Dietro le quinte di piazza Taksim: Istanbul preda del cemento

Articolo pubblicato il 31 luglio 2013
Articolo pubblicato il 31 luglio 2013

Da quando Istanbul ha acquisito l’invidiato status di megalopoli, la città insegue un profondo mutamento rivolto alla realizzazione del cosiddetto “marketing urbano locale”. Da quando i grattacieli di vetro fanno ombra ai minareti, la ristrutturazione di piazza Taksim è una delle prove più recenti di questo cambiamento. Ritorno su piazza Taksim, dietro le imminenti colate di cemento.

Se l’idea di offrire un "lifting" alla famigerata piazza turca e di rivedere le sue funzioni potrebbe a priori accogliere consensi, in questo caso, invece, le linee guida del “progetto Taksim” hanno dato luogo a una controversia. Il progetto è stato annunciato dal primo ministro Erdoğan durante la campagna elettorale del 2011, ma l'amministrazione comunale lo ha reso pubblico soltanto all'inizio del 2012. Di primo acchito, l’intenzione dimostrata sembrava lodevole: rendere la piazza pedonale, trasferendo il traffico in un sottopassaggio, ma i dettagli per la costruzione hanno creato, sin da subito, una certa  inquietudine nella società civile.

democrazia, un blocco di cemento

Così, sin dal momento dell’annuncio del progetto, il collettivo Taksim Plateformu si è impegnato nella denuncia del piano urbanistico e ha proposto delle alternative. Per i suoi membri, il progetto Taksim è solo l'ennesima incarnazione delle carenze di una politica di rinnovamento urbano che, in maniera quasi sistematica, se ne infischia delle esigenze democratiche (assenza di consultazioni preliminari degli abitanti e dei professionisti che si occupano di urbanistica, mancanza di trasparenza). Nella fattispecie, si fa riferimento anche all’insolita rapidità con la quale le autorità municipali e le altre agenzie regolamentari hanno approvato il piano di ristrutturazione, segno rivelatore dell’incuria dei poteri pubblici. Così si comprende meglio perché nel momento in cui sono iniziati i lavori, nel novembre del 2012, i commercianti e coloro che abitano nelle vicinanze della piazza si sono sentiti messi davanti al fatto compiuto e hanno incubato un forte sentimento di rivalsa scoppiato nelle proteste che hanno fatto il giro del mondo. Come ci confida un istanbuliota disincantato: “Qui, non ha importanza chi può costruire, cosa può costruire e dove!”. In un tale contesto, è difficile credere che il progetto Taksim sia stato concepito nell’interesse dei cittadini, visto che l’economia nazionale fa affidamento, in gran parte, sul settore delle infrastrutture e dei lavori pubblici. Nella sfera politica nazionale, si mormora inoltre che i grandi progetti riguardanti le infrastrutture siano divenuti argomenti a carattere elettorale. Niente di sorprendente quindi che ci sia qualche sospetto sulle reali intenzioni dei disegnatori del piano di progettazione, nei riguardi di un luogo, peraltro, altamente simbolico.

il cemento: strumento di coercizione sociale ?

Taksim meydanı, oltre alla sua centralità geografica, e il suo ruolo di piattaforma dei trasporti, occupa un posto a sé stante nella tradizione urbana istanbuliota. Prima di tutto è uno dei progetti urbani più emblematici della Repubblica kemalista (ospita il Monumento della Repubblica e il centro culturale Atatürk). Una colorazione politica che negli anni '90, Recep Tayyip Erdoğan, all'epoca sindaco d'Istanbul, aveva sognato di diluire proponendo la costruzione sul posto, di una moschea.

Ma, in una città in cui i luoghi di un certo spessore sono rari, Taksim rappresenta un punto unico di raduno per i manifestanti di tutti gli schieramenti politici. A Istanbul, è in effetti un'abitudine vedere, più volte alla settimana, cortei di protesta sfilare lungo l'Istiklal e sbucare alla fine, sulle strade lastricate di piazza Taksim. Tutto ciò, è in un certo qual modo insito nel DNA del cittadino impegnato. Manifestanti del primo maggio, tifosi di calcio, studenti, nazionalisti, ecc...tutti apprezzano quella superficie disponibile e la sua visibilità. Storicamente, Taksim non è che l'ultimo baluardo d'espressione politica che possiede una grande importanza nella sfera pubblica cittadina e nazionale. Un luogo essenziale per la vita democratica come, sfortunatamente, ce lo ricordano i violenti tafferugli che il primo maggio, hanno visto scontrarsi i manifestanti con le forze dell'ordine e le sanguinose proteste degli ultimi mesi. 

Dal momento in cui, in Turchia la libertà di espressione è ancora troppo spesso compromessa, alcuni osservatori temono legittimamente che la 'rigidità' urbanistica introdotta dalla colata di cemento nei pressi della piazza minacci la sopravvivenza di questa piattaforma cittadina. Secondo loro, la convergenza dei manifestanti sulla piazza sarà considerevolmente ridotta (meno punti d'accesso pedonali),  anzi virtualmente impossibile, una volta che la strada pedonale Istikal sarà chiusa dalle forze dell'ordine. Di fatti, il cemento bloccherà la piazza, limitandone fisicamente le possibilità di aggregazione.

Si tratta di un'inesorabile parata contro la libertà di riunione e d'espressione? Alcuni non esitano ad attribuire agli ideatori del progetto un così oscuro disegno. Che siano ideologicamente motivate o effettivamente fondate, queste accuse poggiano sul fatto che l'argomentazione del progetto non risolve nessuna delle questioni che ha sollevato. In una megalopoli così intasata e inquinata, non è stata formalmente avviata alcuna riflessione sulla presenza delle vetture. Il progetto Taksim si accontenta di eludere i veicoli, ma i flussi di circolazione "invisibili" resteranno costanti.

Un'altra controversia, per nulla marginale, riguarda la ricostruzione dell'ex caserma militare demolita nel 1940, che comporterebbe la distruzione del parco Gezi, uno dei rari spazi verdi della città situato a nord della piazza. In particolare, come ormai è noto, il piano prevede la costruzione di un centro commerciale, in una città che ne è già largamente dotata, inducendo una gentrificazione e una privatizzazione della sfera pubblica. Il parco, l'unico luogo di socializzazione della piazza, dove il cemento e il consumismo non avevano il diritto di cittadinanza, ha verosimilmente attirato le bramosie dei costruttori edili.

De-politicizzazione e de-socializzazione dello spazio pubblico. Gli urbanisti si chiedono: a chi appartiene veramente la città se il diritto di goderne è negato ai cittadini?