Dominique Perrault, più di un architetto

Articolo pubblicato il 15 luglio 2006
Articolo pubblicato il 15 luglio 2006

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L’eclettico architetto francese Dominique Perrault racconta a cafebabel.com la sua storia, i suoi progetti e la sua filosofia.

La metropolitana sfreccia davanti all’imponente Biblioteca François Mitterand per poi spingersi oltre. Nel Sud-Est di Parigi. Le nubi si riflettono contro l’edificio completamente di vetro in cui si trova lo studio dell’architetto che l’ha progettata, Dominique Perrault. Entrata A, settimo piano. L’ascensore inizia a salire e Parigi appare al tramonto in tutta la sua vitalità. Un brulicare di auto, treni e cantieri. Attraverso l’intero studio open space in cui decine di tavoli allineati sono coperti da fogli, plastici e computer.

Architetti si nasce?

Dominique Perrault si presenta vestito completamente di nero. Una barba non rasata da due giorni e qualche capello bianco. Ci sediamo in una grande stanza illuminata dal sole del tardo pomeriggio. «Sono partito da niente e sono arrivato a nulla» chiarisce subito. «Non sono mai voluto essere architetto. Oggi ancora meno di ieri. Gli architetti che vogliono essere tali arriveranno solo a essere architetti. Mentre coloro che diventano architetti senza volerlo essere, saranno molto più che architetti. E io volevo essere un artista». Mi racconta che da giovane aveva una grande passione per la pittura: «un’arte estremamente gestuale, violenta, fatta con stracci impregnati di benzina su tele cerate». Con un filo di ironia e rammarico mi racconta che i suoi genitori volevano facesse un vero mestiere. «L’architettura poi è un mestiere molto lungo, costoso, duro, che non mi ha permesso di portare avanti la mia passione per la pittura».

Andare oltre, trasformarsi

Nel frattempo Parigi continua a correre sotto i nostri piedi. E Perrault cerca di spiegarmi cosa significhi andare oltre. «Oggi l’architettura è qualcosa che disciplina, una cosa riduttiva. Agli architetti interessa l’architettura. A me interessa il paesaggio, la creazione di una nuova natura. Una natura artificiale, con alberi certamente. Ma alberi piantati, costruiti. Progettare dei paesaggi come degli edifici, all’interno dei quali costruire piccole strade, case, giardini, montagne… In cui la gente viva, abiti, dorma».

E Parigi? È forse un paesaggio di questo tipo? La rispota è secca. «Parigi è una città per turisti. Non è più una grande capitale. Oggi in Francia le città interessanti sono Grenoble, Lione, Nantes, Lille perché in trasformazione. L’avvenire della Francia è in provincia. Non a Parigi».

Progettare, un lento processo

«Progettare? La cosa più difficile è trovare la prima idea. Mi riferisco ormai a trent’anni fa, ma una volta trovata la prima idea è tutto in discesa. Se c’è la prima c’è anche la seconda. E poi una terza, una quarta…». Lo incalzo chiedendogli quale sia stata la sua prima idea. Mi risponde: «Quale? Non lo so» e scoppia in una forte risata. «Non so da dove sono partito e non so dove sto andando. In Russia si dice “Niente è possibile, tutto è possibile”. Così per un architetto nulla è possibile, ma per l’architettura tutto è possibile».

Ma cos’è un progetto più nello specifico? «Un progetto è un processo concettuale. Un’attitudine che evolve, che si contraddice, che si modifica, si adatta, si trasforma… e questo lo trovo straordinario. All’interno di un processo si parla di politica, economia, funzionalità, esperienza ed estetica».

I suoi lavori sono visibili in tutto il mondo ma confessa che il complesso del Velodromo e della piscina di Berlino rappresenta il suo manifesto. «È un edificio che rimarrà nella storia dell’architettura. Un edificio capace di creare un luogo al di là di se stesso. Non è un’architettura che si mette in scena, ma un’architettura che crea una nuova messa in scena».

La Biblioteca François Mitterand

A Parigi Perrault ha lasciato certamente il segno. Nel 1989 iniziarono i lavori della Biblioteca Nazionale di Francia. Mitterand, l’allora Presidente dalla Repubblica, scelse il progetto di Perrault. «Mitterand aveva una visione che consisteva nell’immaginare la trasformazione di una società marcata da edifici. Aveva una visione dell’architettura legata alla storia perché il sapere si incarna nell’architettura. Io credo piuttosto che l’architettura segni un territorio, la geografia».

Precedentamente alla Biblioteca Nazionale i grandi progetti architettonici di Parigi sono legati a figure geometriche come la piramide del Louvre dell’architetto sino-americano Pei, l’arco o il cerchio dell’Opera. Tutte forme archetipiche. «Al contrario la Biblioteca è un progetto vuoto, astratto. Un luogo che funziona su una dimensione molto più concettuale. La biblioteca crea un territorio, la piramide segna la storia» afferma Perrault.

24 ore su 24

La giornata lavorativa inizia quando sorge il sole fino a quando non tramonta. Anche se è vero che avendo cantieri in tutto il mondo il lavoro diventa non-stop. «In tutti i momenti del giorno e della notte c’è un cantiere attivo nel mondo. E’ incredibile…è la società contemporanea!». Attualmente lo studio sta portando avanti il progetto della Corte di Giustizia Europea in Lussemburgo, il Teatro Mariinsky II a San Pietroburgo, il Centro Olimpico di tennis a Madrid e l’Università femminile di Ewha in Corea del Sud. Ma Perrault ha ancora un desiderio da realizzare: un museo. «Non mi importa quale, non importa dove. Sono sempre arrivato secondo in tutti i concorsi per la costruzione di un museo!».

Verso un’architettura europea

«Un’architettura europea esiste» afferma convinto Perrault. «Tutti i Paesi in via di sviluppo cercano di ricostruire un’architettura europea, una cosa che fa sognare». Ma come è quest’architettura europea? «Conformista, borghese, piccola, comoda… Come me!» mi sussura, per poi scoppiare in una grande risata. Lascio lo studio affascinato dal mondo di Perrault, dal suo continuo giocare e costruire nuovi ragionamenti con le parole. Intanto è calata la sera e Parigi continua nel suo incessante brulicare.