Emanuele Crialese: vivo in un mondo che non capisco

Articolo pubblicato il 22 giugno 2016
Articolo pubblicato il 22 giugno 2016

Attenzione, questo articolo non è stato ancora editato, né pubblicato in alcun gruppo

Cafebabel ha incontrato il grande regista italiano al Brussels Film Festival e ha dialogato con lui sulle grandi sfide attuali. In occasione della giornata mondiale del rifugiato, abbiamo ripercorso con lui il suo "Terraferma", chiacchierando di cinema e immigrazione.

“Io mi occupo di politica facendo dei film, ma non faccio dei film politici. Mi occupo del mondo e della mia società, cercando di guardarla da un punto di vista. Non pretendo con i miei film di raccontare delle storie vere o interpretate come tali. Sono storie, e tutte le storie hanno una parte di verità e una parte di finzione. Io questo ruolo ci tengo a difenderlo.” Emanuele Crialese, punta di diamante del cinema d’autore italiano, ci ha offerto una sua interpretazione sulla realtà attuale nella quale il cinema può ancora avere un ruolo determinante.

Il direttore del festival Ivan Corbisier ha insistito sul ruolo della cultura per combattere oscurantismo e violenza. Come interpreta quest’epoca di grandi sfide e incertezze?

Sento che sto vivendo in un mondo che non capisco, anche per questo non faccio un film da un po’ di tempo. È sempre più difficile per me parlare di attualità perché è qualcosa che mi sfugge dalle mani. Credo che ci sia una grossa responsabilità da parte dei mezzi di informazione, in primis la televisione. C’è un espansione di ego e una mancanza di comprensione verso quella che è la vecchia legge della dialettica. Perché quest’ignoranza? Perché siamo alla ricerca di un nemico. O cambiamo le nostre coscienze facendo un lavoro quasi psicanalitico e filosofico, o altrimenti non credo che arriveremo mai da nessuna parte.

Come vede il dibattito sull’immigrazione?

Penso che non si possa togliere il diritto di movimento agli individui che cercano una vita migliore. Parlo di diritti umani. Non si può lasciare fuori, e nel nostro caso annegare e quindi sparire, i cadaveri di gente che sta cercando di migliorarsi. È questo che fa il Mediterraneo: li insabbia. Il grande vantaggio di questa immigrazione, per chi non la vuole, è che i cadaveri non si contano. Stanno sotto il mare e sono divorati dai pesci. Quindi come fai a sapere? Io chiamo quello che sta accadendo un genocidio.

In Terraferma il pescatore Ernesto afferma: “Io di persone in mare non ne ho lasciate mai”. Di gesti così se ne vedono, come se ne vedono tanti altri opposti, qualo l’innalzamento di nuove barriere e la diffusione sentimenti negativi verso il diverso. Secondo lei come si può diffondere umanità fra le persone?

Dal punto di vista umano noi siamo sempre più soli e abbiamo sempre più paura. Siamo molto fragili e vulnerabili e per questo diventiamo cattivi. Si assiste a un progressivo isolamento dalla realtà, ci si rifugia dietro a un computer facendo venir meno i contatti umani. Io sento che la gente è affogata: siamo tutti in mezzo al mare. Ciò che viene messo veramente in discussione è l’identità, la nostra identità che non conosciamo.

Qual è la causa di queste paure?

C’è un esempio molto bello che mi viene da fare: tu sai come i bambini capiscono i loro spazi? Un neonato quando nasce non sa che corpo ha: sente gli odori, i rumori, ma è infinito, non sa di avere un limite. È con le mani della mamma che lo accarezzano che dice “ah, ma questa è la mia faccia, è la mia forma”. Dobbiamo toccarci, dobbiamo relazionarci per capire chi siamo. Se ci allontaniamo e sfuggiamo la relazione, noi ridiventiamo l’infinito incontrollabile. Abbiamo perso i limiti del nostro corpo e per questo siamo attaccati ai nostri confini. Più riusciamo ad allargare le braccia, più la nostra identità si solidifica e si fortifica. Perché quello di cui abbiamo bisogno tutti è amore. Vogliamo la stessa cosa, questo è il paradosso dell’essere umano: vogliamo essere rispettati, amati, capiti e anche apprezzati. E che facciamo? Esattamente il contrario. E sai perché? Perché non crediamo in noi stessi.

Come può il cinema aiutare a guardarsi dentro?

Il cinema è l’unica forma espressiva che può ricordare all’uomo che esiste la forza dell’immaginazione, che possiamo andare altrove pur restando dove siamo. E possiamo immaginare mondi migliori, invece che peggiori o scioccanti, e che quindi avendo questo dono possiamo migliorarci, perché il miglioramento deve partire da una visione del miglioramento. Purtroppo adesso anche il cinema spesso si basa su leggi economiche di mercato, per cui più c’è sangue,tette, culi e scopate, più il film funziona. Bisogna lanciare messaggi che siano, non dico più edulcorati, perché è importante evocare la realtà, ma la realtà va trasfigurata.

Cosa significa per lei fare un film?

Fare un film significa mettere in moto dei meccanismi che continuiamo a portarci dentro e continuano a solleticare domande e cercare risposte. Questo è il mito, un viaggio nel mondo dell’inconscio e del mistero. E guai a chi me lo tocca, io pretendo di non sapere e capire tutto, perché la mia dimensione è quella.

Per lei il cinema è più una terapia o una missione?

Io penso che ogni artista abbia dei grandi fantasmi nell’armadio e questa nostra voglia di comunicare ed esprimere a tutti i costi e contro ogni ostacolo venga da un mondo d’ombra. Molti di noi lo fanno per sopravvivere, perché la realtà è assolutamente invivibile. Quindi è un meccanismo di difesa, se te lo lasciano fare è terapeutico.