Edimburgo: la creatività come ragione di vita 

Articolo pubblicato il 16 giugno 2014
Articolo pubblicato il 16 giugno 2014

Co­no­sciu­ta nel mondo per il Frin­ge, il fe­sti­val del tea­tro che ogni esta­te porta in città mi­glia­ia di spet­ta­co­li, ad Edim­bur­go la crea­ti­vi­tà va oltre il pal­co­sce­ni­co. L’ar­te giun­ge sino agli ospe­da­li, aiuta i bam­bi­ni a com­bat­te­re le ma­lat­tie e tra­sfor­ma la vita di quei gio­va­ni che, per mo­ti­vi di­ver­si, non hanno an­co­ra tro­va­to la pro­pria stra­da.

In molti ab­bia­mo sen­ti­to par­la­re di Edim­bur­go e del suo fa­mo­so Frin­ge Fe­sti­val, che ogni anno at­trae cen­ti­na­ia di com­pa­gnie tea­tra­li pro­ve­nien­ti da ogni parte del mondo. Ma tutto si ferma al fe­sti­val? Sono an­da­to nella ca­pi­ta­le scoz­ze­se con l’in­ten­zio­ne di ve­de­re fino a che punto l’ar­te e la crea­ti­vi­tà fac­cia­no parte della vita dei suoi abi­tan­ti e per ca­pi­re cosa suc­ce­de du­ran­te i re­stan­ti mesi, se il Frin­ge è la di­mo­stra­zio­ne di ciò che av­vie­ne nella ca­pi­ta­le du­ran­te tutto l’an­no o se, al con­tra­rio, è solo un fuoco di pa­glia. Ciò che non mi aspet­ta­vo è ciò che alla fine ho sco­per­to. In Sco­zia, la crea­ti­vi­tà è molto più che cul­tu­ra: è uno stile di vita o, me­glio, la ra­gio­ne di vita di tante per­so­ne

L'ar­te in ospedale

In­con­tro la te­ra­peu­ta Shee­na Mc­Gre­gor al pa­di­glio­ne Ca­le­do­nia del­l’o­spe­da­le pe­dia­tri­co Yor­khill di Gla­sgow, a due ore in treno da Edim­bur­go. Da 15 anni Shee­na si de­di­ca al­l’ar­te­te­ra­pia, una di­sci­pli­na nata in Gran Bre­ta­gna dopo la Se­con­da Guer­ra Mon­dia­le. Da ciò che rac­con­ta la te­ra­pia ini­ziò ad es­se­re pra­ti­ca­ta nelle car­ce­ri e negli ospe­da­li su pa­zien­ti af­fet­ti da tur­ber­co­lo­si o con pro­ble­mi psi­co­lo­gi­ci.

Shee­na, che la­vo­ra anche per l’as­so­cia­zio­ne Crea­ti­ve The­ra­pies, passa quat­tro gior­ni a set­ti­ma­na con bam­bi­ni che pre­sen­ta­no pro­ble­mi psi­co­lo­gi­ci, ma­lat­tie car­dia­che, di­stur­bi ali­men­ta­ri, stress emo­ti­vo. “Spes­so i bam­bi­ni di­co­no che stan­no bene, in real­tà non è così. Sem­pli­ce­men­te non tro­va­no le pa­ro­le giu­ste per espri­me­re ciò che sen­to­no”. In ge­ne­ra­l non pos­so­no con­dur­re la stes­sa vita dei com­pa­gni di clas­se, cosa che li fa sen­ti­re di­ver­si e, in un certo senso, de­bo­li. Una volta at­tra­ver­sa­te le porte del pa­di­glio­ne Ca­le­do­nia, però, le cose cam­bia­no ed è con Shee­na che tro­va­no il loro punto di forza: la crea­ti­vi­tà. “Non pos­so­no fare sport, né tante altre cose che fanno i loro coe­ta­nei, ma pos­so­no es­se­re crea­ti­vi e fare cose me­ra­vi­glio­se”, com­men­ta la te­ra­peu­ta, mo­stran­do­mi i la­vo­ri rea­liz­za­ti qual­che anno fa da al­cu­ni suoi pa­zien­ti. “Tutto ciò è qual­co­sa di molto più per­so­na­le, non tan­gi­bi­le. Non ci si basa su do­man­de di­ret­te, ma sul­l’os­ser­va­zio­ne del bam­bi­no, come re­spi­ra, come entra in stan­za. Ci si basa, es­sen­zial­men­te, sulla re­la­zio­ne che si in­stau­ra tra di noi”

Anche se l'ar­te­te­ra­pia vanta una lunga tra­di­zio­ne nel Regno Unito, la dot­to­res­sa am­met­te che molti ge­ni­to­ri sono scet­ti­ci nei con­fron­ti del trat­ta­men­to, un at­teg­gia­men­to che cam­bia col pas­sa­re del tempo. “Le in­fer­mie­re hanno detto che mio fi­glio stava at­tra­ver­san­do un pe­rio­do di “paura esi­sten­zia­le. An­da­re lì a di­ver­tir­si, fa­cen­do pic­co­li la­vo­ri di ma­nua­li­tà con altri bam­bi­ni come lui, sem­bra lo stia aiu­tan­do molto, sta af­fio­ra­do ciò che ha den­tro”, ha af­fer­ma­to la madre di un bam­bi­no di 10 anni, pa­zien­te di Shee­na. “Quan­do lo vado a pren­de­re a scuo­la, lo trovo sem­pre stan­co e di cat­ti­vo umore, ma quan­do torna dal­l’o­spe­da­le è di­ver­so, è molto più co­mu­ni­ca­ti­vo, spe­gne la radio e chiac­chie­ra con me”.  Inol­tre, sono pro­prio i dot­to­ri a con­si­glia­re l’ar­te­te­ra­pia du­ran­te le cure me­di­che per­ché “ve­do­no la dif­fe­ren­za, ve­do­no che i bam­bi­ni ac­qui­si­sco­no fi­du­cia in se stes­si, sono meno tri­sti, hanno più ener­gia, tor­na­no ad es­se­re dei bam­bi­ni nor­ma­li”, ag­giun­ge la te­ra­peu­ta. “Il pro­ble­ma della me­di­ci­na è che og­get­ti­viz­za i bam­bi­ni; con l’ar­te­te­ra­pia, in­ve­ce, smet­to­no di sen­tir­si un 'pro­ble­ma car­dia­co' e tor­na­no a sen­tir­si degli es­se­ri umani, es­se­ri crea­ti­vi”.

Intraprendere un cammino 

Oltre alla te­ra­pia in senso cli­ni­co, ad Edim­bur­go esi­sto­no delle ini­zia­ti­ve che com­bi­na­no l’ar­te e la cre­ti­vi­tà con il so­cia­le e la psi­co­lo­gia. Al Print­works, nella zona est della città, l’as­so­cia­zio­ne Im­pact Arts pro­muo­ve già da due de­cen­ni  l’in­se­ri­men­to so­cia­le e la­vo­ra­ti­vo degli ado­le­scen­ti, gra­zie al pro­get­to Crea­ti­ve Path­ways. È mez­zog­gior­no e la sede del­l’as­so­cia­zio­ne si pre­sen­ta come uno spa­zio dia­fa­no e ab­ba­stan­za di­sor­di­na­to; ci sono trac­ce di crea­zio­ne ad ogni an­go­lo: schiz­zi, mo­del­li, assi di legno, stof­fe e ma­ti­te co­lo­ra­te. Qui, ogni quat­tro mesi, 30 ra­gaz­zi tra i 16 e i 19 anni se­guo­no dei pro­gram­mi di for­ma­zio­ne re­la­zio­na­ti con le arti sce­ni­che: re­ci­ta­zio­ne e dram­ma­tur­gia, di­se­gno di co­stu­mi e di sce­no­gra­fia.

Sarah Wal­la­ce, di­ret­to­ra di op­por­tu­ni­tà, mi rac­con­ta come fun­zio­na l’as­so­cia­zio­ne. “Crea­ti­ve Pa­th­ways nasce per man­te­ne­re viva la cul­tu­ra e per dare ai gio­va­ni la pos­si­bil­tà di for­mar­si pro­fes­sio­nal­men­te”. L’u­ni­co re­qui­si­to per ac­ce­de­re al pro­gram­ma è quel­lo del­l’e­tà, anche se “la mag­gior parte dei ra­gaz­zi ci viene af­fi­da­ta dai di­fen­so­ri dei mi­no­ri o dagli as­si­sten­ti so­cia­li, per­chè non sono stati am­mes­si a scuo­la o non hanno por­ta­to a ter­mi­ne gli studi”. Per que­sto, Crea­ti­ve Pa­th­ways non si li­mi­ta ad im­par­ti­re le co­no­scen­ze tec­ni­che della pro­du­zio­ne tea­tra­le: dà ai ra­gaz­zi i mezzi ne­ces­sa­ri per an­da­re avan­ti, tro­va­re un la­vo­ro e, in al­cu­ni casi, ri­far­si una vita. “Cer­chia­mo di tra­sfor­ma­re la vita delle per­so­ne gra­zie al­l’ar­te. A li­vel­lo per­so­na­le, i ra­gaz­zi ri­tro­va­no la fi­du­cia e l’au­to­sti­ma; l’ar­te li aiuta ad espri­mer­si ed a cre­sce­re”, ag­giun­ge Si­mai­ca Car­ra­sco, in­se­gnan­te del corso di dram­ma­tur­gia ed espres­sio­ne cor­po­rea.

Matti è uno dei suoi stu­den­ti. Ha un’a­ria ti­mi­da e, a prima vista, sem­bra iso­lar­si dal grup­po, però, man mano che gli si la­scia spa­zio, ini­zia a sen­tir­si a suo agio e si tra­sfor­ma in un chiac­chie­ro­ne. “Siamo in­tel­li­gen­ti in ma­nie­ra di­ver­sa e ab­bia­mo un’al­tra vi­sio­ne del mondo. Non ci è an­da­ta bene con il si­ste­ma edu­ca­ti­vo tra­di­zio­na­le per­chè siamo per­so­ne con altri stru­men­ti ra­zio­na­li, siamo più crea­ti­vi”, rias­su­me in forma estre­ma­men­te chia­ra, as­si­cu­ran­do­mi che il corso lo sta aiu­tan­do a “fare cose che prima cre­de­va im­pos­si­bi­li come, per esem­pio, par­la­re in pub­bli­co”.

Al­cu­ni di que­sti ra­gaz­zi, prima Neets s­cozzesi, si fer­ma­no a la­vo­ra­re per l’as­so­cia­zio­ne. È ciò che è suc­ces­so a Ri­han­na: ades­so, dopo aver se­gui­to un corso in co­stru­zio­ne di sce­no­gra­fie, è as­si­sten­te del pro­fes­so­re. La ra­gaz­za aveva la­scia­to la scuo­la a 15 anni e per più di tre anni non ha tro­va­to im­pie­go. “Que­sto la­vo­ro mi ha dav­ve­ro aiu­ta­ta a mi­glia­ra­re le ca­pa­ci­tà re­la­zio­na­li. Se mi aves­sero fatto tutte que­ste do­man­de un anno fa, pro­ba­bil­men­te mi sarei sen­ti­ta in im­ba­raz­zo, ma ades­so sono molto più si­cu­ra di me stes­sa e rie­sco ad aiu­ta­re que­sti ra­gaz­zi ad im­pe­gnar­si nello stu­dio e ad in­co­rag­giar­li a fare sem­pre me­glio”, mi rac­con­ta men­tre serra un’as­se di legno. Il pal­chet­to com­mis­sio­na­to da una com­pa­gnia tea­tra­le lo­ca­le deve es­se­re pron­to nei pros­si­mi due gior­ni, il tempo strin­ge e c’è an­co­ra molto la­vo­ro da fare. Per for­tu­na,  que­sti ra­gaz­zi sono pieni d’e­ner­gia ed en­tu­sia­smo.

QUE­STO RE­POR­TA­GE FA PARTE DI UN’E­DI­ZIO­NE SPE­CIA­LE DEL PRO­GET­TO “EU IN MO­TION” DE­DI­CA­TA AD EDIM­BUR­GO. IL PRO­GET­TO È FI­NAN­ZIA­TO DAL PAR­LA­MEN­TO EU­RO­PEO E DALLA FON­DA­ZIO­NE HIP­PO­CRÈ­NE.