La disoccupazione nel nome del padre

Articolo pubblicato il 25 settembre 2013
Articolo pubblicato il 25 settembre 2013

Cosa succede quando genitori e figli sono uniti nella disoccupazione e nella ricerca di un nuovo lavoro? Il loro rapporto viene stravolto e i ruoli sociali si annullano nel perdono reciproco.

"La vera ragione dell'elevazione del lavoro nell'età moderna fu la sua "produttività", e l'affermazione apparentemente blasfema di Marx che il lavoro (e non Dio) creò l'uomo […] fu solo la formulazione più radicale e coerente di un'idea con la quale tutto il mondo moderno era d'accordo. […] È caratteristico di ogni lavoro il fatto di non lasciare nulla dietro di sé, il fatto che il risultato del suo sforzo sia consumato quasi con la stessa rapidità con cui lo sforzo è speso". (Hannah Arendt, Vita Activa)

Se il lavoro "creò" l’uomo, il lavoro a sua volta "creò" i genitori, i quali a loro volta, decisero di creare un secondo lavoro, cioè i figli. La relazione di crescita che stimola il percorso del genitore e del figlio è una relazione fondata sul lavoro, che permette appunto a entrambe le parti di affermarsi, comprendersi e sostenersi. Ma che cosa avviene nel momento in cui il lavoro viene a mancare, in quanto risorsa capace di intrattenere una relazione con il mondo e con i propri figli? Che cosa rappresenta un genitore privo del suo lavoro agli occhi di un figlio? Due binomi si sciolgono.

Perdere le chiavi di casa

Tale argomento non è inedito, ma ogni volta che il "passo in avanti" diventa un "passo diverso" (e non indietro!), qualcosa nella vita del figlio cambia radicalmente. La relazione inizia a trasformarsi in un sollecito costante da parte del figlio verso il genitore di trovarsi al più presto un nuovo impiego. Dunque non c'è tempo da perdere per il genitore, il quale deve riprendersi subito il ruolo di "lavoratore". Un sollecito che tende verso la "ricostruzione" del binomio "genitore-lavoro". Il genitore in qualche modo "deve" continuare a lavorare per mantenere attivo il suo binomio. Spesso la formula più adoperata è la seguente: "ho perso il lavoro". Quest'ultima è nota a molti, perché in qualche maniera dice tutto, senza la necessità di soffermarsi sulla tipologia del lavoro piuttosto che su tutti quei dettagli che caratterizzano un certo tipo di impiego. Quando si "perde" il lavoro, i dettagli, les subtilités, i fili più fragili e più nascosti cessano di accompagnare la formula. Perché la formula è una sola e piuttosto chiara, una specie di concetto-masso, pesantemente omogeneo che al tempo stesso tende a destrutturare una rapporto. Ho perso il lavoro allo stesso modo in cui ho perso le chiavi di casa, o un oggetto caro alla memoria, ho smarrito il diritto di continuare a rimanere all'interno del binomio, per continuare a trasformare la comprensione e l'affermazione mia e di mio figlio.

Ricerca e attesa

In questo caso non ci sono più creatori ma solamente genitori che perdono il lavoro e figli che per-dono la ragione, e tale perdita sarà l'occasione dell'elaborazione di un dono inatteso: quello del supporto sincero che si manifesta attraverso l'accoglienza del figlio verso il genitore. La perdita del lavoro da parte del genitore implica un per-dono da parte del figlio? E soprattutto, tale perdita spezza davvero il suo binomio "genitore-lavoro", lasciando il genitore completamente nudo, spostandolo all'interno di un nuovo binomio "genitore-attesa"? Il momento che segna in particolar modo il figlio, non è tanto la perdita del lavoro da parte del genitore stesso, quanto lo scioglimento del binomio e dell’incontro sorprendentemente semplice con il genitore non più lavoratore, non più creatore, non più fonte sicura di sostentamento; l'incontro con la presenza della persona che senza il proprio lavoro è "attesa e ricerca". Gli anni passano, il genitore non ritrova un nuovo impiego e il figlio, che da tempo ha smesso di studiare, cerca un lavoro insieme al genitore. Ora si trovano insieme, sciolti, in una "ricerca e attesa" condivisa: quella di una fonte di relazione. Il genitore non è più genitore e il figlio non più figlio, l'illusione della creazione e del creatore scompare, sono entrambi due adulti, due esseri nella stessa casa che non cercano più ruoli da attribuirsi.

Gli anni passano, il genitore non ritrova un nuovo impiego e il figlio, che da tempo ha smesso di studiare, cerca un lavoro insieme al genitore. Ora si trovano insieme, sciolti in una "ricerca e attesa" condivisa: quella di una fonte di relazione. Il genitore non è più genitore e il figlio non più figlio, l'illusione della creazione e del creatore scompare, sono entrambi due adulti, due esseri nella stessa casa che non cercano più ruoli da attribuirsi.

Nel momento in cui il lavoro si perde, il genitore e il figlio dovranno imparare ad affrontare l'esperienza della disoccupazione con coraggio e disponibilità nei confronti della vita stessa, che non si è mai "licenziata", ma continua al di là di tale perdita. L'età del genitore incontrerà l'età del figlio e con due "età" diverse si farà la somma di due esistenze che sfrutteranno la "perdita" del lavoro come il vero primo incontro in assenza del "Dio del Lavoro": un incontro capace di mettere in contatto la perdita e il perdono, ovvero un rapporto fatto di continuità e dialogo. Così, la rottura del binomio "genitore-lavoro" dimostra  ciò che Hannah Arendt accennava in Vita Activa: il lavoro non lascia nulla dietro di sé, a parte un qualcosa che le persone dovrebbero essere in grado di raccogliere da quel nulla, ormai dietro di loro.

VIdeo Credits: UNNATURALCAUSES/youtube ; Community News Commons/youtube