Diritto all'aborto: è necessaria una direttiva europea?

Articolo pubblicato il 14 aprile 2010
Articolo pubblicato il 14 aprile 2010
È facile oggi per la Francia elogiare Simone Veil, da poco membro dell’Académie Française, responsabile della legalizzazione dell'aborto nel 1975. Ma la legge sull’aborto non è passata senza lasciare strascichi e ancora oggi questa pratica continua a essere oggetto di dibattito.
Una francese che non si abbandona al politichese coglie l’occasione per dare uno sguardo ai suoi vicini europei e constatare che il diritto all'aborto promosso dal Parlamento Europeo non viene rispettato da tutti.

Giovedì 18 marzo 2010, Simone Veil, “la femme preferita dei francesi”, è divenuta la quinta donna a sedere all’Académie Française, un’istituzione di prestigio per molto tempo ostile alle donne. L’ex presidente Valérie Giscard d’Estaing, lo scrittore Jean d’Ormesson e altri "Immortali" illustri, non si sono risparmiati in elogi per questo “modello d’indipendenza”. Il suo arrivo all’Académie costituisce inoltre l’occasione per rendere mediatica, ben 35 anni dopo la sua approvazione, la famosa legge Veil del 1975 che rendeva legale l’aborto. «All’interno della vita politica lei dà un’immagine repubblicana e morale», afferma Jean d’Ormesson preso dall’entusiasmo.

Marie Louise Giraud, “la praticona”

Ma, in Francia, la "morale" della Repubblica non è sempre stata favorevole all'aborto promosso da Simone Veil. Il 30 luglio 1943, Marie Louise Giraud, “la praticona” (donna che esercita pratiche abortive clandestine), viene ghigliottinata dal regime del Maresciallo Pétain per aver effettuato 27 aborti clandestini. Alcuni diranno che la Francia di Vichy non sarà più un esempio di moralità, e non avranno torto, ma in seguito gli oppositori di questa legge saranno numerosi nel momento in cui il progetto di legge sarà presentato al Parlamento da Simone Veil. Nei fatti però, per molto tempo l’aborto è rimasto un tabù. Una smorfia e un sacrosanto «dipende dai casi, non ne so molto» è stata la risposta più frequente e la più diplomatica alla domanda «ritenete che il diritto all’aborto sia un buon provvedimento?»

Legge impopolare diventata incontestabile

I finanziamenti che riceveva dallo Stato sono stati ridotti del 42% nel 2009Quale magia è riuscita ad imporre l’accettazione di ciò che è sempre stato impensabile? Due risposte possibili. La prima ipotesi verte sul fatto che lo Stato possa aver combinato l’importanza dell’innovazione della legge con il martellamento mediatico, dando vita ad un plebiscito per l’aborto, più per sottomissione alla legge che per evoluzione della società civile. La seconda ipotesi si basa invece sul ruolo della stessa società civile. La rivoluzione sessuale degli anni ’60 e tutto ciò che ne è derivato, la creazione del “Mouvement Français pour le Planning Familial” (Movimento Francese per la Famiglia) e così via. Molte iniziative da parte della società civile che hanno contribuito a cambiare il modo di pensare. Secondo questa prospettiva, la legge non avrebbe fatto altro che seguire lo stato d'animo dei cittadini. Certo, il primo caso è incompleto ma il secondo appare semplicistico. La prova? Ancora oggi il diritto all’aborto suscita dibattiti escandescenti. Secondo il giornalista francese Eric Zemmour, il re delle provocazioni di ogni genere, «la legge Veil era una legge di ripiego penosa».

In occasione della sessione del 3 luglio 2002 a Strasburgo, il Parlamento Europeo con 280 voti contro 240, ha adottato una risoluzione che raccomanda gli Stati membri e i paesi dell’Europa centrale e orientale candidati all’adesione a legalizzare l’aborto. Potrebbe sembrare applicabile nella maggior parte dei paesi dell'Unione Europea. Il Portogallo, uno tra gli ultimi paesi contro l’aborto, ha votato l’8 marzo 2007 per legalizzare l’IVG (Interruzione Volontaria di Gravidanza) fino alla 10a settimana di gestazione, due mesi dopo che i cittadini portoghesi si erano espressi favorevolmente tramite un referendum. Il caso del Portogallo dimostra che non si può affermare facilmente chi tra lo Stato e la società civile dia per primo l’impulso ad un’evoluzione delle abitudini e del modo di pensare. Tuttavia, a livello europeo, non è ancora stata emessa alcuna direttiva riguardante l’aborto. Con tutto ciò, più il tempo passa e più i contrari fanno orecchie da mercante.

Una direttiva sull’IVG?

In Irlanda, un articolo costituzionale votato nel 1983 protegge la vita dell’embrione quanto quella della donna. L’aborto è dunque illegale tranne quando sussista un serio pericolo per la vita della donna. Dal 1993 in Polonia, il diritto all'aborto è limitato a casi eccezionali. Una regressione, in quanto era stato legalizzato dal regime comunista nel 1956. Malta e Cipro non tengono conto della posizione dell'Unione Europea in materia di aborto. Quando lo Stato nega questo diritto l'unica alternativa sembra essere l'espatrio. La polacca Alicia Tysiac è andata oltre. Dopo aver ricevuto un rifiuto all’aborto in Polonia, ha presentato ricorso alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, con corollario la condanna dello Stato polacco e una multa di 25.000 euro, considerando il fatto che il divieto all’aborto violava la legge polacca che invece lo prevedeva. Una vittoria che la madre di famiglia oggi paga caro, ricevendo minacce da parte della Chiesa cattolica e dall’estrema destra polacca. La rivista episcopale Gosc Niedzielny è stata inoltre condannata per diffamazione dopo aver paragonato Alicia Tysiac ai criminali di guerra nazisti. Per cambiare dunque le abitudini europee occorre una legge a livello europeo, oppure bisogna attendere un lento cambiamento delle abitudini e dei modi di pensare?

Foto: Libertinus/flickr; Mon Œil/flickr