Dopo la Rivoluzione arancio, Bielorussia tono su tono?

Articolo pubblicato il 13 marzo 2006
Articolo pubblicato il 13 marzo 2006

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Il cambiamento politico in Georgia e Ucraina ha ridato fiducia ai movimenti nonviolenti. L’arcobaleno rivoluzionario finisce a Kiev o in Bielorussia?

L’Europa ha demolito con i guanti di velluto la cortina di ferro della Guerra Fredda. L’agosto polacco, la primavera di Praga, l’ottobre serbo: nasceva allora un nuovo concetto di rivoluzione pacifica, ottenuta gradualmente tramite negoziati, lontano dal tradizionale modello giacobino-bolscevico, che finiva per imitare il modello contro cui intraprendeva la lotta. Nel 2003 la Georgia ha raccolto il testimone, inaugurando, con la Rivoluzione delle Rose, un nuovo ciclo di rivoluzioni a colori, che si sono diffuse tra le ex repubbliche sovietiche dell’Europa e dell’Asia Centrale. Ultima, in ordine di tempo, la timida Rivoluzione dei tulipani nel convulso Kirghizistan; prima ancora, nella primavera dello scorso anno, il penultimo capitolo di questa ondata rivoluzionaria ha tinto di arancione il centro di Kiev, la capitale dell’Ucraina, nell’inverno del 2004. Un solo ideale per tutti: una grande ondata di proteste lungo la strada, per distruggere regimi simpatizzanti con la politica del Cremino e che trasformano stati retti da un unico partito (comunista) in democrazie pluripartitiche.

Tuttavia, sono molto discordanti le interpretazioni di queste fenomeno, che minaccia di isolare definitivamente la Russia rispetto agli ex alleati del Patto di Varsavia e di smembrare la Comunità di Stati Indipendenti. Quello che per molti è la materializzazione dell’utopia della sovranità popolare, per altri non è altro che una messinscena di “anarchie prefabbricate”, nelle quali giocano un ruolo di fondamentale importanza interessi economici e militari, spinti da superpotenze occidentali impegnate nell’indebolire il ruolo della Russia nella politica internazionale.

La Road Map dell’arcobaleno rivoluzionario

Quali sono i meccanismi delle nuove rivoluzioni? Perché la stessa formula rivoluzionaria, che pose fine al regime totalitario di Shevardnadze in Georgia, non funzionò in Uzbekistan dove provocò centinaia di morti nel maggio del 2005 tra gli oppositori sollevatisi contro il regime dittatoriale di Islam Karimov?

Anzitutto, il modello di “rivoluzione silenziosa”, che ha portato Victor Yushenko al vertice della nuova Ucraina, non è esportabile nelle ex repubbliche sovietiche dell’Asia centrale. Due scenari contrapposti ce ne offrono la prova: da un lato, le ispirazioni europeiste e atlantistiche degli stati europei un tempo membri dell’ex Urss; dall’altro, la minaccia del fondamentalismo islamico che aleggia sulle repubbliche del Turkistan. Nel caso dell’Ucraina il passaggio verso una nuova epoca di apertura era un requisito fondamentale. Invece, per gli stati della valle di Ferghana la lotta contro il “nemico integralista” è un’ottima scusa per appiattire qualsiasi tentativo di opposizione al governo senza fare troppo rumore.

In ogni caso, c’è un fattore decisivo che assicura il buon esito di una rivoluzione a colori: l’appoggio dell’opinione pubblica attraverso i mass media. Positiva, se le proteste ottengono il beneplacito delle potenze occidentali. È significativo, in tal senso, il silenzio della Russia e dell’Ue, che avevano accordi economici e militari con il governo uzbeco di Karimov, prima dell’uccisione di Andizhan la scorsa primavera.

Rispondere blindandosi contro la società civile

Queste rivoluzioni arriveranno dunque a toccare anche l’ultima dittatura d’Europa, la Bielorussia e il gigante russo? I governi di questi paesi hanno già iniziato a prendere misure drastiche contro quelli che considerano veri e propri colpi di stato finanziati dagli Usa. Lo scopo? Limitare la capacità di movimento della società civile e blindare l’accesso al potere. Le ultime leggi contro le ong, approvate a Mosca, si riflettono anche nel vicino Kazakistan, dove il presidente Nazarbayev ha promulgato una “legge contro l’estremismo” per far fronte ad un’eventuale rivolta sociale che impedisse il passaggio di poteri alla figlia Dania. Nel caso della Bielorussia, già da diversi anni gli uffici della Fondazione Soros sono stati chiusi dal governo di Lukashenko.

Inoltre, nel 2004, la Bielorussia ha approvato, in un discusso referendum, l’eliminazione del limite del mandato per il presidente, che ha permesso a Lukashenko di ripresentarsi ai comizi del 19 marzo. Misure simili vengono prese già anche in Tazikistan e in Turkmenistan.

Nella calma carica di tensioni in cui si sta svolgendo il mandato di Lukashenko, si aggiunge forse il fatto che la Bielorussia occupa il settantaseiesimo posto, nella lista dei 191 stati membri dell’Onu, quanto a Prodotto Interno Lordo per abitante; dieci posti davanti all’Ucraina, a soli due posti dal Kazakistan, e molto più avanti rispetto alla stessa Georgia e alle altre ex repubbliche sovietiche nelle quali non c’è ancora stata l’alternanza politica. La sua economia ha mantenuto negli ultimi anni un tasso di crescita sopra il 6%, riducendo così il potere della dissidenza, mentre in Ucraina la rivoluzione è stata possibile anche grazie al malcontento per la crisi economica.

Intanto, tra entusiasmo e paure, tutti cercano di indovinare chi sarà il prossimo: quale sarà il colore della prossima rivoluzione?