Donne, una razza da proteggere?

Articolo pubblicato il 01 agosto 2005
Articolo pubblicato il 01 agosto 2005

Attenzione, questo articolo non è stato ancora editato, né pubblicato in alcun gruppo

Ormai è un fatto appurato: benché oggi rappresentino il 52% della popolazione mondiale, le donne ancora non possono beneficiare dello stesso peso politico degli uomini. Quale posto è stato loro riservato all’interno del parlamento europeo, alla luce del dogma di protezione delle minoranze che esso sostiene?

Nel 1979, la prima legislatura che ha beneficiato del suffragio universale diretto annoverava appena il 16,5% delle donne. Dalle elezioni del 2004, 222 dei 732 deputati europei eletti sono donne, ovvero il 30,2 % dei rappresentanti. Un aumento piuttosto significativo. Ma se in alcuni paesi viene conferito al gentil sesso un posto in primo piano, il quadro non è omogeneo. La Svezia volteggia in cima alla classifica con il 57,9% di donne tra gli svedesi in parlamento. Lussemburgo e Paesi Bassi completano il trio di testa con rispettivamente il 50% ed il 44,4% di donne elette. La Francia riesce a cavarsela con un onorevole 43,5% di deputati, mentre la maggior parte del gruppo si aggroviglia attorno al 35% degli eletti, come in Danimarca, Lituania, Spagna ed Ungheria. Nella hit delle nazioni “macho” dove la presenza femminile negli incarichi politici è fortemente limitata, troviamo la Polonia (23% di donne), l’Italia (19,2%) e Cipro, vincitore di tutte le categorie con un inconfutabile 0%.

Le ragioni

Questa disparità nella presenza femminile può essere spiegata essenzialmente da due motivi: da un lato si tratta di un fenomeno puramente sociale, o addirittura socialitario, in virtù del quale i paesi nordici e protestanti hanno una naturale propensione a concedere in politica più posti alle donne rispetto alle nazioni latine. Poi dobbiamo considerare il modo di designare i rappresentanti parlamentari in Europa: effettivamente, dal 1979, questi vengono eletti con un suffragio universale diretto, secondo modalità decise dagli stati membri che organizzano lo scrutinio. Conseguenze? Una grande diversità nei modi di scrutinare in funzione degli stati, rappresentativa allo stesso modo delle regole di rappresentazione e protezione delle minoranze.

Inoltre, come ci insegna l’esempio francese, se nel paese il numero dei cittadini tutelati presenti al parlamento europeo è così elevato, non è solo dovuto a un cambiamento nell’atteggiamento dei francesi di fronte al ruolo delle donne o alla loro condotta elettorale. Più probabilmente è grazie a l’adozione della legge n°493 del 6 giugno 2000 che mira a favorire l’uguale accesso delle donne e degli uomini ai mandati elettorali ed alle funzioni elettive che questa inversione di tendenza si è verificata.

Sono dunque spesso le leggi dei partiti politici che si trovano alla fonte di queste situazioni “mirabolanti”: testi fondati sul principio della discriminazione positiva e del protezionismo sulle minoranze.

Protezione di una minoranza.. maggioritaria

La discriminazione positiva, attraverso le leggi di uguaglianza elettorale, può intendersi come la trascrizione legislativa dell’incapacità che gli uomini associano alle donne nel affermarsi loro stesse come forza rappresentativa e decisionale della vita politica. La parità comprenderebbe pure l’idea che le donne, allo stesso modo delle razze in via d’estinzione, vengano protette e trattate diversamente dagli altri cittadini, unicamente sulla base del loro sesso e sul fatto che l’appartenenza a tale genere costituisca di per sé un handicap. Un’indulgenza paternalista per una società che non si è evoluta abbastanza riguardo i principi del buon governo.

Forse le donne hanno espresso una tale esigenza per la messa in atto di questo sistema paritario? No, no e ancora no. In quanto il sistema è tre volte ingiusto! Ingiusto prima di tutto perché le leggi di uguaglianza prevedono di assegnare una posizione ad una donna non per i suoi meriti ma in ragione del deficit di attributi virili. Potenzialmente sottrae inoltre questo posto a un uomo che avrebbe potuto essere più competente o più preparato di lei. Inoltre, è ingiusta in quanto le leggi di parità sono la forma più perfida e maligna della dominazione femminile, con l’introduzione di una misura discriminatoria toccante più del 50% di una data popolazione. Infine è ingiusta perché ostacola la ricerca di soluzioni alternative per l’integrazione delle donne nella vita politica e dà l’idea che solo una mascolina benevolenza può permettere alle donne di integrarsi in questa alta sfera.

Alla ricerca del Girl Power

Anche se la discriminazione positiva e la ricerca a tutti i costi di un’eguaglianza potevano sembrare a priori una buona soluzione di integrazione delle donne nel mondo politico, l'intera questione è complessa e va affrontata con le pinze. L’emancipazione femminile e il suo accesso al potere politico avrebbero un maggior riconoscimento se l’approvazione delle sue prerogative avvenisse in seno alla società e nel cuore dei templi economici. Ma questo è un adattamento che non potrà che attuarsi dando tempo al tempo e sicuramente non violando il potere elettorale. Cominciando con l’accettare di riconoscere alle donne competenze per lo meno uguali a quelle degli uomini. E pagandole con la stessa moneta!