Dolan, un nuovo autore per le future generazioni  

Articolo pubblicato il 31 ottobre 2014
Articolo pubblicato il 31 ottobre 2014

La nuovissima rubrica dedicata alla settima arte inizia con una critica ad uno dei film del momento. Vincitore del premio alla giuria a Cannes Il nuovo film di Xavier Dolan (primo ad essere distribuito in Italia) contribuisce alla consacrazione del giovanissimo regista canadese. Qui ripercorriamo allora le sue caratteristiche, le sue ossessioni...

Lanciato alla stregua di un lacrimogeno alla platea, il nuovo film di Dolan non poteva passare inosservato. La strategia di distribuzione era già evidente dal trailer, che nell’uscita francese include l’ormai celebre speech del regista a Cannes in cui incita le nuove generazioni a credere nei sogni e a valorizzare i ruoli femminili, con tanto di abbraccio finale alla presidentessa Jane Campion. Mommy è l’evento che impone il nuovo beniamino internazionale all’attenzione del grande pubblico, al di fuori della cerchia di cinefili che lo aveva notato anche prima del Premio della Giuria, ottenuto ex-aequo con il più veterano degli auteurs Jean-Luc Godard.

E il film in effetti colpisce, non fosse altro che per l’interpretazione eccezionale ricavata dal trio di attori e per la grande forza di concertazione e di empatia che ne scaturisce. Se J’ai tué ma mère accentuava il lato repulsivo e isterico del rapporto madre-figlio, Mommy ne mette in scena il lato attrattivo, tramite la morbosa dipendenza che lega i due personaggi. Come anche in Les amours imaginaires e Tom à la ferme, l’importanza della libertà si muove ambiguamente nelle faglie di un rapporto opprimente ma inestinguibile e Dolan è abile nello sfruttare proprio questi spazi tra la dominazione limitante e l’espressione di sé. L’amore complice, protettivo ed esclusivo tra Diane e suo figlio Steve non può bastare e anzi finisce per schiacciare le loro vite ingestibili e ai margini come lo mostra il formato scelto per l’immagine in 4:3 che fa entrare solo un personaggio nell’inquadratura. Il tema dell’adolescenza colpita da turbe comportamentali, inserito nel contesto non stereotipato della periferia canadese, denota, inoltre, una certa sensibilità nella descrizione dell’ambiente e dei caratteri sociali.

Mommy, insomma, non solo si rivela commovente come annunciato, ma dimostra la sempre più matura consapevolezza filmica di Dolan: se prima si parlava di lui come un talento, adesso possiamo introdurre la parola (e lo status di) “autore” nel suo profilo. Con già cinque lungometraggi all’attivo, il giovanissimo regista canadese sta portando infatti la sua promettente carriera non solo lungo i binari del successo ma anche lungo quelli più pretenziosi dell’autorship cinematografica, grazie a delle cifre stilistiche ormai marcate e riconoscibili. Se si può dire che ogni autore si caratterizza per i suoi temi ricorrenti e le sue ossessioni, la pur breve filmografia dolaniana risalta già per degli elementi cardini costanti. A ritornare non sono soltanto gli stessi temi (la devianza sociale o sessuale, i rapporti affettivi conflittuali), ma anche gli stessi attori (oltre che Dolan stesso, Anne Dorval, Suzanne Clément, Niels Schneider, Monia Chokri), le stessi frasi («mi dicono che sono “speciale”» in J’ai tué ma mère e Lawrence Anyways), gli stessi musicisti per la colonna sonora (The Knife, Celin Dion). 

La potenza e il coraggio di gridare qualsiasi sentimento 

Nonostante si noti la poca esperienza in alcune lungaggini narrative, in qualche ralenti di troppo e in una certa ingenuità nel trattare certi aspetti melodrammatici, è sicuramente la sua energia (che non esclude la maestria) giovanile ciò che rende interessanti e incisive le sue opere: la caparbietà quasi febbrile che traspare dalla voglia di fare cinema, il carattere ribelle e fragile allo stesso tempo. La sua firma è visibile nella sceneggiatura, con numerosi dialoghi costruiti per apparire i più spontanei possibili, capaci di affrontare con schiettezza la realtà, quasi in forma di confessione, di dichiarazione pubblica (une certa dote teatrale la si nota nei film come nel discorso a Cannes citato), ma anche nella mise en scène, che si esalta nel ritagliare e fare emergere dalla realtà dei momenti surreali, in cui musica (indie, pop o classica) e montaggio giocano con un effetto a volte da videoclip. Tutto ciò si traduce in frequenti esplosioni di rabbia, litigi, ingiustizie, incomprensioni, piccoli momenti di gioia, grandi momenti di nevrosi: nella potenza e nel coraggio di gridare qualsiasi sentimento.

Non rimane allora, guardando intanto questi attimi cinematografici stimolanti per le “nuove generazioni”, che aspettare il suo prossimo lavoro e, forse, il suo prossimo premio.