«Ecumenismo, è boom». Ma i fedeli seguono?

Articolo pubblicato il 01 dicembre 2006
Articolo pubblicato il 01 dicembre 2006

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Secondo i dati oggi sono più di 200 le organizzazioni interconfessionali. Nell’80 erano 12. Ma il volemose bene (tra ebrei e musulmani) ha un limite.

Harriet Crabtree ne è sicuro. «Si tratta di un fenomeno naturale» spiega il vicedirettore dell’Inter Faith Network per l’Inghilterra a cafebabel.com, «le nostre società stanno diventando sempre più multietniche». Questa è una delle ragioni per le quali si è assistito all'emergere di una pletora di organizzazioni interconfessionali negli ultimi anni. Tuttavia, secondo Crabtree l'emergere di forum che riuniscono cristiani, ebrei e musulmani sono stati una reazione all'attentato del 7 luglio 2005 a Londra, all'attacco alle Torri Gemelle, oltre che all'incremento dei fondi governativi per finanziare queste iniziative. I leader religiosi e le loro comunità sono al centro dell'attenzione e le dimostrazioni di buona volontà e cooperazione tra di loro sono più che mai richieste. Oggi esistono 235 organizzazioni interconfessionali in Gran Bretagna, quando nel 1980 ce n'erano soltanto 12. Sembra proprio un passo nella giusta direzione.

Tuttavia Moulana M Shahid Raza, imam capo alla Moschea principale di Leicester, criticò duramente, nel 2006, i forum interconfessionali, per essere troppo superficiali: «ci riuniamo, sorridiamo, ci abbracciamo, stringiamo mani, parliamo dei nostri problemi. Invece abbiamo bisogno di proporre soluzioni concrete a questi problemi».

Quindi, quanto utili sono i forum interreligiosi nell'approfondire il dialogo e la comprensione tra fedi diverse?

«L’islamofobia ricorda l'antisemitismo». Parola di ebreo.

«Capite l'arabo?» chiede il rabbino David Hulbert mentre aspettiamo seduti nella musalla, o sala d'aspetto per la preghiera. Io scuoto la testa. «Beh, è molto simile all'ebreo», spiega Hulbert, membro del Threefaiths Forum, il forum delle tre fedi, organismo che incoraggia il dialogo tra musulmani, cattolici ed ebrei. Con questo raffinato commento sulle similarità tra le tre fedi derivanti dalla figura di Abramo, il rabbino Hulbert, uomo alto dal passo rapido, si mette a gironzolare attorno al mezzanino riservato normalmente alle donne, con sorprendente familiarità e nonchalance. Siamo nel distretto di Ilford, nell’East London. Sotto i fedeli prendono parte alla preghiera dell'una e mezza. L'imam, l’africano Qari Shir Mohammed, ci volta le spalle e si mette a intonare una preghiera in direzione della Mecca. I credenti, anch’essi per lo più di origine pachistana, con cappelli diversi a seconda delle loro origini, celebrano la fine del Ramadam. La stanza risplende di sole e calore, sebbene l'area soprastante, riservata alle donne, sia completamente vuota.

Dopo la preghiera incontriamo Ghazanfer Ali, Presidente del centro islamico di Ilford. I due uomini si salutano calorosamente con una stretta di mano. In un Paese dove il 3% e il 6% dichiara di essere, rispettivamente, musulmano ed ebreo, l'influenza dei due rappresentanti religiosi è chiara. Dopo il protocollo del giro di ringraziamenti e dei saluti calorosi, Ghazanfer Ali, uomo poderoso dalla risata franca e sincera, spiega le sue attuali difficoltà: «I musulmani si scontrano oggi con una crescente islamofobia». Il Presidente, tuttavia, ammette che si annidano estremisti tra i musulmani britannici. A questo punto interviene il rabbino Hulbert affermando che gli ebrei si sentono vicini ai musulmani arrivati negli ultimi decenni: «l'islamofobia assomiglia all'antisemitismo. Gli ebrei qui sono una comunità più anziana e, all'inizio del secolo abbiamo vissuto quello che i musulmani stanno vivendo oggi in Gran Bretagna» spiega.

Se gli ebrei difendono il diritto al velo (che copre anche il viso)

Sia Ali che il rabbino Hulbert sono molto scettici sull'azione del Governo Blair e criticano il Ministro degli Esteri Jack Straw per aver costretto le donne a togliere il Niqab, il velo che copre anche il viso. «Viviamo in una società che permette alla gente di andare in giro praticamente nuda, dovremmo permettere loro di indossare il Niqab», rivendica Ali. E non tutti i musulmani vogliono indossarlo. «D'accordo», aggiunge Rabbi Hulbert, «alcuni indossano l'Hijab, altri no… ma nei musical indiani di Bollywood, non portano sicuramente il niqab». E quando Jack Straw criticò il niqab in ottobre 2006, gli ebrei non ci pensarono due volte e mandarono una lettera in sostegno alla moschea, dichiarando che le donne avevano il diritto di indossare il velo. Allo stesso modo, secondo Mohammed Azam, un membro esecutivo del centro islamico di Ilford, la moschea inviò una delegazione a incontrare gli ebrei che erano stati attacati da tre giovani asiatici a Ilford.

Sembra che qui a Ilford ebrei e musulmani abbiano creato un fronte comune contro iniziative del governo spesso percepite come utili solo da un punto di vista politico e di ritorno d'immagine. Alla domanda sul problema del conflitto israeliano-palestinese e se rafforzi le loro relazioni, il rabbino risponde: «Sì, certamente, ma non sono israeliano e il mio vicino non è palestinese, quindi, è normale che andiamo d'accordo».

I limiti del “volemose bene”

Ma fino a che punto questi lodevoli sentimenti sono riflessi nelle comunità religiose di riferimento? In altre parole fino a che punto questi leader religiosi rappresentano le loro comunità? Il Rabbino Hulbert argomenta: «non tutti gli ebrei partecipano al Forum delle Tre Fedi, alcuni rifiutano per motivi religiosi, altri semplicemente per mancanza d'interesse». Gli ebrei meno liberali sono meno inclini a unirsi al Forum. Allo stesso modo alcuni musulmani membri del Forum delle Tre Fedi sono apertamente antisionisti e non concordano sullo status della Palestina e sul riconoscimento di Israele. Secondo Mohammed Azam, un ebreo ortodosso membro decise di lasciare il Forum dopo «aver ingiustamente accusato un membro musulmano dell'esecutivo di essere antisemita». Inoltre, le dimostrazioni organizzate nel 2001 a Ilford, in sostegno alla Palestina, hanno aggiunto benzina sul fuoco.

Per il rabbino Hulbert, Israele è uno «stato di tolleranza religiosa». Che cosa dire rispetto ai palestinesi? Dal suo punto di vista i palestinesi vivono «fuori da Israele». Come il Edward Kessler, direttore del centro per le relazioni tra ebrei e cristiani a Cambridge, sostiene che il dialogo tra ebrei e musulmani è «oscurato dal fallimento di entrambe le comunità a indirizzare l'impatto del conflitto in Medio Oriente all'interno delle proprie comunità».

Queste incomprensioni sulla Palestina e Israele rivelano i limiti della cooperazione interconfessionale nel distretto di Ilford. Qui gli eventi internazionali sono, paradossalmente, allo stesso tempo la raison d'être e il limite fondamentale alla cooperazione interreligiosa. Mentre David Hulbert si prepara per una circoncisione pomeridiana e Ghazanfer Ali corre a seguire la terza o quarta preghiera, Mohammed riflette. E arriva alla conclusione che che la generazione più anziana non è pronta ad affrontare le sfide di questi conflitti. Il lavoro della prima generazione di immigrati musulmani è stato abbastanza duro. Ora la responsabilità passa ai musulmani ed ebrei più giovani.