Economia, «non sempre l’intervento funziona»

Articolo pubblicato il 18 gennaio 2005
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Articolo pubblicato il 18 gennaio 2005

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In un’intervista a café babel, l’economista Jan Svejnar fa analizza i vantaggi che l’esperienza dei paesi ex-comunisti può portare al dibattito dell’Ue sull’economia.

Jan Svejnar insegna Business Administration ed Economia all’Università del Michigan. Le sue ricerche si fondano sui fattori determinanti e sugli effetti che esercitano le politiche governative su aziende, lavoro e mercati finanziari. Svejnar vanta un gran numero di pubblicazioni e svolge attività di consulente per enti governativi ed aziende, su entrambi i mercati, sia quello in via di sviluppo che su quelli pienamente affermati.

Come possono gli stati membri ex comunisti dell’Ue contribuire al dibattito sull’economia europea?

Questi stati sono venuti a contatto con la vastità delle proporzioni dell’intervento statale sotto il controllo comunista, ed hanno visto cosa succede quando l’amministrazione statale viene sommersa di lavoro e non è in condizione di assumere il controllo dell’economia. Tuttavia, ci sono state situazioni in cui l’intervento dello stato si è rivelato vincente. Uno dei maggiori successi dell’economia centralizzata pianificata è l’esempio slovacco. Prima dell’avvento del comunismo, nell’allora Cecoslovacchia, l’economia slovacca era cronicamente dietro quella cèca. Fu durante il periodo comunista che la regione slovacca, grazie agli aiuti statali, riuscì a rimettere in moto la sua economia e a recuperare il ritardo rispetto a quella cèca.

Questo genere di intervento, comunque, non sempre riesce, così come dimostrato dal fallimento degli sforzi del governo italiano, che tentavano di avvicinare il Sud Nord, più industrializzato. Il contributo dei paesi ex comunisti è la prova che l’intervento statale, se condotto in maniera corretta, può essere utile.

Che futuro c’è per lo stato sociale nell’Ue?

C’è bisogno di uno stato sociale ma deve essere forte e complesso. Non possiamo permetterci di spendere tanto quanto abbiamo fatto durante i periodi di rapido progresso economico, come gli anni Cinquanta e Sessanta. La crescita economica, oggigiorno, non è rapida tanto quanto l’invecchiamento della popolazione, quindi è necessario creare un sistema che supporti solamente coloro che ne hanno veramente bisogno. Per esempio, dobbiamo assicurare una buona pensione a settantenni e agli ottantenni, ma non necessariamente ai sessantenni che godono oggi di buona salute. In caso di malattia o di disabilità, la situazione è comprensibilmente differente.

C’è un’alternativa al capitalismo?

Non esattamente, ma è importante considerare l’esistenza di molti tipi di capitalismo. La Svezia, per esempio, è una nazione capitalista ma l’incidenza dello stato è notevole, diversamente da Hong Kong, laddove l’economia è lasciata ai mezzi propri. Il liberalismo economico va bene quando funziona, ma è importante che, quando necessari, gli interventi statali ci siano.

E’ fondamentale avere un’amministrazione statale ben avviata, ma che non interferisca in ambienti nei quali il settore commerciale sarebbe andato meglio. Il problema del comunismo è stata la tendenza a risolvere qualsiasi problema attraverso l’intervento dello stato, omettendo qualsivoglia coinvolgimento da parte commerciale.

Le nazioni dell’Europa centrale hanno riscosso successi maggiori rispetto ad altri paesi ex comunisti nell’arena politica internazionale. E’ stato possibile in ragione dei maggiori progressi economici compiuti?

C’è un legame, senz’altro, ma già nel blocco comunista alcuni paesi erano più sviluppati politicamente di altri. C’è inoltre un fattore geografico: la trasformazione ha avuto esiti migliori nei paesi più a ovest. Ci sono alcune eccezioni alla regola. La Repubblica Ceca è lo stato più a ovest delle nazioni ex comuniste e tuttavia ha avuto uno sviluppo economico molto limitato nella seconda metà degli anni Novanta. Il fattore decisivo, quindi, sembra essere la politica economica dello stato.

Tra i paesi che hanno ottenuto maggior successo nella loro trasformazione ci sono gli stati baltici e quelli dell’Europa centrale, Slovenia compresa. Questo tipo di generalizzazione può portare fuori strada, come nel caso della Polonia, ad esempio, che ha attraversato un periodo di grande sviluppo economico ma anche uno caratterizzato da grande disoccupazione.