Dimmi che città vuoi...

Articolo pubblicato il 19 maggio 2003
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Articolo pubblicato il 19 maggio 2003

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...e ti dirò chi sei. Con le elezioni municipali spagnole dietro l’angolo, dobbiamo ricordare che il voto nelle grandi città riflette il tipo di realtà urbana in cui si vuol vivere.

Uno dei grandi problemi che vive oggi la politica è quello della personalizzazione delle campagne elettorali. Nel caso concreto delle municipali, questo fenomeno è ancor più visibile, a causa della vicinanza: tutto sembra incentrarsi attorno ad una persona, il candidato, qualcuno più o meno vicino agli elettori o che questi considerano più o meno competente. Ma ogni candidatura è in realtà un progetto di città. La domanda che si deve fare l’elettore non è, dunque, "mi sta simpatico questo tipo?”, bensì “che città voglio?” e “vuole anche lui la stessa città che voglio io?”.

Guardare all’Europa

Ogni città è distinta ma, da Oslo a Malaga, tutte le città grandi e medie dell’Europa condividono oggi una serie di problematiche, alle quali si risponde con politiche conservatrici o innovatrici, globali o particolari... Sarebbe falso dire che, in Europa, le opzioni più innovatrici provengono sempre dalla sinistra, ma bisogna notare che la destra spagnola ha una tendenza particolarmente accentuata a fidarsi della speculazione immobiliare come unica forma di pianificazione urbana, a concentrarsi su grandi progetti spettacolari, focalizzati nel centro, e a lasciare i quartieri periferici soli con i loro problemi, ed in generale a sviluppare un progetto di città tra il penosamente folcloristico, il conservatorismo incarognito ed il liberalismo brutale. Non è male, in questo senso, dare un’occhiata a quello che si fa in Europa nel campo dell’urbanismo per comprendere che ci sono altri modi di fare le cose, per quanto incredibile sembri a volte.

Ma quali sono i problemi comuni delle città europee e quali soluzioni è tentato di dare?

“Io parcheggio davanti casa mia!”

In primo luogo, ovviamente, c’è la questione dell’automobile. A partire dagli anni cinquanta, lo sviluppo delle città venne pianificato considerando l’automobile come vettore principale. Vennero costruite ogni tipo di rotonde e di autostrade urbane, le piazze si videro invase di automobili, in modo che tutti avessero il diritto di parcheggiare dove volevano. Ma oggi quella scelta non potrebbe sembrare più vacua. Da una parte, il traffico nelle città si è saturato fino a tal punto che utilizzare i trasporti pubblici, quando funzionano bene, non è oramai cosa di poveri, ma il destino di chi vive un profondo disagio sociale. D’altra parte, anche le mentalità evolvono, dai commercianti fino al cittadino a piedi, ed attualmente creare zone pedonali o di traffico ristretto è una pratica normale e considerata necessaria. In questo senso, è inconcepibile che in una città delle dimensioni di Madrid, con un magnifico sistema di trasporti pubblico, non si sia fatto di più. Il fatto è che a Madrid molta gente sembra credere solo a un progetto di città in cui ognuno possa mettere la propria automobile dove gli pare, come se restringere il traffico fosse un attentato alla libertà del cittadino.

La restrizione del traffico è strettamente legata allo sviluppo di spazi pubblici d’incontro ed interazione, dalla piazza al parco, alla strada commerciale. Molti municipi sviluppano già queste possibilità, ma lo fanno generalmente limitandosi al centro, mettendo in risalto il patrimonio della città, opzione che ha due vantaggi: l’attrazione di turisti e il palcoscenico per monumenti o zone che simbolizzano l’identità locale e che permettono una sensazione di appartenenza ad un spazio condiviso. Ma si dimentica troppo spesso che uno degli obiettivi dello spazio pubblico urbano è lo stimolo della coesione sociale, delle interazioni tra gruppi sociali, la riduzione delle frontiere tra quartieri, classi o etnie. Per tutto ciò, è importante stabilire anche spazi pubblici di attrazione nelle periferie: piazze pedonali, grandi parchi urbani... Barcelona è in questo senso un esempio mondialmente conosciuto, semplicemente perché si sviluppò negli anni ottanta un progetto di città diversa, progressista e sociale, che si realizzò durante varie legislature.

La necessità di una domanda sociale

Oggigiorno tuttavia è impossibile replicare il clima sociale ed urbano che visse la Spagna agli inizi degli anni ottanta, quell’euforia democratica popolare. Attualmente, esiste piuttosto un fenomeno di auto-soddisfazione dei nuovi ricchi che si somma al curioso conservatorismo urbano spagnolo che deriva da un orgoglio malcompreso. Si sente la mancanza in Spagna di alcuni fenomeni che sono stati il motore del cambiamento in Europa, come quello della gentryfication, cioè l’invasione, da parte di giovani borghesi, dei quartieri popolari degradati dei centri antichi, che creò una forte e visibile domanda di cambiamento ed un movimento spontaneo che generò da sé una trasformazione urbana indiretta. L’unico esempio è costituito dal quartiere madrileno di Chueca. E ciò è poco diffuso in Spagna perché il problema degli affitti non è risolto ed i giovani spagnoli non godono dell’autonomia necessaria per costituire una domanda urbana, in termini di uso dello spazio. Solamente quando si opereranno quel tipo di evoluzioni sociali, questo paese potrà considerarsi “europeo” dal punto di vista urbano, e creare una domanda politica locale che sappia tradursi in maggioranze di cambiamento, esigenti e realmente progressiste.

Oltre a questi aspetti, altri campi della pianificazione urbana sono non meno importanti, ed in molti la Spagna conosce un certo ritardo. La creazione, ad esempio, di strutture di governo di taglia metropolitana capace di proporre soluzioni globali e coerenti: una cosa di cui si sente un impellente bisogno nell’area metropolitana di Barcelona o nella Costa del Sol. Ancora una politica volenterosa di trasporto pubblico, per l’estensione verso la periferia o la creazione di reti di metropolitane, o, più recentemente, lo stimolo dell’autobus grazie alle corsie autobus o il ritorno al modello del tram, che ha il vantaggio di spingere molto più degli altri mezzi a far stabilire una nuova pianificazione urbana ed un nuovo modo di vivere la città, opzione che nessuna importante città spagnola ha scelto e che un sindaco di destra sta lanciando con successo a Bordeaux ed uno di sinistra a Parigi...

Il fatto è che ogni città ha ciò che i suoi cittadini si meritano. Con il “nessuno mi tocchi il mercato”, non c’è città che possa evolvere verso un modello più ospitale, verso la creazione di un contesto più accogliente e più favorevole ad ogni tipo di interazioni, tanto sociali quanto economiche. E per questo la condizione sine qua non </ I> è che esista una volontà di evolversi, che si crei un movimento sociale locale capace di proporre alternative credibili e di essere una voce degna di esser ascoltata al momento delle elezioni, attraverso le associazioni dei vicinati, dei movimenti urbani, artistici, sociali, professionisti o mediatici, utilizzando uno strumento tanto potente come Internet, e riunendosi fisicamente per discutere o protestare. Ed è lì che entra in gioco la capacità dei partiti progressisti di seguire queste evoluzioni, comprendere quali sono le linee direttrici ed i progetti concreti che possono costituire un nuovo modello di città e rappresentarlo... attraverso un candidato, chiaro. Magari uno simpatico, sù!