Diario democratico di un GI d’Iraq

Articolo pubblicato il 28 giugno 2004
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Articolo pubblicato il 28 giugno 2004

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Gli iracheni saranno capaci di democratizzare l’Iraq? Ecco la testimonianza esclusiva di un militare USA. Direttamente dall’Iraq.

Gli americani sono convinti di dover vegliare sul governo iracheno affinché la nuova Costituzione si fondi sugli ideali di libertà e democrazia. Probabilmente non hanno tutti i torti. La maggior parte degli iracheni è di religione musulmana e uno dei problemi maggiori che attanagliava il governo provvisorio riguardava proprio la formazione delle leggi: il diritto doveva basarsi principalmente su leggi coraniche, mettendo in secondo piano i principi democratici? Oppure la libertà doveva imporsi? L’eterogeneità del nuovo governo dovrebbe portare ad una Costituzione imparziale senza favoritismi etnici o religiosi.

Purtroppo l’eterogeneità della classe dirigente non risolve il problema di un governo che sia capace di funzionare. Sunniti, sciti e curdi, i tre principali gruppi del Paese, possono coesistere e formare, da soli, un governo che riscuota il consenso generale?

La storia dell'Iraq è segnata da governi non eletti liberamente dal popolo. Il regime monarchico, durato dal 1921 fino al 1958, è stato succeduto da una dittatura militare. Nel 1979 con l’arrivo al potere di Saddam Hussein sono cominciate le epurazioni razziali e il consolidamento del suo regime. Solo durante il colpo di stato del 1959, l’Iraq è stato considerato una Repubblica, nonostante la presenza di un dittatore.

“Come fidarsi delle forze di occupazione?”

Molti esponenti musulmani sono convinti che il trasferimento dei poteri in Iraq consista, in parte, nell’allontanamento delle truppe americane, affinché il Paese possa cominciare a preoccuparsi delle problematiche interne e non più della coalizione. L’8 giugno scorso, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha votato all’unanimità il progetto anglo-americano per il trasferimento dei poteri in Iraq. L’esponente sunnita e portavoce dell’Associazione degli studenti universitari musulmani, Mohammed Bashar al-Faidhi, ha affermato: “non possiamo più fidarci delle forze di occupazione: ci hanno mentito troppo spesso. Non riusciamo ad immaginare un popolo iracheno libero e sovrano con centocinquantamila soldati che occupano il suo territorio. Nessun processo politico può aver successo sotto il dominio delle forze americane. Anche con un governo provvisorio o un Consiglio di governo”.

“Ci vogliono più truppe”. E non è Bush che parla

Ma la strada verso la democrazia è sbarrata anche dal terrorismo, minaccia quotidiana per il popolo iracheno e le truppe americane. Abid Basid, un iracheno che lavora per l’esercito americano, è convinto che il passaggio dei poteri del 28 giugno, sarà seguito, molto probabilmente, da atti terroristici. Mustafa, suo collega di lavoro, concorda e aggiunge che il terrorismo può diminuire solo con la presenza di un numero più elevato di truppe in tutto l’Iraq. Intervistato sulla possibilità di un aiuto da parte dell’Ue e sulla necessità vitale per la sicurezza in Iraq dell'invio di lavoratori e di truppe di soccorso, ha risposto che il suo Paese ha bisogno di più forze e che l’Europa e l’America devono collaborare e scambiarsi informazioni per poter intervenire più prontamente. Ali Maged, un altro collega di lavoro, sostiene che l’aiuto reale viene dalle sempre più numerose basi operative americane, costruzioni piccole, ma all’avanguardia, situate nel cuore della città. “Sono punti di riferimento per la popolazione irachena che, in caso di necessità, può ricevere ogni tipo di aiuto dagli americani. In questo modo, si crea un rapporto di fiducia e di mutuo sostegno”. I tre intervistati convengono sulla necessità di un numero maggiore di informatori iracheni per prevenire attacchi terroristici rivolti alla popolazione locale e alle forze della coalizione. Dal marzo 2003, data d’inizio delle operazioni militari in Iraq, all’8 giugno di quest’anno, 825 americani “in servizio” hanno perso la vita, di cui 607 soldati morti “in battaglia”, soprattutto a causa di atti terroristici. Il 1° maggio, il comunicato ufficiale del Presidente George W. Bush ha messo fine alla guerra. Da allora, 498 soldati sono stati uccisi da attentati terroristici, che avrebbero potuto essere evitati con l’impiego di più infiltrati nelle cellule terroristiche. Tra le vittime c’erano 58 inglesi, 18 italiani, 8 spagnoli e 6 tra Bulgari e Polacchi.

Casus belli? Contrordine!

L’idea diffusa è che la propaganda americana abbia utilizzato il progetto di esportare la democrazia in Iraq come pretesto per poter intervenire in Medio Oriente. Per William Bowman, invece, un soldato di Prima Classe, la questione non è se è possibile democratizzare l’Iraq, ma come farlo. Oggi i militari americani sono convinti che la loro presenza in Iraq riposi su ottimi motivi, ma non sono gli stessi per cui avevano invaso il Paese. Prima della guerra, nel marzo scorso, George W. Bush, basandosi sulle testimonianze di esiliati iracheni e d’infiltrati, aveva utilizzato la presunta presenza di armi di distruzione di massa per invadere l’Iraq. Ma, dalla fine del conflitto e in seguito al mancato ritrovamento di armi chimiche, l’integrità di questo gruppo d’informatori, che avrebbe sicuramente tratto vantaggio dall’azione militare, è stata messa in discussione, così come le ragioni dell’invasione stessa. Gli Stati Uniti hanno allora cambiato la versione dei fatti, imputando l’inizio delle ostilità alla volontà di liberare una popolazione prigioniera di un regime oppressivo.

Dal mio punto di vista, gli iracheni e il nuovo governo hanno sete di democrazia, ma vogliono raggiungerla senza l’intervento degli americani. Quale paese accetterebbe la presenza di un esercito straniero che controlla ogni singola mossa del governo per assicurarsi la messa in atto delle proprie politiche? Ci vorranno mesi, e non settimane, per realizzare il sogno “democratico”. Libertà e democrazia sono concetti nuovi per la popolazione irachena, principi ai quali non è facile abituarsi. In definitiva, è la sola volontà umana che permette a persone divise da “credi” completamente diversi di vivere insieme pacificamente.