Django Unchained: Tarantino scatena le passioni

Articolo pubblicato il 21 gennaio 2013
Articolo pubblicato il 21 gennaio 2013
Appassionati o scettici, sono in pochi a poter sostenere che la filmografia di Tarantino non sia in grado di conquistare e stupire, e far parlare di sé, a ogni nuova pellicola. Tuttavia, non si può negare che il regista americano preferito dai francesi abbia corso dei rischi nel corso della sua carriera. E anche con Django Unchained ci si ritrova di fronte allo stesso stile. O anche di più...

Si sa, per chi svolge un mestiere creativo o intellettuale, è quasi volgare pensare che sia meglio abbandonare le scene con un capolavoro. Per Quentin Tarantino, la fine del mondo nel 2012 avrebbe potuto segnare la fine di una filmografia geniale e una carriera straordinaria, composta da otto film, l'uno più sbalorditivo dell'altro. Solo che, ecco, i Maya ci hanno riservato la più grossa bufala del XXI secolo, e lui ha pensato bene di approfittare del sollievo generale per affermarsi come miglior regista di quello che avrebbe potuto essere il nuovo mondo.

Una versione sgangherata della storia del mondo

Diciamolo subito, Django Unchained è un film meraviglioso. Tenendo conto della copertura mediatica di cui ha beneficiato “il nuovo capolavoro di Tarantino”, avremo la bontà (e il piacere) di non indugiare nei sentieri della gloria, già segnati da due Golden Globes. Diremo subito che l'ultimo lungometraggio del regista americano è ancora una volta un film sulla vendetta. E poi, che per la seconda volta consecutiva, due anni e mezzo dopo l'uscita di Inglorious Basterds (2009) in Europa, Quentin Tarantino ci offre una versione sgangherata, e più che personale, sulla Storia del mondo.

L'azione si svolge nel Sud degli Stati Uniti, due anni prima della guerra di secessione. Il Dr. King Schulz ( interpretato da Christoph Waltz), colto tedesco, cacciatore di taglie, libera Django ( interpretato da Jamie Foxx) dalla schiavitù. In cambio, quest'ultimo gli dovrà fornire la descrizione di tre fratelli, sulle cui teste pende una taglia. Ne nascono intrighi e peripezie in seguito ai quali Django, divenuto cowboy, decide di liberare sua moglie dal giogo del ricco proprietario terriero Calvin Candie ( interpretato da Leonardo Di Caprio). Secondo la leggenda, Tarantino avrebbe scritto questo film intorno al personaggio di Waltz, la cui benevolenza verso uno schiavo nero mette le basi di 2 ore e 44 minuti di emozioni. Secondo Wikipedia, Django Unchained sarebbe un omaggio vibrante a Django di Sergio Corbucci, spaghetti western realizzato nel 1966.

“Play it Again Sam”

Se è vero che nei suoi sette film precedenti, Quentin Tarantino ha sempre costruito le sceneggiature a immagine e somiglianza dei suoi personaggi, veri e propri feticci ( Uma Thurman, Samuel L. Jackson...), e se è ancora più vero che il figlio di Knoxville (nel Tennessee) ha sempre voluto celebrare il cinema d'antan,se di serie B ancora meglio, è certamente la prima volta che ci riserva una sceneggiatura di un lungometraggio abbastanza lineare. In occasione della proiezione organizzata mercoledì 16 gennaio a Parigi, Emmanuel Burdeau - che ha curato la redazione di una recentissima opera di filmografia commentata, intitolata "Quentin Tarantino: un cinéma déchainé" ( Tarantino: un cinema scatenato, ndt) - ha precisato: “Quentin Tarantino ha sempre curato la sceneggiatura dei suoi film attraverso l'intermediario di differenti punti di vista, incarnati dai suoi personaggi e dalle sequenze in capitoli. Qui, la storia è lineare nella misura in cui ci conduce da un punto A a un punto B, senza far intervenire altri mezzi narrativi”.

“Vuoi sapere se mi creerebbe problemi ricoprire il ruolo del peggior sfigato nero di tutta la storia del mondo?” Samuel L. Jackson a Quentin Tarantino

Questo nuovo procedimento avrebbe potuto sminuire la forza dei personaggi secondari, che hanno sempre svolto una funzione più importante di quella di semplice spalla dei protagonisti (se così li possiamo definire): come David Carradine in Kill Bill, Bruce Willis in Pulp Fiction e, naturalmente, Christoph Waltz in Bastardi senza gloria. Ma ecco, anche in una disposizione, diciamo, più classica, Tarantino dimostra di essere, e forse in questo caso ancor più, un geniale creatore di personaggi. In Django Unchained, il ruolo in cui spicca Samuel L. Jackson è di sicuro quanto di meglio nella psicologia cinematografica si possa trovare. Troppo vecchio per fare il protagonista, l'ex musa del regista si ricicla nelle vesti del “peggior sfigato nero di tutta la storia del mondo”, secondo le parole dell'interessato. Cioè un “negro”domestico- Stephen- ancora più svilito del più bianco dei sostenitori della schiavitù.

Infine, Django Unchained segna anche la fine di un'epoca meno pop nei film di Tarantino. Se il modus operandi (dialoghi, humour, musica...) è lo stesso, il discorso sprofonda senza riguardi in uno dei maggiori tabù della storia americana. Argomento “appena citato nei manuali scolastici americani”, secondo Tarantino, l'orrore della schiavitù qui è mostrato senza abbellimenti, con molta emoglobina (d'altronde decisamente troppa perché il film possa essere considerato violento). Un modo per mettere a proprio agio un'America irrigidita, certamente più abituata ai pudibondi documentari, il cui unico soprassalto puritano consisteva nel precisare il numero delle volte in cui è stata utilizzata la parola “negro”. 99 volte. Spike Lee protesta. Tarantino, tuttavia, sostiene che era “inevitabile”. Non si può scrivere questa storia senza utilizzare i codici dell'epoca. L'idea geniale è quella di aver scelto un western per raccontarla: cioè il genere per antonomasia che ha sempre nobilitato la storia degli Stati Uniti.

Foto: © pagina Facebook del film; Video (cc) YouTube

Django Unchained. Uscita il 16 gennaio in Francia, il 17 in Germania e in Italia, il 18 nel regno Unito e in Polonia e il 25 in Spagna.