Diverso da chi? Essere disabili in un’Europa costruita sulla diversità

Articolo pubblicato il 29 maggio 2009
Articolo pubblicato il 29 maggio 2009
di Anna Franca Didonna Metti un italiano: è un europeo ma anche “diverso” dagli altri europei. Aggiungi un europeo che è italiano, ma diverso da tutti gli altri italiani. Completa il tutto con un disabile che è allo stesso tempo un italiano ed un europeo. È paradossale, complicato, esilarante … è  l’emblema dell’ “unità nella diversità”.

L’Europa si confronta oggigiorno con una popolazione di cui il 16% circa è più “diversa” del solito. L’Unione europea ha colto nell’essenza il problema di essere disabile: il piano d’azione europeo a favore delle persone disabili (Pad), inserito nell’agenda sociale 2005-2010, si è posto tre obiettivi fondamentali: incoraggiare l’attività professionale, promuovere l’accesso ai servizi ed ai sostegni di qualità ed accrescere le capacità di analisi dell’Ue.  Senza dimenticare la necessità di dare attuazione alla Convenzione delle Nazioni Unite in merito e di aggiornare il quadro legislativo comunitario di protezione contro la discriminazione.

Essere disabile è essere vulnerabile?

Ciò che rende vulnerabile un disabile è l’alta probabilità di un reddito insufficiente a causa della disoccupazione, diretta conseguenza dell’essere affetti da malattia o invalidità, nonché la preoccupazione dei genitori di un disabile sul “dopo di noi”. La risposta a tali esigenze ha necessariamente implicato, nel Pad, una riforma delle pensioni di sostegno ed un programma di protezione sociale a lunga durata. Gli interventi delle istituzioni europee in merito non sono stati esclusivamente “passivi” e dediti al godimento dei diritti fondamentali: la politica comunitaria ha incentivato interventi che stimolino la partecipazione attiva della popolazione disabile alla vita, professionale e non. Un cittadino europeo ha bisogno di questo, ma l’Unione europea necessita che gli Stati membri traducano in fatti i propositi. La priorità di un disabile nel mondo del lavoro è spesso sopraffatta dalla concezione di un disabile come lavoratore meno capace dei cosiddetti “normodotati” o peggio, si tratta a volte di una priorità concessa solo per effetto dei vantaggi fiscali. In Italia accade ancora che sia impossibile ad un disabile accedere ad un mezzo pubblico se non chiedendo assistenza, e con un discreto anticipo. In barba a tutti i diritti di privacy ed al diritto di indipendenza. O accade ancora che i fondi a sostegno dell’integrazione dei disabili siano esigui e troppo rigidi per le esigenze di ciascuno. L’Italia rimane ancora il Paese dalle meraviglie architettoniche. Ma anche quello delle barriere architettoniche: ci sono ancora, solo per elencare uno dei tanti esempi, tribunali non accessibili, motivo per cui avvocati disabili sono costretti a rimanere fuori, delegando ai loro assistenti lo svolgimento dell’attività. Rimane il Paese degli “italiani brava gente”  e che si conferma tale grazie ad una folta schiera di volontari, ma che non possono essere la sua unica risorsa: il servizio civile è una delle più preziose fonti di “avvicinamento alla normalità”, senza però dimenticare che la cultura dell’accessibilità deve diventare istituzionale, prima che essere affidata in modo massiccio al volontariato.

Tuttavia è il Paese che reclama uguaglianza sociale è che in appena poco più di 50 anni ha capito di poter difendere l’uguaglianza senza richiedere a tutti di essere uguali. Fino a pochi decenni fa, infatti, un disabile era nascosto come fosse una vergogna, qualcosa di venuto male che non era il caso di mostrare, quasi fosse una disfatta personale. Oggi si è usciti allo scoperto, e fieri anche di averlo fatto. L’integrazione, almeno culturale, è un obiettivo che si direbbe centrato.

Cosa un cittadino disabile europeo allora riconosce all’Ue? L’aver compreso che disabile non significa solo diversità da tutelare, ma implica anche una diversità da sfruttare: insomma, una tutela che rende poiché arricchisce a livello culturale, umano e non solo. Importante è stato anche lo sforzo di inculcare il concetto nella mente dei suoi cittadini tanto disabili quanto normodotati. Poiché anche un disabile a volte ha bisogno di sapere che è utile e di come potrebbe esserlo.

Uniti nella disabilità

Cosa significa essere disabile in Italia e quindi in Europa? Vale a dire cosa significa essere un cittadino europeo per un disabile? Hai delle protesi? Le strade dell’olio doc sono a tua disposizione: niente più svidol e il profumo degli ulivi ti rigenera, nel vero senso della parola.

Sei in sedia a rotelle e vivi in Emilia Romagna? “Gonfiare le gomme” non sarà un problema nella terra dei motori e delle Ferrari.

Vuoi potenziare il tuo spirito di sopravvivenza? Prova a prendere un mezzo pubblico!

Sei basso? Al cinema puoi entrare con biglietto ridotto anche dopo i sette anni!

Vuoi dei bicipiti da urlo? Stampelle! E il body building a confronto sarà da dilettanti.

Sono battute umoristiche, anche ciniche, che vogliono mettere del peperoncino su qualcosa che spesso è concepito come un argomento compassionevole e lacrimoso. Essere una categoria diversa in un mondo diverso è rassicurante.

Ci si è sempre preoccupati di difendere e promuovere l’uguaglianza, finché il concetto stesso d’Europa non ha riportato in auge il privilegio di essere diversi. Essere italiano in un puzzle di culture come quello europeo è come essere disabile in un mondo di normodotati: una piccola porzione della popolazione totale, ma pur sempre fondamentale. “Pensare disabile” e comprenderne il mondo e la vita quotidiana è un viaggio nei tabù e nelle proprie insicurezze che si scopre di avere cercando di essere qualcun altro, più che affannandosi a voler essere solamente sé stessi. L’Europa è un crogiolo di diversità, di differenze che si incontrano, scontrano ma che a volte si ignorano. L’ignoranza, però, nel senso di non conoscenza, non è una soluzione bensì una mancanza, un handicap. Il vero handicap propriamente detto. 

Foto:

Handicapped di a77eBnY/flickr

Handicap Sign di Sterlic/flickr

Volontariato  di Anna Didonna