Emel Mathlouthi, la voce del popolo tunisino

Articolo pubblicato il 20 febbraio 2012
Articolo pubblicato il 20 febbraio 2012
Una bellezza tipica degli anni 30 che da dieci anni canta la sua protesta contro le dittature del mondo arabo, spostandosi tra la Tunisia, sua terra natale, e la Francia. Un album appena uscito e una tournée alle porte. Un genere che va dal lirico al folk e all’electro sound, e una voce di denuncia divenuta l’emblema della rivoluzione araba.

"Siamo uomini liberi e senza paura, siamo segreti che non muoiono mai, siamo la voce di chi lotta": presentata all’edizione 2007 del festival Rythmes Africains in piazza della Bastiglia a Parigi, la canzone intitolata Kelmti Horra (La mia parola è libera) è subito diventata l’inno della rivoluzione tunisina. Trasmessa costantemente da radio e televisioni, questa dolce melodia è diventata la colonna sonora del tripudio popolare seguito alla fuga di Ben Ali. A cantare, la voce del popolo Emel Mathlouthi.

cafebabel.com: cosa ha ispirato il testo della tua canzone?

"E’ il lavoratore che ricerca l’equilibrio, non l’artista. Non c’è un posto giusto al momento giusto nell’arte"

Emel Mathlouthi: è stato un regalo di un mio amico che ho voluto condividere non solo con il popolo tunisino, ma con tutti i paesi oppressi dalla dittatura. Ho volutamente composto una melodia dolce per compensare la durezza del testo. Questa canzone mi rappresenta molto; sono sempre stata scoraggiata dalle condizioni del mio paese. Più e più volte sono stata privata della mia libertà quand’ero piccola, ma non ho mai abbassato la testa, non mi sono mai piegata all’oppressione, per questo ho cominciato a cantare, per potermi esprimere liberamente.

cafebabel.com: è stato difficile, sotto la dittatura, seguire la tua vocazione artistica?

Emel Mathlouthi: Sicuramente non è stato facile. Ho dovuto affrontare diversi ostacoli. Non mi è mai stato impedito di cantare, ma ero comunque impossibilitata a farlo poiché non facevo parte della cerchia ristretta di musicisti apprezzati dai cosiddetti potenti. Nessun locale mi permetteva di esibirmi, nessuno mi proponeva collaborazioni e nessuno pubblicava i miei dischi.

cafebabel.com: ti senti l’emblema di questa rivoluzione?

Emel Mathlouthi: Si, abbastanza. Quando tutto questo è cominciato, ero in piazza con i miei musicisti. La mia fan page su Facebook era stata chiusa perché aveva superato i 30.000 "mi piace" e le mie canzoni erano state cancellate dalla lista dei brani trasmessi alla radio. A quel punto mi sono detta: "Non importa, prima o poi tutto questo finirà". Ho deciso così di supportare il movimento rivoluzionario e dedicargli il mio concerto di Sfax (seconda città della Tunisia). Solo una settimana più tardi Mohamed Bouazizi, attivista tunisino, si è dato fuoco in segno di protesta per le condizioni in cui versava il paese.

cafebabel.com: hai mai avuto paura?

Emel Mathlouthi: a differenza del popolo, io sono sempre stata serena. Affronto il tema della libertà in tutti i miei testi. Mi espongo per la dignità del mio paese; è una questione di sopravvivenza. Sono sempre stata indignata da quello che vedevo in televisione. Ci facevano credere che il nostro fosse un bel paese; ero disgustata e allo stesso tempo terrorizzata, come tutti, all’idea di poter incrociare un poliziotto per strada. Tutto ciò era insopportabile.

cafebabel.com: perché sei tornata in Francia dopo il concerto di Sfax?

Emel Mathlouthi: dovevo tornare per continuare a lavorare al mio progetto: l’album che sta per uscire, quello della mia vita. Questa volta mi sono cimentata in un altro genere, il Trip.Hop. Con i mie testi stavo davvero per tessere tutta la storia della Tunisia. Era una corsa contro il tempo perché volevo finire il prima possibile per supportare i manifestanti.

cafebabel.com: come hai vissuto il periodo successivo a quello francese?

Emel Mathlouthi: Sono rimasta scioccata, davvero scioccata dall’atteggiamento dei politici Frédéric Mitterrand, Michèle Alliot-Marie e gli altri. Una volta terminata la rivoluzione sono tornati tutti a ricoprire le loro cariche. Ho davvero provato a sfruttare la mia popolarità per far parlare dei massacri; i media francesi esercitano una forte influenza sui politici. Con il collettivo Action Tunisienne avevamo provato ad organizzare un concerto all’Élysée-Montmartre per il quale però si sono mobilitati davvero pochissimi artisti, e dopo Fukushima ho capito perché e quale realmente fosse il loro unico interesse.

cafebabel.com: credi di aver trovato il giusto equilibrio nella tua vita?

Emel Mathlouthi: E’ il lavoratore che ricerca l’equilibrio, non l’artista. Non c’è un posto giusto al momento giusto nell’arte. La musica mi permette di aiutare, nel mio piccolo, gli altri; è per questo che penso che il mio sia un messaggio universale e non unicamente indirizzato al mio paese. A trent’anni rimango un’ostinata ribelle.

cafebabel.com: che ne pensi della presa di potere dell’Ennahda, il partito fondamentalista tunisino?

Emel Mathlouthi: Me lo aspettavo. Il Movimento della Rinascita (il nome ufficiale dell'Ennahda) è nato con l’inizio della crisi sociale. Ora resta da vedere se sia in grado di salvarci dal marasma economico in cui ci troviamo. Penso sappia che la religione non ha mai sfamato il popolo. La Tunisia è sempre stato un paese dalla mentalità aperta anche se, sulla carta, non è laica.

cafebabel.com: l’uscita del tuo nuovo album, una tournée alle porte, l’attenzione dei media. Tutto questo rappresenta una rivincita per te?

Emel Mathlouthi: Il palcoscenico, la possibilità di esprimermi lo sono. Sia perché canto principalmente in Tunisia e poi perché sono una donna. Sono davvero orgogliosa del mio progetto. Sono euforica e soddisfatta; ho come l’impressione di essere posseduta.

Leggete la cronaca del concerto di Emel Mathlouthi a Parigi su La Parisienne di cafebabel.com.

Foto di copertina: © AlbimAzza Béji & Gaith Arfaoui; testo: © Tao Zemzemi; © fan page Facebook di Emel Mathlouthi; Video: linguisticmed/YouTube.