Direttiva Opa: io vorrei, non vorrei...

Articolo pubblicato il 10 aprile 2006
Articolo pubblicato il 10 aprile 2006

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La direttiva europea sulle Opa? Mira a rafforzare la concorrenza all’interno del mercato comune. Ma lascia ai singoli Stati un ampio margine di manovra. Per proteggere i propri “campioni nazionali”.

Di fronte a delle società desiderose di investire al di là dei confini nazionali – approfittando dei vantaggi della moneta unica – urge il bisogno di un quadro legislativo comune e di maggiori garanzie giuridiche. Ma armonizzare i meccanismi delle Opa (offerte pubbliche d’acquisto) non è impresa da poco. Un primo tentativo è stato avviato nel 1989 e naufragò nel 2001. Motivazione addotta: i dirigenti di una società fatta oggetto di Opa non avrebbero potuto difendersi da una tale offensiva, senza prima ottenere il nulla osta degli azionisti. Una condizione che avrebbe reso le società europee più vulnerabili rispetto ai loro omologhi stranieri, soprattutto americani. Secondo motivo di discussione tra gli eurodeputati dell’epoca fu l’inadeguata protezione dei lavoratori delle società sotto Opa contenuta nel progetto legislativo.

15 anni di negoziati

Nell’Aprile 2004 arriva il sollievo generale. Finalmente l’Ue adotta la direttiva sulle Opa, elemento-chiave di un Piano d’azione per i servizi finanziari approvato al Summit di Lisbona nel 2000. Gli imperativi del testo sono l’obbligo di trasparenza per le procedure di Opa su titoli societari e la necessità di informare, o almeno consultare, i dipendenti delle due imprese coinvolte nell’offerta di acquisto. La regola che impone ai dirigenti di una società il consenso degli azionisti prima di difendersi da un’Opa diventa al contrario facoltativa.

Ma all’interno della direttiva si cela un altro caposaldo: la clausola di reciprocità. Essa permette ad un’impresa che voglia applicare questi principi di esserne esentata se chi lancia l’Opa non rispetta a sua volta le stesse regole. Ma, sempre secondo la direttiva, gli Stati membri sono liberi di applicare o meno la clausola di reciprocità. Ai governi spetta, quindi, un ampio margine discrezionale nelle misure di difesa contro le Opa ostili sulle proprie società nazionali.

Gli Stati non cedono

Nonostante la scadenza per la trasposizione della direttiva nelle legislazioni nazionali sia fissata al 20 maggio prossimo, numerosi Paesi non hanno ancora modificato i loro codici. Fra i ritardatari spicanno Belgio, Italia e Spagna. E mentre Lussemburgo e Francia adattano le loro legislazioni alle disposizioni comunitarie, i loro governi cercano di bloccare l’Opa di Mittal Steel, numero uno mondiale dell’acciaio, sulla francese Arcelor. Favorire i “campioni nazionali” di fronte alle incursioni delle società straniere: ecco quello che molti Stati tentano di fare, specie in settori cruciali come quello dell’energia. Basti pensare alla fusione fra Gaz de France e Suez con cui lo Stato francese ha scongiurato l’Opa di Enel, o all’intervento del governo spagnolo per bloccare l’offerta della tedesca E.On su Endesa.

In realtà la direttiva sulle Opa non risponde chiaramente al problema di quegli Stati nazionali che proteggono le proprie società contro le Opa ostili. Lasciando un ampio margine di manovra agli Stati, la direttiva si mostra indulgente verso il patriottismo economico montante delle autorità nazionali. Lo scorso marzo Charlie McCreevy, Commissario europeo per il Mercato Unico e i Servizi, metteva in guardia gli Stati membri annunciando che non sarebbe rimasto «inattivo di fronte al protezionismo». Ma la capacità di azione della Commissione europea resta limitata. L’esecutivo di Bruxelles può intervenire contro uno Stato membro che agisca in maniera protezionistica solo nel caso di minaccia diretta alle regole comunitarie del mercato interno. Non solo. La procedura è lentissima. In quanto lo Stato ha tutto il tempo di difendere la propria posizione, prima che la Commissione possa adire la Corte di Giustizia. A cui poi spetterebbe l’ultima parola.