Direttiva Bolkenstein: un salto in avanti per l’Ue

Articolo pubblicato il 15 febbraio 2006
Articolo pubblicato il 15 febbraio 2006

Attenzione, questo articolo non è stato ancora editato, né pubblicato in alcun gruppo

Giovedì 16 febbraio il Parlamento Europeo si pronuncerà in merito alla famosa direttiva, messa a punto dall’ex eurocommissario olandese Frits Bolkestein per liberalizzare il mercato interno dei servizi.

Quando, due anni fa, venne presentata per la prima volta, la proposta sulla direttiva Bolkestein passò quasi del tutto inosservata. Tuttavia, in concomitanza con i referendum francese e olandese sul Trattato costituzionale, si è rapidamente trasformata nel simbolo di quanto di peggiore potesse uscire dalle mura di Bruxelles, tanto da essere ribattezzata direttiva Frankenstein, in sarcastico riferimento al suo padre spirituale. Relegando a un ruolo marginale le legislazioni degli Paesi membri dell’Ue in materia di servizi, la disposizione prevedeva inizialmente la riduzione delle barriere nei commerci tra Stato e Stato. Una misura che, in teoria, dovrebbe contribuire a favorire il dinamismo e la competitività dell’Unione Europea. Sebbene alcune critiche su particolari dettagli della proposta possano apparire giustificabili, la campagna di diffamazione svoltasi attorno alla direttiva si basa su fraintendimenti e su deliberate distorsioni della verità. A combatttere contro la direttiva sui servizi è un’insolità coalizione formata da partiti di sinistra, sindacati e movimenti nazionalisti di destra, in particolare in seno ai “vecchi” Stati membri. Dietro le loro argomentazioni, che chiamano in causa la protezione degli standard sociali e ambientali, della cultura e dei servizi pubblici, si celano forti sentori di protezionismo, se non addirittura di xenofobia.

Far entrare l’Europa nel Ventunesimo secolo

Le resistenze alla direttiva sulla liberalizzazione dei servizi è stata incoraggiata dall’evocazione dell’immagine di orde provenienti dall’Est, simboleggiate da idraulici polacchi, pronte ad invadere i Paesi membri della “vecchia” Europa. Quello che gli oppositori della direttiva in questione “dimenticano” di menzionare è che, nel giro di quindici anni, i paesi fondatori dell’Ue, con le loro società, hanno invaso i mercati dell’Europa orientale, traendone apprezzabili profitti. Omettono altresì di precisare che l’apertura dei mercati e la concorrenza potrebbero certamente generare delle vittime, ma che l’economia generale ne trarrà grande vantaggio, tanto da poter parlare di un bilancio senza dubbio positivo. Infine, tralasciano deliberatamente di parlare delle numerose tutele contro gli abusi previste dalla direttiva, che vuole attenersi agli standard delle politiche pubbliche europee.

Questo voto, tuttavia, implica ben più della semplice soppressione degli ostacoli allo scambio dei servizi oltre le frontiere nazionali. L’Ue si trova faccia a faccia con una scelta: entrare finalmente nel Ventunesimo secolo o restare nostalgicamente fedele all’idea di un’Europa che da tempo ormai non esiste più (e che forse non è mai esistita).

Se vogliamo mantenere e migliorare la qualità e gli standard della nostra vita, e questo modello sociale europeo basato su solidarietà e sostenibilità, dobbiamo accettare il fatto che i sistemi che abbiamo modellato sulle economie e le società degli anni Cinquanta non sono più applicabili nel Ventunesimo secolo. I nostri concorrenti non sono più la Polonia o la Slovacchia, ma la Cina, il Brasile e gli Stati Uniti. L’Europa deve scegliere di progredire: mantenere lo status quo, infatti, non porterebbe ad altro che alla paralisi e ad un inevitabile declino.

Grandi speranze per il voto

La direttiva sui servizi non è una minaccia, ma una fantastica opportunità per incentivare l’euroeconomia, creare dei posti di lavoro di qualità, offrire occasioni a coloro che sono attualmente esclusi dal mercato del lavoro. Nonché per compiere una svolta reale verso un’economia davvero innovativa e sostenibile, basata sulla consapevolezza.

Spero che giovedì il Parlamento Europeo dia prova di coraggio. Un piccolo passo per l’Assemblea di Strasburgo, ma un passo da gigante per l’Europa!