Elezioni irlandesi: il 25 febbraio gli emigrati non votano. In Europa, quasi un'anomalia.

Articolo pubblicato il 21 febbraio 2011
Articolo pubblicato il 21 febbraio 2011
Tra pochi giorni cittadini irlandesi eleggeranno i deputati del Dail (la camera legislativa) e un nuovo governo per risollevarsi dalla peggior crisi economica che lo Stato abbia mai affrontato. Tuttavia, molti emigrati che hanno deciso di lasciare il Paese in seguito al malgoverno della coalizione tra Verdi e Fianna-Fail, non potranno votare.

‘No representation without taxation' (nessuna rappresentazione senza tassazione) è lo slogan di coloro che difendono questa legge che priva del voto coloro che abbandonano la madre patria.  Ma è un discorso che non riguarda le migliaia di persone che hanno lasciato l'Irlanda da quando è stata colpita dalla crisi e che fino a qualche mese fa pagavano le tasse. L'Istituto di ricerca sociale ed economica di Dublino (ESRI- Economic and Social Research Institute) ha stimato che in media 1.000 cittadini alla settimana lasciano il paese, e non è poco per uno stato che conta una popolazione di circa 4,4 milioni di abitanti. Considerando un elettorato di poco più di 3 milioni, è ragionevole preoccuparsi del fatto che il milione di cittadini residenti all'estero che non parteciperà alle elezioni avrebbe potuto influenzarne il risultato. L'Irlanda è rimasto uno dei pochi paesi europei che nega ai cittadini non residenti di votare nelle elezioni nazionali; questo privilegio è riservato soltanto ai diplomatici e ai membri dell'arma o della polizia impegnati all'estero. Attualmente solo 26 dei 47 stati membri del Consiglio d'Europa autorizzano a votare i cittadini non residenti senza limiti temporali relativi alla permanenza in un paese straniero. Nel mondo più di 110 stati hanno riconosciuto questo diritto agli emigrati, tra questi vi sono la Repubblica del Botswana, la Colombia, l'Indonesia, l'Iraq, Mali, il Messico e gli Stati Uniti.

I cittadini irlandesi all'estero vogliono votare!

"Sarei molto felice di rinunciare al voto irlandese e aspettare le elezioni presidenziali francesi del 2012."

Tutto ciò colpisce coloro che hanno recentemente dovuto arrendersi al fatto che le loro opinioni non saranno prese in considerazione in occasione delle elezioni del 25 Febbraio. "Mi concentrerò sul risultato finale delle elezioni piuttosto che sulla posizione da prendere", afferma Oralith Finnegan, consulente di pubbliche relazioni, che si è trasferita da Dublino a Parigi nell'estate del 2010. "Il diritto al voto dovrebbe essere esteso per almeno cinque anni a tutti i cittadini irlandesi che vivono all'estero e che potrebbero votare tramite posta o tramite facilitazioni concesse dall'ambasciata. E infine - conclude la signora Finnegan - dovrebbe esistere un sistema di reciprocità per cui i cittadini europei possano decidere chi li governa anche se vivono in un altro stato membro. "In questo caso sarei molto felice di rinunciare al voto irlandese e aspettare le elezioni presidenziali francesi del 2012."

Vincent Murphy, giornalista, aspetta ogni giorno che la sua carta elettorale gli sia consegnata al suo vecchio indirizzo di Dublino. Ma egli attualmente vive a New York e quindi non potrà ugualmente partecipare alle elezioni. L'alternativa sarebbe "tornare a casa, prendere la carta elettorale, votare e poi ripartire. Ma non ha senso, vero?". Tenendo conto della storia dell'immigrazione irlandese, egli si chiede come mai in Irlanda il dibattito sul diritto al voto per i cittadini residenti all'estero non sia mai stato attivato. "La mia decisione di lasciare il paese è stata dettata da motivi personali. Posso solo immaginare quanto, coloro che invece sono stati costretti a trasferirsi all'estero per trovare un lavoro, vogliano dare al governo il loro verdetto". Riconosce però che non è impossibile promulgare leggi per tutti i cittadini irlandesi emigrati: "Potrebbero essere presi alcuni provvedimenti per concedere il voto ai cittadini recentemente trasferiti, per esempio per coloro che hanno vissuto in Irlanda nei due anni precedenti l'emigrazione. Personalmente ho intenzione di tornare in patria nel 2012 e quindi il risultato delle elezioni avrà un impatto concreto anche sulla mia vita."

Catherine Flynn, che lavora a Londra per un'agenzia di social media, ha subito prenotato il volo per l'Irlanda da Londra non appena ha saputo che le elezioni avrebbero avuto luogo il 25 Febbraio. "Mi sento responsabile per aver votato il partito del Fianna Fail (del primo ministro Brian Cown, che governa in coalizione coi verdi, ndr)alle scorse elezioni", spiega. "Questo voto cambierà le sorti dell'Irlanda che troverò al mio ritorno in patria, per questo voglio prenderne parte." David O'Connell, che vive a New York da dieci anni, pensa che sia una disgrazia che non ci siano facilitazioni per permettere ai cittadini emigrati di votare e che al contrario esistano restrizioni contro il diritto al voto. "Si dovrebbe estendere il numero degli elettori ai cittadini che vivono all'estero e che con il loro voto potrebbero far prendere alle elezioni una direzione completamente diversa". David propone anche di assegnare dei seggi in Senato, la più alta camera legislativa irlandese, a dei deputati eletti all'estero. Attualmente si sta rivedendo il ruolo del Senato che è sempre più considerato un organo elitario e irrilevante. Permettendo a deputati emigrati di farne parte si rafforzerebbe il suo ruolo.

L'Irlanda viola la Convenzione europea dei diritti umani

Di fatto il governo uscente propose di stabilire nel 2009 una commissione elettorale indipendente che si sarebbe occupata di estendere il diritto al voto agli emigrati nelle elezioni presidenziali. Ma in seguito ai problemi economici che sono diventati centrali per il governo irlandese, tutto si è fermato. Una sentenza promulgata nel luglio del 2010 dalla Corte europea dei diritti umani (ECHR - European court of human rights) offre però maggiore speranze perché il governo, in futuro, sarà obbligato ad agire. Nel 2007 due cittadini greci emigrati a Strasburgo fecero ricorso sostenendo che il loro diritto al voto era stato violato poiché vivevano all'estero. Avrebbero potuto ritornare in Grecia per votare ma la corte riconobbe che la distanza e le spese che avrebbero dovuto sostenere limitassero il loro diritto al voto garantito dall'

. L'Irlanda, come tutti i membri dell'Unione europea, ha stipulato questa convenzione.

Validatearticolo 3, clausola 1 della Convenzione europea dei diritti umani

Il Regno Unito permette ai suoi cittadini residenti all'estero di prendere parte alle elezioni fino ai 15 anni successivi all'emigrazione. Ma Harry Shindler, reduce della Seconda guerra mondiale, non ci sta, e sfida il governo britannico. Il novantenne , che attualmente vive in Italia, a San Benedetto del Tronto, ha già portato il suo caso davanti alla Corte europea dei diritti umani. I 15 anni sono passati da tempo, ma lui vuole ancora votare: "Uno dei grandi impegni del Consiglio europeo è quello di preservare e rafforzare la democrazia e i diritti civili degli stati membri", afferma la Corte nella richiesta d'intervento inviata al Regno Unito. "Bisogna dare il dovuto riguardo al diritto al voto per i cittadini residenti all'estero, una libertà essenziale per ogni sistema democratico".

Una volta tornata in Irlanda, Oralith Finnegan si è consolata scoprendo che i sondaggi danno per spacciati il 25 Febbraio sia il partito del Fianna Fail che quello dei Verdi, che pagano l'incompetenza palesata in quattro anni al governo. Ma per come stanno adesso le cose, "essendo un cittadino non residente, non potrò avere la soddisfazione di vendicarmi contro il governo alle elezioni."

Foto: (cc) photobunny/ Flickr