Eco-friendly? Più facile a dirsi che a farsi! L'India povera batte la Germania.

Articolo pubblicato il 18 febbraio 2011
Articolo pubblicato il 18 febbraio 2011
Essere eco-friendly, si sa, fa tendenza. Compriamo yogurt biologico, separiamo meticolosamente l’immondizia e chiudiamo il rubinetto mentre ci laviamo i denti. Ma diciamocelo con franchezza: in realtà, ci comportiamo in maniera palesemente illogica.
Scorrazziamo in tutta Europa a bordo delle compagnie low cost, cediamo subito al fascino di un nuovo paio di scarpe da ginnastica e mangiamo pomodori in inverno. Ma perché a parole siamo più ecologisti di quanto i fatti dimostrino?

Lo studio Greendexsull’impatto ambientale dei consumi mostra come gli Europei vivano in maniera meno sostenibile di quanto si pensi comunemente. Proprio i tedeschi, che ritengono di avere uno spirito particolarmente ecologico, si piazzano solo al 12° posto su un totale di 17 grandi paesi analizzati. I parametri presi in considerazione sono stati, ad esempio, i consumi energetici, l’utilizzo dei mezzi di trasporto e l’origine dei prodotti alimentari. Indiani, brasiliani e cinesi occupano i posti più alti della classifica. Da ciò se ne desume che gli abitanti dei Paesi in via di sviluppo vivono in maniera più eco-sostenibile sebbene non conoscano auto senza catalizzatore e non acquistino prodotti biologici. È dunque il nostro stile di vita a determinare in che quantità i consumi gravino sull’ambiente.

E ciò vale anche in Germania, come spiega Ulf Schrader, esperto di sostenibilità ambientale all’Università Tecnica di Berlino: “Il consumo sostenibile viene praticato prevalentemente dalle persone più povere”. È ovvio: i poveri non hanno denaro per viaggiare in aereo né per acquistare auto di grossa cilindrata o i più moderni aggeggi tecnologici. Se dunque la sostenibilità non ha nulla a che fare con la ricchezza – allora, con cosa ha a che fare?

L'India è prima nella classifica dei consumatori eco-friendly. All'ultimo posto, gli Stati Uniti.

Ogni prodotto ha il suo prezzo

Esaminiamo attentamente il concetto di consumo sostenibile. Vivere in maniera sostenibile significa non consumare più di quanto il pianeta possa offrire. Un prodotto sostenibile non deve solo creare ricchezza economica, ma deve essere anche rispettoso delle persone e dell’ambiente. Ogni pizza surgelata, ogni computer che acquistiamo hanno richiesto una ben determinata quantità di energia e di materie prime per essere realizzati. I prezzi, spesso molto convenienti, non rispecchiano questo costo reale. Come può una maglietta che costa 5 Euro coprire il costo dei materiali, della lavorazione e del trasporto? Per non parlare dei costi indiretti, come i danni provocati dai pesticidi, l’immissione di anidride carbonica nell’atmosfera e la miseria in cui vive chi cuce quelle magliette.

Preferiamo, dunque, chiudere gli occhi di fronte alla sproporzione fra i costi e il prezzo. Melanie Jaeger-Erben, psicologa presso il Centro per la Tecnica e la Società dell’Università Tecnica di Berlino, ha una spiegazione molto semplice per questo fenomeno: “Per molte persone il consumo sostenibile non è praticabile giorno per giorno”. Infatti, chi vuole realmente decidere in modo consapevole deve fare uno sforzo non indifferente nel reperire tutte le informazioni necessarie. Jaeger-Erben ha scoperto che le decisioni sostenibili sono tanto più semplici da prendere quanto maggiore è la loro praticità nel vivere quotidiano: “Si fa prima a prendere l’autobus o ad andare in bicicletta, il mercato settimanale è proprio all’angolo, e se si prende il vagone-letto per Parigi si arriva più riposati, pronti a visitare la città”.

Fra desiderio e realtà

Che fra desiderio e realtà si apra spesso un contrasto insanabile, lo dimostrano anche i dati forniti dall’Agenzia Tedesca per l’Ambiente. In una ricerca condotta nel 2010, è stata esaminata la consapevolezza ambientale dei tedeschi: la tutela dell’ambiente compare fra i tre temi politici di maggiore rilievo. Le richieste nei confronti del mondo dell’economia e della politica sono elevate: l’85 percento degli intervistati auspica un ulteriore sviluppo del settore delle energie rinnovabili. Nonostante ciò, solo l’8 percento dei nuclei familiari tedeschi riceve energia elettrica ecologica. I due terzi dei tedeschi reputano importante il loro comportamento di consumatori, ma la metà non è disposta a pagare di più per prodotti sostenibili. I più attivi nel difendere l’ambiente sono i giovani. Il 12 percento degli under 29 dichiara di essere impegnato attivamente per la tutela dell’ambiente. Infatti, l’impegno a favore della natura è diventato più facile attraverso internet e ha conquistato una maggiore considerazione sociale.

Tuttavia, il nostro mondo occidentale è ancora fortemente caratterizzato dai consumi. Un nuovo paio di jeans, una visita al centro benessere, un fine settimana a Londra non si rimproverano certo a nessuno. Ma ciascuna di queste attività richiede un forte dispendio di risorse, senza che ciò produca effetti concreti e tangibili sulla nostra vita quotidiana. Il cambiamento climatico, le emissioni di CO2 o il lavoro minorile restano infatti conseguenze non direttamente percepibili dal consumatore.

Ma perché non riusciamo a cambiare le cose?

I buoni propositi non bastano a cambiare il nostro comportamento. Veniamo scossi solo da eventi devastanti. A questo servono, ad esempio, gli scandali dei mangimi alla diossina, da ultimo quello che ha colpito la Germania fra dicembre 2010 e gennaio 2011. Da un giorno all’altro, tutti vogliono sapere con esattezza in che modo cotolette e le uova vengono prodotte. In breve tempo, però, l’interesse dell’opinione pubblica si placa con la stessa rapidità con cui è emerso, e noi tutti ricadiamo nelle vecchie abitudini.

Solo un mutamento radicale nelle nostre condizioni di vita può farci cambiare modo di pensare nei confronti di un tema tanto snobbato quale la sostenibilità ambientale. Una malattia, il trasloco in una nuova città o la nascita di un bambino ottengono spesso questo obiettivo. Nel suo dottorato di ricerca, Jaeger-Erben ha indagato come tali avvenimenti incidano sui consumi. “Tutti i genitori intervistati che dopo la nascita del loro figlio si sono trovati in difficoltà economiche acquistavano esclusivamente prodotti biologici. In quel particolare momento, per loro i prodotti biologici rappresentavano un’assoluta priorità, tanto da mettere in secondo piano la questione dei costi elevati”.

Come conseguenza, il mercato degli alimenti biologici ha registrato un aumento record del 20% nel gennaio 2011.

Che una vita sostenibile sia o meno sinonimo di rinuncia, ciò lo deve decidere ciascuno di noi, in assoluta libertà. Ad esempio, chi associa lo shopping alla gioia di vivere è poco disponibile a limitarsi nelle spese così da procurarsi infelicità. I produttori di beni sostenibili cercano dunque di conquistare i consumatori più consapevoli. Promettono loro una maggiore serenità, consapevolezza, buona salute e talvolta anche un certo risparmio economico.

Il potere dei consumatori

E proprio a questo proposito si evidenzia il potere dei consumatori. Jaeger-Erben conferma: “Per paradosso, spesso i consumatori sottovalutano la forza del loro potere decisionale. In realtà, con le loro scelte d’acquisto essi influenzano in modo chiaro l’andamento del mercato”. È capitato ad esempio nel 2007, quando per mezzo di un boicottaggio i clienti dei supermercati biologici ‘Basic’ hanno impedito l’acquisizione di quote dell’azienda da parte della catena discount ‘Lidl’.

Ma la studiosa di sostenibilità ambientale mostra anche i limiti del potere dei consumatori. Affinché la vita sostenibile divenga più semplice, pratica e adatta a tutti, è necessario cambiare le nostre strutture sociali. “Poco importa se qualche migliaio di persone comprano o meno latte biologico. Il problema adesso sta nel nostro stile di vita, nel nostro modo di produrre e di consumare”.

Foto: homepage (cc)formanella/flickr; screen shot dal sito del Greendex; scandalo diossina (cc) alles-schlumpf/campact/flickr