Emilie Simon: "Io non esploro, suono"

Articolo pubblicato il 05 ottobre 2009
Articolo pubblicato il 05 ottobre 2009
Si è trasferita a New York e ora ritorna con un album elettro-pop uscito il 21 settembre. A 31 anni, questa cantante francese, creativa ed erudita, entra nell’ingranaggio di una Big Machine, un disco interamente in inglese.

Indossa un’inverosimile tunica verde cangiante e riesce a farlo con classe

Abbiamo appuntamento all’hotel Amour, e il nome è tutto un programma, nell’elegante arrondissement numero nove, uno dei quartieri di Parigi. In piena maratona promozionale per il suo nuovo disco Emilie Simon passa dalla hall al cortile dell’hotel per rispondere ai giornalisti. Indossa un’inverosimile tunica verde cangiante e riesce a farlo con classe. Si presta al gioco domanda-risposta senza reticenze, c’è anche un certo piacere nel parlare del suo nuovo disco, e si diverte durante il servizio fotografico. Voce da ragazzina, charme di donna, sorriso franco. Questa signorina vi penetra in fondo agli occhi e risponde senza giri di parole. Da quel momento darsi del tu viene naturale, in fondo lei ha appena 31 anni.

Metto il registratore tra di noi prima di cominciare l’intervista, lei afferra il curioso oggetto e domanda divertita: “Ma è il tuo telefono?”. Agli antipodi della diva capricciosa, riderà quando le domanderò se è stanca di sentire sempre le stesse domande: “Ed è solo l’inizio!”, mi risponde.

Da Montpellier a New York…

Non è più così francese, Emilie, nata a Montpellier si è poi trasferita a New York. Partita solo per le vacanze ne è rimasta sedotta e ha deciso di stabilirsi a Brooklyn, almeno per i primi tempi. Ama l’energia di questa città-mondo di cui parla con entusiasmo, New York… una sorta di sfida, un colpo di fulmine? Non riusciremo a saperne di più. Visibilmente innamorata, snocciola i quartieri dove ha vissuto: da Chinatown a Williamsburg, tra avanguardia di élite e street-art, New York rispecchia in fondo la cantante: molteplice, cangiante, spumeggiante.

In questa megalopoli dove il pubblico non la conosce - qui la versione americana de La marcia dei Pinguini (il film che l’ha resa famosa in Francia) ha una colonna sonora diversa - Emilie riparte da zero, suona nei club, si gode l’atmosfera intimista delle piccole sale, (ri)diventa confidenziale. "E’ molto piacevole. La gente che viene a vedermi non viene per la-ragazza-che-ha-vinto-tre-Victoires-de-la-musique (concorso musicale francese). Vengono senza giudizi a priori perché non mi conoscono. E allora sì, diventa una sfida costante, ma soprattutto è uno stimolo permanente. Se vanno via contenti, allora sono stata brava, sono riuscita ad emozionarli". 

Da quella sponda dell’Atlantico, ha sentito parlare della legge Hapodi? Lei svia il discorso con un sorriso che disarmerebbe ogni velleità giornalistica. È sincera, Emilie: ”Ne ho sentito parlare, ma non ho nessuna opinione in merito. So che bisognerebbe averne sempre su tutto, ma preferisco tacere piuttosto che parlare conoscere bene l’argomento”. Le chiedo come vive i suoi ritorni a Parigi, in Francia. Riflette. “Non c’è esattamente la stessa energia, qui, ma fa comunque bene”.

... dagli studi ai premi

"Io non esploro, suono", e dicendolo fa trasparire ciò che rimane del suo accento del Sud, coprendo quello tipico dei Francesi che vivono in un paese anglofono. "Esplorare ha un carattere molto scientifico e organizzato, ma nulla di tutto ciò è pianificato. Non ci sono percorsi prestabiliti riguardo la carriera. Ho imparato a suonare la chitarra e il piano e poi, per andare più lontano, ho voluto imparare a mixare. Per me è una prosecuzione, la successione logica. È accaduto naturalmente". Così, naturalmente, Emilie è passata dal conservatorio di Montpellier, dove l’insegnamento avviene senza dolore, alla Sorbona e all'Ircam, istituto all’avanguardia per quanto riguarda il trattamento del suono e della musica elettronica.

Gli album di Emilie Simon sono di quelli che si riscoprono senza mai abbandonarsi nell’intimità di uno scompartimento di un treno deserto o su un impianto hi-fi potente. Che sussurri o esploda, la più sapiente delle cantanti popolari sorprende e, ecco la parola chiave, si diverte.

The Big Machine

Quando ho cominciato a scrivere, non mi sono venute parole in francese

Questo ultimo album, The Big Machine, è in inglese. Forse per conquistare l’America ? Emilie smentisce: "È venuto così Vivevo in un paese anglofono, leggevo in inglese e ho finito per sognare in inglese. Quando ho cominciato a scrivere, non mi sono venute parole in francese".

Nel periodo in cui scriveva ha dovuto un po’ ritirarsi dal mondo, racconta: “Ascoltavo già le mie canzoni tutto il giorno. La sera, rientrando a casa, non potevo ascoltare altra musica. Non è un buon momento per aprirsi”. È la prima volta che presenta le sue nuove composizioni al pubblico, testimone delle sue evoluzioni: ”Non ero abituata. Non bisogna lasciarsi troppo influenzare e pensare tutto il tempo a coloro che ascolteranno le tue canzoni, altrimenti ti blocchi”.

Se si dovesse assolutamente descrivere The Big Machine, diciamolo, ci si troverebbe un po’ in imbarazzo. Ci si imbatterebbe nel gioco di sonorità crative e si direbbe in tutta franchezza: degna erede di Björk, la piccola francese si avventura seguendo le orme di Kate Bush, che Emilie cita, ovviamente, tra i suoi punti di riferimento: "Sono cresciuta con Kate Bush, è un’artista completa, un universo incredibilmente ricco. Anche altri sono stati la colonna sonora della mia infanzia. Siamo sempre il risultato di un fascio di influenze". Le due artiste condividono un gusto affermato per l’innovazione, una tendenza a sorprendere con ogni album. Allora, si dirà piuttosto: in un paesaggio musicale dove la canzone regna malinconicamente sovrana, la piccola francese fa spirare un vento di freschezza. Insomma, in questo panorama Emilie rappresenta un contrasto che fa comunque bene.