E’ il momento del federalismo

Articolo pubblicato il 08 novembre 2004
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Articolo pubblicato il 08 novembre 2004

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Nonostante le apparenze, l’Europa politica è in panne. Ecco perché café babel vi dà appuntamento, il 10 novembre, a Bruxelles.

L’Europa sta male. Nulla hanno potuto le fanfare del Campidoglio, i sorrisi di circostanza e i proclami in occasione della firma della Costituzione lo scorso 29 ottobre a Roma.

Il dramma dell’Unione Europea: dodici anni di stallo

Se è vero, infatti, che il rinvio del voto di fiducia dell’Europarlamento alla Commissione Barroso è stata la vittoria dell’unico organo democraticamente eletto dell’Unione Europea, è pur sempre importante guardare la realtà in faccia. E riconoscere che la bocciatura di Strasburgo rappresenta l’ennesimo stallo di un progetto europeo che stenta ad avanzare da ben dodici anni. Tutte le grandi conquiste europee degli ultimi anni, infatti – l’Euro e l’allargamento in primis – sono state decise nel ’92 a Maastricht in un ahimé effimero slancio di lungimiranza politica. In fin dei conti, la fine della guerra fredda imponeva quasi all’Europa di avere una visione, un progetto per un continente appena liberato dal giogo totalitario. Era il mondo nel suo insieme che implorava gli europei di lasciare almeno qualcosa di buono a un secolo, il Ventesimo, che li aveva visti protagonisti delle più terrificanti performances genocide.

Dobbiamo sempre accontentarci...

Après ça, le déluge, direbbero i francesi. Il Trattato di Amsterdam del ’97 fu un buco nell’acqua. Quello di Nizza del 2000 un “mostro istituzionale” faticosamente negoziato (a porte chiuse) e poi subito rinnegato dai suoi stessi creatori. La stessa, promettente esperienza del Trattato costituzionale appena firmato è stata condotta in porto solo dopo mesi e mesi di un formidabile mercato delle vacche (a porte chiuse, bien sûr) tra gli Stati membri. Per poi assestarsi, infine, su un men che minimo comune denominatore che rischia di naufragare se finanche un solo stato – che potrebbe essere la stessa Francia – dovesse bocciarlo per via referendaria.

Non solo. Lo stesso Presidente designato della Commissione, il portoghese José Barroso, è stato scelto con un processo macchinoso, lento e per nulla trasparente: una scelta di compromesso, si disse all’epoca. Anch’egli un “men che minimo comune denominatore” il cui unico merito era quello di mettere tutti d’accordo. Tutti tranne il Parlamento Europeo, che l’ha costretto a procedere a un rimpasto del suo collegio. Un collegio che – ricordiamolo – è stato scelto dai Capi di Stato e di governo; non dallo stesso Barroso come in ogni sistema democratico che si rispetti.

Ma l’Europa merita di più

Ma l’Europa merita di più. Le sfide della globalizzazione, del conflitto mediorientale, di un’economia che stenta a decollare sotto i colpi delle delocalizzazioni in Asia e della scarsa competitività richiedono un’Unione Europea di gran lunga più agile, efficiente e democratica: in una parola, più federale. Per questo café babel lancia il dibattito: il federalismo europeo è morto? A prima vista mettere l’idea federale al centro del dibattito pubblico parrebbe una provocazione: in tempi di pragmatismo, di ritorno della realpolitik e dell’interesse nazionale il federalismo sembrerebbe sempre più un sogno, “un mito”, come ci ricorda Nicola Dell’Arciprete.

Eppure sono passati quasi cinquant’anni dai Trattati di Roma quando, dando il via al processo d’integrazione economica europea, si disse che si sarebbe pervenuti, passo dopo passo, all’integrazione politica piena del Vecchio Continente. La promessa di Roma era quella di un’Europa unita, impregnata di democrazia a tutti i livelli di governo. Oggi ne siamo drammaticamente lontani. Nonostante l’integrazione economica sia ormai pressoché finalizzata con il Mercato unico, l’euro, la libertà di movimento dei cittadini e un diritto commerciale che si impone ormai alle diverse legislazioni nazionali.

Cosa aspetta l’Europa a divenire federale? Stiamo per approvare una nuova Costituzione – si dirà – il federalismo non è all’ordine del giorno. Una tale reazione, benché giusitificata, è fuori luogo. Almeno se siamo abbastanza convinti del potere della società civile europea. Un’Europa federale vuol dire innanzitutto uno spazio politico dotato di media, partiti, sindacati e associazioni transnazionali. E’ per questo che abbiamo riunito in uno stesso luogo fisico leader politici come l’ex dissidente polacco Bronislaw Geremek, giornalisti come Michel Theys, artigiani del federalismo come l’ex braccio destro di Spinelli, Virgilio Dastoli, ricercatori, e businessmen come Bruno Bonduelle. Per mettere al centro del dibattito la spinosa questione della costruzione di una democrazia transnazionale. Senza tabù, senza prese di posizione. Perché è il momento del federalismo. Appuntamento il 10 novembre a Bruxelles.