senza parlare di un incontro con il razzismo cortese, capace di mettere in discussione la cittadinanza spirituale che costruisce anche la lingua.

Cominciamo.

In vista di un colloquio di lavoro a Verona mi preparo ad entrare nell’ufficio adibito alla fase dell’intervista. Mi trovo di fronte alla Responsabile, la quale mi accoglie con una calorosa stretta di mano ed un sorriso tiepido ma professionale. Non sa ancora che non sono italiana. Mi invita ad accomodarmi e s'inoltra nella lettura del mio Curriculum Vitae. Scorre con una certa attenzione tutte le pagine, dai dati anagrafici alle ultime esperienze accademiche e professionali. E tutto quello che seguirà sarà un breve silenzio, il quale troverà una soluzione nella seguente domanda: Ma lei parla l’italiano?... in quell'istante ho messo in dubbio la mia effettiva esistenza e residenza nella città di Verona, ero diventata all’improvviso il sogno dimenticato di un reale tutto da rifare. Mi aveva posto una domanda che non solo non mi aspettavo, ma non avevo nemmeno messo in conto prima del colloquio. Attraverso il suo interrogativo mi sono sentita non tanto straniera quanto allontanata dalla mia permanenza spirituale in un paese che mi ha formato e che amo. Certo sono nata in Transilvania, ma ho sviluppato tutti i miei studi, a partire dalla scuola superiore sino all’ultimo anno di Magistrale in Filosofia a Verona, e tuttora risiedo in Italia, in provincia di Verona. Con la stessa velocità con la quale tutti questi pensieri hanno attraversato la mia mente, rispondo alla sua domanda: Certo, anche perché sarebbe stato un po’ difficile laurearmi senza dire mai una parola in italiano. In seguito il colloquio si è svolto attraverso una finta chiacchierata piacevole concernante gli altri aspetti del mio profilo e le formalità del possibile impiego. Con una stretta di mano ci salutiamo ma...

...si intuisce chiaramente quello che è andato storto durante il mio colloquio, cioè, la volontà di andare contro l’evidenza di un fatto chiaro: lo studio presso un’università italiana prevede naturalmente delle competenze linguistiche! La lettura del mio curriculum da parte della Responsabile si era trasformata in un test a crocette, con un segnare preciso nella direzione del suo personale Desiderio: Non è italiana-Risiede in Italia-ha studiato in Italia-Di sicuro non parla l’Italiano! (equazione strana, almeno a mio avviso). 

Il caso, per quanto possa sembrare semplice non lo è affato. La lingua nella mente della Responsabile sembrava dover, per forza di cose, coincidere con una cittadinanza giuridica, invece di una citttadinanza profondamente attiva fatta di permanenza, di esperienza, di acquisizione e di arricchimento. Mi domando se forse serviva una marca da bollo per la mia "cittadinanza spirituale", costruita e abitata giorno dopo giorno?

La domanda della Responsabile aveva escluso la mia Bildung italiana, la permanenza che aveva costruito e formato il mio essere e il mio abitare, lo stesso abitare affrontato da Martin Heidegger all’interno dei suoi Saggi e Discorsi: «Che significa allora: ich bin (io sono)? L’antica parola bauen, a cui si ricollega il bin, risponde: ich bin, du bist vuol dire: io abito, tu abiti. Il modo in cui tu sei e io sono, il modo in cui noi uomini siamo sulla terra, è il Buan, l’abitare». Per quanto io sia il mio essere, e per quanto la Responsabile fosse il suo essere, i nostri abitare non si sono incontrati.

Il percorso capace di fondare la "cittadinanza spirituale" è un percorso fatto dello stesso riconoscimento dell’abitare dello straniero, abitare che non si consuma nella sola categoria: lo straniero che abita in Italia, vana formula che non mette in discussione l’esperienza formativa dell’abitare. Heidegger sottolinea un altro fatto: «Non ci limitiamo ad abitare, sarebbe come un non far nulla, ma invece siamo in un certo mestiere, facciamo degli affari, viaggiamo e abitiamo da qualche parte mentre siamo in viaggio, ora in un posto ora in un altro. Costruire significa orginariamente abitare».

Naturalmente la Responsabile dopo il nostro incontro dis-abitato, non mi ha più richiamata per il posto per il quale avevo effettuato il mio colloquio, e nella sua brevità, nonostante io avessi risposto alla sua domanda, in realtà non sono mai riuscita ad abitarla.

Verona: "[...] una città pacificata dal benessere raggiunto da una generazione di padri che hanno conosciuto la miseria del contadino e il riscatto del denaro". (Vittorino Andreoli)