Diaz, un film per capire la sentenza della Corte europea dei diritti umani

Articolo pubblicato il 21 aprile 2015
Articolo pubblicato il 21 aprile 2015

Uscito nel 2012, Diaz ci riporta alla notte dell’irruzione violenta degli agenti di Polizia nella scuola che accoglieva i manifestanti del G8 di Genova. Daniele Vicari, il regista, decide di costruire il suo racconto intrecciando storie diverse, riportate sul grande schermo in tutta la loro crudezza. 

Nei primi giorni di aprile è tornato alla luce prepotentemente un capitolo estremamente oscuro della recente storia italiana. La Corte Europea di Strasburgo ha condannato l’Italia per la violazione dell’articolo 3 della Convenzione dei Diritti dell’Uomo, che  impone il divieto di tortura e trattamenti inumani e degradanti. Il Tribunale continentale ha sanzionato il nostro Paese per i fatti avvenuti nella scuola Diaz in occasione del G8 del 2001 e la notizia, rilanciata anche dai media internazionali, ha riaperto uno squarcio doloroso, provocando un senso profondo di inadeguatezza e vergogna.

Un’opera di finzione non può cancellare ciò che è stato, edulcorarlo, limarne la brutalità. Ma un film come Diaz  può aiutare a non dimenticare, facendoci riflettere su un episodio terribile.

Il racconto cinematografico

Il film si intitola Diaz – Don’t Clean Up ThisBlood, esce nel 2012 ed è scritto e diretto da Daniele Vicari, regista e sceneggiatore italiano apprezzato per numerosi documentari e lungometraggi, come Velocità Massima (2002) o Il passato è una terra straniera (2007). Realizzato attraverso una produzione internazionale (italiana, francese e rumena) e distribuito da Fandango, Diaz ha vinto, ex aequo con altre due pellicole, il Premio del pubblico al 62° Festival di Berlino e si è aggiudicato quattro David di Donatello.

Diaz racconta uno degli episodi di cronaca più gravi degli ultimi anni: l’irruzione violenta di oltre trecento agenti di Polizia avvenuta durante il G8 di Genova,  nella notte del 21 luglio 2001, nella scuola media Diaz, adibita a dormitorio per i partecipanti - prevalentemente cittadini stranieri - alle manifestazioni critiche nei confronti del vertice dei capi di Stato che era in programma in quei giorni nella cittadina genovese . Dopo il fermo e la conseguente ‘deportazione’  nella caserma di Bolzaneto molti manifestanti   sono stati inoltre sottoposti ad ulteriori e gravissimi maltrattamenti fisici e psicologici, fino alla mattina del 23 luglio.

Struttura e ricerca

Attraverso una composizione continua, vari punti di vista ricostruiscono i fatti storici. Le vicende narrate sono molteplici e diverse ma culminano tutte in una notte spaventosa e rabbiosa, dove nessuno è protagonista assoluto. Le azioni intrecciate fra loro sono quelle dei poliziotti, alcuni imperterriti altri pentiti, dei cosiddetti ‘black block’ e di tanti ragazzi qualunque capitati a Genova per passione civile o per altri interessi.                                                                                                                           Il regista ha integrato queste storie in un racconto cinematografico unitario a seguito dello studio degli atti processuali, dopo aver visionato centinaia di ore di materiale registrato in video e aver incontrato numerose persone presenti in quei momenti a Genova. Gli eventi narrati si basano appunto sulle testimonianze dirette, come quella del giornalista inglese Mark Covell o Arnaldo Cestaro, all’epoca sessantunenne iscritto al Partito Comunista, che decise di trascorrere la notte nella scuola Diaz dopo le manifestazioni della mattina e che ne uscì con dieci costole rotte e un braccio e una gamba nelle stesse condizioni.

Costretti a vedere

Nel film nulla viene risparmiato allo sguardo dello spettatore: emerge la descrizione cruda degli avvenimenti,  senza alcuna mediazione o scrupolo nel mostrare anche gli atti più feroci commessi nei confronti di persone inermi e inoffensive. Lo sconcerto di chi guarda è ancora maggiore, considerando che ciascuno è ben consapevole di trovarsi di fronte a delle storie realmente accadute.

Vicari, attraverso un racconto sfaccettato, fonde la passione documentaristica con l’obiettivo di ricordare ciò che è stato. Ne deriva un lavoro profondo e viscerale, fatto di storie che non vorremmo conoscere, di immagini difficili da vedere tanto sono dirette. Il film evita le ambiguità e rifugge dal procedere cauto, si distanzia da altre opere sul tema che sono molto più prudenti, assumendo una potenza nuova.

A distanza di undici anni dai fatti di Genova, quando un'istituzione internazionale come la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo sanziona l’Italia con un’accusa tra le più infamanti, quella di aver permesso che alcuni agenti torturassero, per di più nelle strutture dello Stato, dei cittadini inoffensivi, è importante  riproporre la visione di Diaz. Non si tratta solo di ricordare, ma di far sì che da un racconto così profondo e sconvolgente scaturiscano nello spettatore quelle sensazioni e quelle riflessioni che soltanto il cinema, quando è ben fatto, è capace di produrre. Per non dimenticare ciò che è stato e per permettere che non accada mai più in futuro.