Même pas peur ! al Flagey di Bruxelles

Articolo pubblicato il 20 novembre 2015
Articolo pubblicato il 20 novembre 2015

Fino al 30 novembre 2015, lo Studio 5 Flagey di Bruxelles proietta l'ultimo documentario di Ana Dumitrescu Même pas peur !, un'opera sulla Francia del dopo Charlie Hebdo. La documentarista Ana Dumitrescu sottolinea che il film è "una denuncia della manipolazione della paura e offre voci e punti di vista poco diffusi dai grandi media".

Per tutta la durata del documentario, Ana fa intervenire personaggi di alta caratura, dei docenti universitari, dei filosofi, giuristi, politologi dai nomi importanti come Alain Touraine, Odon Valet, Benjamin Coriat su come viene percepito l'Islam, su come il trattamento mediatico degli eventi di Charlie Hebdo abbia influito sulla comunità musulmana proveniente dall'immigrazione e sulle decisioni politiche del governo Hollande in seguito all'attentato al settimanale Charlie Hebdo.

Tutti denunciano all'unisono il trattamento mediatico e l'inadeguatezza delle decisioni politiche, in special modo il rafforzamento della sicurezza come sola risposta politica all'attentato, puntando il dito contro le mancanze e le inefficienze della Francia sulle questioni dell'integrazione, della lotta al razzismo e della situazione socioeconomica delle banlieue. "Si punta il dito contro i fautori del disordine piuttosto che contro chi è stato parte attiva nel disordine" dice uno degli intervistati nel documentario.

Un dibattito per pochi eletti

Eppure il film non brilla per la sua originalità. Espressione di una conventicola di professori e intellettuali, il documentario lascia ben poco spazio a coloro che per primi sono toccati dalla vicenda, ossia i migranti e le comunità nate dal fenomeno dell'immigrazione, francesi musulmani e/o presunti musulmani. Per di più, i discorsi, alcuni piuttosto critici della copertura mediatica maggioritaria, sono stati proposti a più riprese sia da network televisivi importanti che dai giornali. Volto più a fornire il quadro di una situazione ben conosciuta che la ricerca di soluzioni, il film lascia una vaga sensazione di déjà-vu.  In effetti, uno degli spettatori mi ha confessato all'uscita dal cinema la sua relativa delusione, constatando che il documentario  "non faceva che sfondare delle porte aperte".

Eppure, l'argomento altamente polemico merita un'attenzione particolare e risposte plurime, non soltanto quelle accademiche. Per esempio: qual è stato l'impatto dell'evento sulla presunta comunità musulmana in Francia?  Come vivono queste persone la situazione del dopo Charlie Hebdo? La loro vita quotidiana è cambiata, si è trasformata? Quale percezione hanno della politica e della società francese? Sarebbe stato interessante dar loro la parola, evidenziare il loro punto di vista. Per di più il film, pur parlando di politica, non lascia mai parlare dei politici sull'argomento.

Oltre a un trincerarsi in un approccio condiscendente, come se bisognasse "insegnare alla gente", nel criticare in maniera un po' puerile la cultura popolare e del pensiero comune, la regista non lascia spazio alle contraddizioni e si accontenta di dare la parola soltanto agli intellettuali, che certamente hanno una visione analitica della questione, ma i cui propositi sembrano proprio per questo eterei, puramente speculativi e astratti; la volontà di distaccarsi dall'emotività va motivata prima di rivendicare questa scelta e riconoscerne la soggettività.

Giudicate voi : http://www.flagey.be/fr/programme/17919/meme-pas-peur-/ana-dumitrescu

L'anteprima del 12 ottobre è stata anche occasione di un dibattito alla presenza della regista, di Didier Heiderich (consulente in comunicazione sensibile e gestione della crisi, Presidente dell'Osservatorio Internazionale di crisi) e Dominique Thewissen (psicoterapeuta) oltre che della presentazione del bimensile "Même pas peur", giornale satirico nato il 25 febbraio 2015.