Dove va la politica socio-economica europea?

Articolo pubblicato il 25 maggio 2002
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Articolo pubblicato il 25 maggio 2002

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La Commissione e gli Stati membri a confronto per determinare il futuro del modello economico europeo. L'assenza di politiche sociali integrate. La crisi della sinistra continentale.

Le Broad Economic Policy Guidelines (BEPC) sono delle indicazioni che la Commissione Europea raccomanda al Consiglio dei Ministri, il quale le revisiona, e eventualmente le modifica e le adotta, con una raccomandazione nei confronti dei singoli Stati membri. Il fine è di coordinare e, in qualche modo, dirigere le singole politiche fiscali affinché si mantenga un minimo di omogeneità nell'evoluzione delle politiche economiche a livello nazionale. Lo scopo è quello di attuare una convergenza dei criteri di spesa (e di entrata) pubblica dell'area euro per incrementare la stabilità del sistema, in un contesto di politica monetaria centralizzata.

Per quanto ci possa interessare, inoltre, le BEPC, nel primo stadio della loro preparazione, sono la cartina di tornasole delle preferenze della Commissione per tutto ciò che riguarda la politica economica e di stato sociale in Europa; se volessimo azzardare una previsione sul futuro, ed è quello che si cerca qui di fare, rappresentano un chiaro indizio su come la Commissione condurrebbe la politica economica in un contesto federale, dove la responsabilità del bilancio comunitario (che sarebbe molto più cospicuo di quello attuale) ricadrebbe su di essa.

Cosa dicono dunque le BEPC, destinate singolarmente ai governi degli Stati dell'UE? Dicono fondamentalmente tre cose: ridurre le spese previdenziali, riformare il mercato del lavoro, flessibilizzandolo, puntare dritti sulla competitività del sistema. È un programma che, nella sua necessaria genericità, ricalca a prima vista le linee guida di un modello economico neo-liberista, né più e né meno di una politica economica vicina alla tradizione d'oltreoceano. La bassa spesa previdenziale si dovrà accoppiare ad uno sgravo fiscale, destinato più che altro alle imprese, che approfitteranno della maggiore flessibilità del mercato del lavoro per aumentare la propria competitività sui mercati internazionali e globali.

A livello più decentrato e, continuando l'azzardo, potremmo dire a livello confederale, le intenzioni sono bene o male le stesse. Dall'ultimo vertice del Consiglio Europeo a Barcellona, e soprattutto dagli ultimi risultati elettorali (e dall'atmosfera generale), riesce con forza la priorità di ridare forza e smalto al sistema economico europeo, da mettere in diretta competizione con Stati Uniti e paesi emergenti. La parola chiave è ancora una volta la stessa, competitività: il che si traduce in una ricerca puramente economica dell'efficienza, in tutti i sensi: sarà efficiente la politica fiscale, la politica monetaria, il welfare sarà efficientissimo, come pure la ricerca, la politica commerciale con l'estero, e quindi anche la politica estera stessa.

La tecnocrazia che guida la Commissione, priva di identità politiche o di agganci ideologici, ha chiaro in mente questo principio: l'Unione deve essere efficiente e competitiva. Dall'altro lato i governi neo-liberisti di centro-destra portano avanti una piena battaglia ideologica in nome dell'efficienza, che viene giustificata con l'appoggio dei tradizionali indicatori economici, che indicano come queste politiche siano necessarie per il felice sviluppo dell'intera area. La mancanza di sensibilità sociale della Commissione è dunque pienamente appoggiata dalla visione imprenditioralista e di Stato minimo dei governi neo-liberisti, che non a caso sono coloro che, dietro lo schermo della rivendicazione degli Stati Nazione, si oppongono ad un accentramento comunitario dei poteri, non solo per paura di perderne, ma soprattutto per il timore di una svolta in senso dirigista di Bruxelles. Se Prodi affermò che "in Europa c'è un'attenzione al tema delle politiche sociali che affonda nella storia del Vecchio Continente", è pur vero che a livello europeo queste politiche sono sempre condotte con una priorità ridotta, e non parallelamente, e con la stessa forza, alle altre importanti riforme strutturali dell'economia (in ambito di mercato unico e di politica monetaria unica); mancano, insomma, dei progetti sociali da affiancare alla politica di integrazione e di liberalizzazione dei mercati.

L'efficienza economica, mai come ora, si pone in contrasto con il tema della giustizia sociale; questo contrasto è palesemente presente in temi quali il mercato del lavoro, la politica energetica e ambientale, l'aiuto allo sviluppo dei Paesi in via di sviluppo, la politica dell'immigrazione e il commercio estero. Condurre queste politiche con una sola stella polare a mostrare la via può produrre delle conseguenze difficilmente definibili in termini di prodotto interno lordo, ma certamente visibili sotto gli occhi di tutti in termini di danni sociali. È, da un punto di vista più ampio, la qualità stessa della vita che non deve essere compromessa.

Un esempio: al di là delle buone (e limitate) intenzioni espresse in materia di aiuto allo sviluppo (che è scandalosamente basso, lo 0,33% del PIL contro un impegno dello 0,7%), una politica propensa ad aumentare la competitività del nostro sistema è quella di continuare a proteggere le nostre merci, imponendo dazi e tariffe all'importazione. In questo modo, e ciò è lampante per quanto riguarda i prodotti agricoli e quelli tessili, si tagliano alle basi le possibilità di sviluppo di Paesi che possono produrre a qualità forse minore, ma a prezzi molto più vantaggiosi per i consumatori. Questo esempio banale fa gettare anche la maschera all'ipocrisia dell'elogio del libero mercato, di cui si tessono le lodi quando conviene e che si mette in cantina esattamente per lo stesso motivo, alzando meno la voce. Un altro esempio è il fatto che gli indicatori di impiego che vengono comunemente mostrati al pubblico non tengono conto della qualità del lavoro stesso, in termini di diritti e precarietà: l'obiettivo quantitativamente efficiente non tiene conto della condizione del lavoratore.

Insomma, Europa federale o Europa confederale, l'indirizzo sembra sempre lo stesso, anche se con motivazioni differenti: un genuino e miope "credo" verso le leggi economiche e il mercato per quanto riguarda la tecnica Commissione, e dei sani interessi di parte, e di classe, mascherati da una pellicola di presunta oggettività, per quanto riguarda la maggioranza attuale dei governi europei, che sfrutta l'opinione imparziale dei tecnici di Bruxelles per le proprie battaglie politiche. Se un tempo si sperava che la Commissione, libera da pregiudizi ideologici, fosse in grado di sfuggire a tentazioni demagogiche e populistiche assicurando uno sviluppo equilibrato all'area nel suo complesso, coniugando incentivi alla produzione e protezione delle fasce più deboli, ora è chiaro che la strada intrapresa è quella di una politica socio-economica condotta dal lato dell'offerta.

Un'Europa in difficoltà non può arrendersi al modello unico liberista : d'altra parte la pecca della sinistra europea è stata quella di non aver dato idee ed enfasi ad uno sviluppo che potesse essere qualitativamente valido, allo stesso tempo mancando di proposte per le nuove esigenze dei mercati. In buona sostanza, ha cercato di combattere sugli stessi temi della destra dando bene o male le stesse risposte, ma più timidamente. L'elettore preferisce l'originale, si sa.