Elezioni in Albania: largo ai giovani?

Articolo pubblicato il 26 giugno 2009
Articolo pubblicato il 26 giugno 2009
Spenti i riflettori sulle europee, è ora di accenderli sulle elezioni in Albania, ultimo acquisto nella squadra “wannabe” dell’Unione: domenica 28 giugno gli albanesi saranno chiamati a eleggere il nuovo Parlamento e nuovi (o vecchi) governanti.

A quattro anni di distanza dalle elezioni vinte nel 2005 da Sali Berisha, è di nuovo lui (già Presidente dal 1992 al 1997) il candidato premier del Partito Democratico. A sfidarlo dalle fila del Partito Socialista stavolta c’è Edi Rama, un passato da pittore e professore all’Accademia di Belle Arti, attualmente sindaco di Tirana (al suo terzo mandato), Rama ha preso in mano il Ps nel 2005, dopo la sconfitta del vecchio leader Fatos Nano.

La Nato e poi, l’Europa…

In questo caldo giugno dalle parti di Tirana «la tensione pre-elettorale ha raggiunto l’apice», dice Albert Zholi, giornalista e romanziere, «sia Berisha che Rama hanno dichiarato che si dimetteranno in caso di sconfitta. Il sindaco critica insistentemente la corruzione galoppante dell’attuale Governo, venuto al potere proprio in nome della lotta contro questa piaga che affligge il Paese, mentre Berisha si fregia dei successi ottenuti (la costruzione della superstrada che collega l’Albania al Kosovo e l’entrata del paese nella Nato)». «Ma l’Albania partecipa da anni alle missioni Nato, ad esempio in Afghanistan e Iraq», interviene Dashamir Shehi, ex vice-Primo Ministro, poi fondatore del piccolo partito LZHK, «l’entrata ufficiale è stata una conseguenza naturale». Seguita dalla richiesta di adesione all’Ue. «La risposta europea si baserà sui risultati ottenuti nella lotta contro la disoccupazione, la corruzione, l’immigrazione clandestina e il traffico di esseri umani, oltre che sulla riforma della giustizia», sottolinea Zholi, «questi compiti per casa sono chiari a ogni albanese». «Sono obiettivi fondamentali da raggiungere, soprattutto per noi stessi», aggiunge Shehi, suggerendo che in Albania oggi serve un dibattito pubblico su ciò che comporta entrare in Europa. L’impressione è che spesso si prenda in considerazione solo la libera circolazione all’interno dell’ Ue, possibilità ora legata all’agognato visto, difficilissimo da avere per la stragrande maggioranza della popolazione.

E il problema? Le donne!

Ma per il momento, con la campagna elettorale in corso, l’a(Foto: Alwynt/Flickr)ttenzione è spostata su altri temi. La pessima legge elettorale per esempio, che secondo Shehi «è letale per i piccoli partiti perché impone delle soglie di sbarramento altissime». Inoltre le liste bloccate lasciano tutto il potere nelle mani dei partiti, danneggiando la rappresentatività dei candidati. E poi è nata la questione delle quote rosa: moltissime liste in tutto il paese sono state rimandate indietro per essere corrette perché non includevano il 30% di donne come previsto dalla nuova legge. Così si è acceso il confronto. In molti sottolineano che qui la politica è ancora considerata come una professione principalmente per uomini, visto l’alto grado di offese, insulti e accesissime discussioni che la caratterizzano. «La società albanese è ancora maschilista» dice Zholi, «questa mentalità sta cambiando a Tirana, ma la situazione dei villaggi è piuttosto diversa», quindi «la scelta delle quote rosa può dare più sicurezza alle donne, spingerle a impegnarsi nella vita pubblica, soprattutto nelle realtà chiuse lontano dalla capitale», conclude Shehi. Sembra che qualcosa di simile stia succedendo anche con i giovani. Il nuovo partito G99 si basa completamente sul contributo di studenti e neolaureati, alcuni dei quali hanno scelto di tornare nel proprio paese per seguire il fondatore Erion Veliaj, classe 1979. Anche il nuovo Ps di Edi Rama raccoglie molti giovani, attratti dall’idea che l’intera Albania possa seguire la strada di ammodernamento intrapresa da Tirana, ma Shehi si chiede «quanto potranno veramente fare la differenza se sono tenuti sotto scacco dai partiti, senza i quali non sarebbero mai stati eletti?», mentre Zholi rileva che «non c’è ancora il terreno adatto per mettere a frutto il pensiero progressista di cui i giovani sono portatori. Tutti sanno che in Albania da 19 anni i capi partito e i loro vice sono rimasti gli stessi che hanno creato questi partiti nel 1991».

Ma i nomi delle due maggiori coalizioni createsi finora, “Alleanza per il cambiamento “e “Unione per il cambiamento” simboleggiano la richiesta di ogni albanese: il 28 giugno è ora che la ventennale transizione post-comunista finisca e inizi il cammino europeo.