Donna, giornalista e immigrata: "per aver successo non ci servono le quote rosa"

Articolo pubblicato il 08 marzo 2012
Articolo pubblicato il 08 marzo 2012
La notizia è quella dell'iniziativa promossa da 340 giornaliste tedesche per introdurre delle quote rosa nei media: il 30% delle poltrone presidenziali dovrebbe essere occupato da donne entro i prossimi cinque anni. Traguardo impossibile senza una legge che lo imponga?

Con le quote rosa avrei un buon posto di lavoro assicurato: sono giovane, di sesso femminile, immigrata e membro di una minoranza religiosa. Nella mia professione, il giornalismo, queste quattro caratteristiche sono poco comuni. Con un po’ di aspirazione politica potrei ottenere qualsiasi lavoro di questo mondo. Certo, se solo ci fossero le quote rosa.

Circa 340 giornaliste e alcuni giornalisti si sono recentemente appellati alle direzioni delle varie redazioni nazionali. Essi richiedono una quota rosa vincolante all’interno della loro categoria professionale. Almeno il 30% delle occupazioni ai vertici del giornalismo dovrebbe essere ricoperto da donne. Giornaliste famose appoggiano tale iniziativa: “è ora di cambiare qualcosa”, così si sono pronunciate e, rivolgendosi ai propri capi, “possono farcela?

Chi ha assistito almeno una volta a una riunione di un importante giornale, capisce perché molte giornaliste auspicano in una maggiore considerazione: la stretta cerchia di capiredattori è composta quasi esclusivamente da uomini (su questo problema, leggete anche Il giornalismo in crisi: un problema europeo su cafebabel.com) . Solo il  2% dei 360 caporedattori in Germania, secondo l’iniziativa in questione, è di sesso femminile e, tra i 12 direttori generali della radio pubblica, soltanto tre sono le donne. Anche i capireparto donna sono ancora una bestia rara. Per quanto le donne sgobbino a lavoro, il loro capo resta comunque spesso un uomo. L’introduzione di rigide quote rosa cambierebbe senza dubbio la situazione…ma a che prezzo?

Dorothy Bronson, reporter per il Chicago Daily NewsIl termine “quota” in sé si riferisce al bisogno di “numeri” e fa pensare che un gruppo sociale non abbia qualità sufficienti e non possa farcela senza l’aiuto della statistica. Tutto questo non dà molto l’idea di uguaglianza, bensì di compassione. Fa sentire le donne minacciate e impossibilitate a ricoprire ruoli dirigenziali senza essere aiutate. In più verrà detto che esse agiscono nell’interesse delle proprie giovani colleghe: proprio come oggi gli uomini tendono ad assumere altri uomini, lo stesso farebbero le donne per trovare i loro successori. Ma questo è proprio necessario?

Donne blogger in Europa: pane, amore e politica! su cafebabel.com

Certamente ci sono ancora molte disuguaglianze: le giornaliste, per esempio, sono spesso meno pagate rispetto ai loro colleghi di sesso maschile, talvolta si ha meno fiducia in loro e spesso devono prima dar prova delle loro capacità. Tuttavia le quote rosa non rovescerebbero questo meccanismo. Al contrario, produrrebbero diffidenza e ipocrisia: “Quella ha fatto carriera solo grazie alle quote rosa!”. Alcune donne ci stanno: meglio essere capi le cui capacità vengono messe in dubbio, piuttosto che non avere la possibilità di arrivare ai vertici dirigenziali. Non appartengo a questa partigianeria.

Per come la vedo io, le quote rosa non ci servono affatto. In media il 50% di coloro che riescono ad affermarsi professionalmente sono donne. E’ un’evoluzione piuttosto recente: alla fine degli anni Settanta non si arrivava ancora al 20%. Le donne si trovano in maggioranza nelle scuole giornalistiche e nei corrispettivi corsi di studio universitari. Tutto ciò rappresenta un primo passo in avanti nel mondo mediatico, un passo, appunto, perché non abbiamo ancora raggiunto il nostro obiettivo. I capi non vengono scelti ogni anno e di conseguenza la nuova generazione non ha ancora potuto fare il proprio ingresso. Cambierà. Magari non ancora tra cinque anni, ma forse tra dieci sì. A quel punto dovranno scegliere noi come capi, non perché siamo donne, immigrate o parte di una minoranza, ma perché saremo in maggioranza. Anche senza le “quote della pietà”.

Foto di copertina: (cc)Morning theft/flickr; testo: (cc)John McNab/flickr