Donne velate, donne d'azione: cos'è il Femminismo islamico?

Articolo pubblicato il 01 aprile 2016
Articolo pubblicato il 01 aprile 2016

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Negli anni Duemila, abbiamo assistito all'emergere di un nuovo attore all'interno del dibattito pubblico, anzi, di una nuova attrice, la religiosità musulmana femminile. Tale pensiero aspira, prima di tutto, all'emancipazione femminile all'interno della religione, per poi rivolgersi alla società intera.  Ce lo spiega meglio la sociologa Malika Hamidi, co-autrice dell'opera Femminismo Islamico.

Questa nuova religiosità musulmana emerge in un contesto socio-politico teso: infatti, in seguito agli attentati dell'11 settembre si è sviluppato un certo accanimento mediatico e politico contro l'Islam, e la questione della donna musulmana è stata presa in ostaggio sia nei dibattiti politici sia nel discorso islamico. 

Alla luce di queste tensioni, si sono strutturate nuove forme di attivismo al femminile, tese ad affrontare le nascenti sfide sia all'interno della propria comunità sia nella sfera pubblica.

Islam e Femminismo: amici o nemici? 

Islam e Femminismo sono destinati ad avere un rapporto conflittuale? A prima vista, ognuno di essi rivendica una visione dell'emancipazione femminile profondamente contraddittoria. Cerchiamo, dunque, di superare gli stereotipi da entrambe le parti. 

L’islam è, a prima vista, antitesi dei valori difesi dalla corrente femminista in Occidente. In tal senso il velo, sottometterebbe le donne a una moralità normativa imposta dalla religione. 

Eppure, il femminismo "islamico" si radica all'interno di un paradigma religioso. Inoltre, numerose donne nel mondo islamico o in occidente rifiutano l'appellativo di "femministe" a causa della sua connotazione "colonialista" e occidentale. In Francia, come in Belgio, le femministe musulmane riconfigurano la "cartografia dei femminismi" dalle loro rivendicazioni per fare spazio alla diversità, ma sempre in linea con un desiderio comune di liberazione dalle strutture di dominazione.  

Negli ultimi quindici anni, dalla questione sul rapporto "Islam e femminismo" si è originato un dibattito appassionato e conflittuale di donne, che contestano l'idea di un femminismo monolitico. 

Queste donne vogliono, da un lato, dimostrare che le teorie legate al genere potrebbero trovare elaborazione nell'epistemologia islamica: esse mettono in questione i rapporti sociali e le ineguaglianze di genere nelle società contemporanee, musulmane o no. Si appropriano, così, degli ideali femministi, prendendo in prestito gli strumenti concettuali e metodologici, per creare le condizioni necessarie alla libertà. 

D'altra parte, in accordo con la teologia musulmana, teorizzano un pensiero critico e una rilettura del corpus religioso, alla luce dello spirito egalitario del testo sacro. Esse creano, dunque, il quadro teorico di una teologia femminista musulmana

La scommessa del femminismo musulmano in Occidente

Le fautrici di questa "retorica femminista musulmana" (espressione di Miriam Cooke, autrice dell'articolo Critiche multiple: strategie retoriche femministe islamiche), lavorano per una vera e propria ricostruzione identitaria. Infatti, hanno fondato un'identità ibrida che unisce femminismo e religiosità. 

Queste figure decostruiscono le rappresentazioni sociali e gli stereotipi in quanto conducono una doppia lotta. Combattono sia il "sessismo" in seno alla propria comunità religiosa e società civile, ed egualmente il "razzismo" e le discriminazioni di cui sono vittime nelle società europee. Ponendosi come femministe musulmane, queste donne rifiutano le frontiere che sono state loro imposte. 

Nel parlare di frontiere, queste donne si rivelano non intenzionate ad accettarle. Attraverso la ricerca intellettuale ed ermeneutica (secondo un approccio interpretativo e contestualizzato dei testi religiosi) e attraverso l'impegno militante, creano dei legami di solidarietà transnazionali. Esse portano le proprie rivendicazioni nel cuore di una "sfera pubblica" e di una società civile senza frontiere collegando i gruppi coinvolti in una riflessione sul progetto del femminismo islamico.  

Una lotta che non si limita alle questioni di genere

Grazie a questa nuova visibilità, queste militanti politiche di religione musulmana mettono in questione la normatività del femminismo occidentale. E' questo il prezzo, secondo loro, affinché diventi possibile immaginare un femminismo decolonizzato e anti-imperialista.

Oggi stiamo assistendo, in un'Europa francofona, al rinnovamento di un sistema di oppressione nei confronti delle donne. La strumentalizzazione politica della questione femminista attraverso gli "affari del velo" ha giustificato leggi stigmatizzanti e islamofobe che marginalizzano una generazione di donne che sono a tutti gli effetti pienamente europee. Di fronte a ciò, il femminismo musulmano ha scelto di unire alla sua lotta una rivendicazione anti-razzista. 

Infine, in Francia e in Belgio, le donne musulmane sono anche escluse dal mercato del lavoro, e quindi svantaggiate sul piano economico, poiché indossano simboli religiosi. Questo nuovo femminismo vuole essere inclusivo, sfoggiando, inoltre, una dimensione anti-capitalista, al fine di sollecitare la creazione di strategie solidali di resistenza fra le donne.

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Il presente articolo rappresenta un contributo volontario di Malika Hamidi per CaféBabel Bruxelles. Dottore di ricerca al CADIS (Centro di analisi e intervento sociologico), ci propone qui una versione semplificata della tesi che ha sostenuto nel 2015 all'EHESS: "Femministe musulmane nel contesto post-coloniale dell'Europa francofona: Strategie identitarie e mobilitazioni translocali (Féministes musulmanes dans le contexte postcolonial de l'Europe francophone: Stratégies identitiaires et mobilisations translocales)"