Edition of Contemporary Music, quarant'anni di suoni jazz in Baviera

Articolo pubblicato il 29 febbraio 2012
Articolo pubblicato il 29 febbraio 2012
Un'etichetta discografica che ritorna in ogni collezione musicale privata. Un fondatore, Manfred Eicher, che ha investito la sua vita nella ricerca di un suono purissimo, "il più vicino possibile al silenzio".
Scoprite con noi i segreti di Meredith Monk, Keith Jarrett, Jan Garbarek, Pat Metheney, Charlie Haden, Stephan Micus, Anour Brahem, Anja Lecher e dei professionisti che hanno contribuito alla realizzazione di un progetto musicale attivo da quarant'anni. Dal giorno in cui un ventiseienne di Lindau, in Baviera, chiese in prestito qualche migliaio di marchi..

“La musica è il centro della mia vita - disse Manfred Eicher - è il suo nucleo essenziale: ogni altra cosa si irradia da questo nucleo, e a questo nucleo sempre ritorna”. Si narra che Eicher, per realizzare il suo sogno, chiese in prestito 16.000 marchi al proprietario di un negozio di dischi.

La ricerca di un suono ancestrale

Esiste un suono ancestrale, da sempre: una voce primitiva che attraversa la natura e che scaturisce dall’anima del mondo. Meredith Monk cattura quel suono e lo elabora, come se nelle sue corde vocali lavorasse un telaio primordiale. “Io lavoro tra le crepe, dove la voce inizia a danzare, il corpo si mette a cantare e il teatro diventa cinema” disse Meredith, nata a New York: un percorso iniziato negli anni ’60 e giunto ai nostri giorni, sempre cercando nella musica una religiosità originaria. Si potrebbe dire che Meredith ha dedicato la sua vita ad elaborare una lingua madre, capace di raccontare il ciclo del buio e della luce, o di tradurre la voce del vento.

Era questo che voleva, Manfred Eicher. Far parlare il silenzio. Ma 16.000 marchi non bastavano. Ci voleva più denaro, e quel denaro arrivò dopo aver scritto una lettera a Keith Jarrett. Jarrett lesse la proposta e rispose che si poteva fare. Nacque così “Facing You”, un disco per solo piano che raccolse un notevole successo, consentendo a Eicher di far decollare finalmente il suo sogno.

La ECM (Editon of Contemporary Music), con sede a Monaco di Baviera, divenne in pochi anni un’importante etichetta in ambito jazzistico. Oltre ai dischi pubblicati in seguito da Jarreth, il catalogo della casa tedesca si arricchì grazie a nomi quali Jan Garbarek, Chick Corea, Pat Metheny, The Art Ensemble of Chicago e Charlie Haden. Ma il jazz, per quanto sia mescolato o re-inventato rimane un genere, ed Eicher lo sapeva. La sua necessità era quella di spingersi più lontano, fino ad assaporare il precipizio delle latitudini estreme.

Stephan Micus è nato a Stoccarda ed è capace di suonare gli strumenti più disparati, che egli stesso si procura in ogni angolo del pianeta. Molti dei suoi dischi sono registrati in ascetica solitudine, sovrapponendo più tracce e moltiplicando la sua voce. Puro spirito nomade, Stephan Micus racchiude nelle sue composizioni la sconfinata bellezza della desolazione, spingendo l’ascoltatore laddove i confini svaniscono. Si diventa piccoli, ascoltando le sue opere, che sono pagine di diario scarabocchiate dalla polvere. Come in una novella di Dino Buzzati, Stephan è il re che cavalca senza sosta per giungere alla fine del suo regno, inviando lettere a chi forse non esiste più.

La scoperta di Arvo Pärt durante un viaggio in automobile

Eicher, come Stephan, voleva ascoltare il mondo, facendoci dono della sua esperienza. In quel giorno del 1984 si trovava sulla sua automobile: l’asfalto che corre, la mani sul volante e dalla radio la sinfonia di un compositore mai sentito. Fu un’illuminazione. Quel compositore era Arvo Pärt e quella sinfonia, “Tabula Rasa”, divenne ben presto un fiore all’occhiello dell’etichetta tedesca, inaugurando una nuova serie del catalogo dedicata alla musica classica contemporanea. Esemplari, a riguardo, sono “Officium”, con il saxofono di Jan Garbareck e il gruppo vocale Hilliard Ensamble, e “Melos”, registrato da Vassilis Tsabroupolos (piano) e Anja Lechner (violoncello), in omaggio al mistico Gudjieff. Un suono nuovo è finalmente nato, ed è il “suono Ecm”: dai ghiacci artici alla sabbie africane, Eicher ci ha fatto conoscere musicisti capaci di narrare il passato creando il presente, discepoli e innovatori di una liturgia musicale che attraversa le culture.

Il catalogo Ecm raccoglie circa 1.200 titoli, tra i quali figurano molte colonne sonore.

Anour Brahem è tunisino e suona l’oud, un liuto diffuso nei paesi medio-orientali. Mani veloci, anima araba e gusto europeo. Le corde del suo strumento sono onde nel deserto, e le sue composizioni racchiudono tutta la malinconia di chi ha camminato a lungo. Sono una decina i suoi dischi pubblicati dalla Ecm, ma è come se ognuno di essi fosse il capitolo di una storia immensamente più grande, e in parte ancora da raccontare.

Il catalogo della Ecm raccoglie oggi circa 1.200 titoli, strizzando l’occhio anche al cinema: basti pensare alle colonne sonore dei film di Godard e di Angelopulos, o al disco di Stefano Battaglia dedicato a Pasolini, o alle musiche del quartetto di Francois Couturier, ispirate alle pellicole di Tarkovsky. Particolare attenzione è da sempre rivolta anche alla confezione dei cd: non a caso, le copertine dell’etichetta sono divenute nel 1996 il soggetto di un libro, "Sleeves of Desire" (Lars Müller Publishers, Badem).

“Il contenuto è la cosa più importante - ha detto recentemente Eicher - Voglio fare album che abbiano un inizio e una fine, e che in mezzo siano come un film, o un romanzo”. In un’epoca come la nostra, musicalmente contraddistinta dai comandi “download” e “playlist”, queste parole vogliono ricordarci che certi album non sono la semplice somma delle loro tracce, ma qualcosa di più complesso, e forse inafferrabile.

Foto di copertina: Stéfan/flickr: testo: chiarashine/flickr; video: mmonkhouse/youtube, anarchemitis/youtube;