"Domani usciamo". Violenza sulle donne: le domande che non ci facciamo.

Articolo pubblicato il 11 ottobre 2017
Articolo pubblicato il 11 ottobre 2017

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Dei casi di violenza si sa sempre tutto, o quanto basta, — dai nomi ai come, dai dove alle nazionalità —, raramente ci si interessa degli ambienti e delle situazioni che quei casi hanno generato.

Duemilatrecentotrentatre. È il numero di donne che hanno subito violenza sessuale dall’inizio dell’anno. Si tratta però di un dato relativo che, nel quadro più generale delle violenze sulle donne, non tiene conto di fenomeni come quello dello stalking, della violenza psicologica, dei femminicidi, delle molestie.

Il pubblico — e quindi i media, come conseguente risposta a una crescente domanda del mercato — segue con una certa ossessione la caccia, la cattura, il linciaggio mediatico (e non) dei colpevoli, invece, poco si preoccupa delle vittime e, quando ne parla, lo fa con un voyeurismo inquietante.

Dei casi di violenza si sa sempre tutto, o quanto basta, — dai nomi ai come, dai dove alle nazionalità —, raramente ci si interessa degli ambienti e delle situazioni che quei casi hanno generato. Il pubblico, questa entità un po’ giudice un po’ colpevole, guarda la violenza sulle donne quando questa è già un articolo su un quotidiano o un servizio televisivo.

Prima, della prevenzione, dei disagi, di ciò che succede tra le mura domestiche, tra gli uffici, in famiglia, prima, non ne parla mai nessuno perché non c’è nessuno che sia interessato ad ascoltare, nessun pubblico.

Federico Malvaldi della Sunrise Media House, in collaborazione con due realtà cinematografiche pisane (The Hat Production e Cinematica Film), controcorrente, ci descrive quel prima fondamentale, senza la pretesa di avere delle soluzioni. Lo fa con un cortometraggio, “Domani usciamo”, che si rivela potentissimo nella sua semplicità.

Tra le mura minimaliste di una casa in cui la videocamera ci accompagna nella scena di apertura, si muovono le figure di Silvia e Riccardo, una giovane coppia di cui apprendiamo il quanto basta per comprendere la situazione prima che diventi caso. Lei sopravvive alla vita dentro con rassegnazione e passività, quasi avesse messo a punto un meccanismo di difesa, e vive il mondo di fuori attraverso la musica, la letteratura e il cinema. A lui basta quel mondo fatto di due individui per vivere, anzi, non desidera nulla al di fuori dell’idea dismorfica che ha dell’amore, e impone questa idea con l’accondiscendenza, la superiorità, il tono di voce.

“Domani usciamo” ci racconta l’immobilità causata dalla violenza di coppia; è un’immobilità narrata attraverso il silenzio che si fa inerzia e incapacità di uscire non solo fisicamente dall’ambiente domestico, ma anche metaforicamente da una relazione-prigione il cui emblema ci viene rivelato alla fine: un paio di manette che legano, senza lasciare possibilità di indipendenza, il polso di Silvia a quello di Riccardo.

Non c’è spazio, in questi sedici minuti, per le parole dei benpensanti, le frasi fatte del dopo, per i “Ma perché non se n’è andata? Perché non lo ha lasciato? Come si fa ad amare uno così?”. L’occhio della videocamera segue solo la fragilità nelle grandi pupille di una donna che non sa o non può reagire, rammentandoci che il mondo non deve essere fatto solo per gli individui forti, ci sono anche i fragili, e bisogna ricordarsene prima.

Questo cortometraggio ci pone moltissime domande, non dandoci alcuna risposta; i casi mediatici ci forniscono risposte fini a se stesse, senza porci i quesiti imprescindibili. Nel mezzo, quel drappo di silenzio che circonda le relazioni come quella di Silvia e Riccardo, che questo corto si propone di scostare.