Destinazione Polonia ebraica

Articolo pubblicato il 06 maggio 2005
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Articolo pubblicato il 06 maggio 2005

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A 60 anni dalla fine della guerra, gli ebrei ortodossi popolano nuovamente le strade di una cittadina polacca. Per un giorno, da tutto il mondo son giunti per ricordare la scomparsa dell’amato religioso Elemenech Weissblum.

Lezajsk, Polonia, marzo 2005. I ciottoli grezzi scricchiolano sotto i passi frettolosi di Chaim Weisfish, mentre questi corre su una piccola collina dirigendosi verso una camera funeraria, non prima di aver fatto un'offerta da parte delle comunità d’Israele e dell'America. Rapidamente, com’è prescritto, si pulisce tre volte le mani con il provviorio bacino d’acqua, prima di spingerlo a favore di altri nella parte centrale della camera funeraria. È il 21 Adar del calendario ebraico e l’"anniversario" della morte del sacro Zaddik Elemenech Weissblum: un giorno di pellegrinaggio verso la Polonia orientale per i Chassidi ultraortodossi.

"Avete due ore di tempo", avverte la guida, riferendosi a lui e agli altri pellegrini venuti da Gerusalemme. E adesso si avvicina ad una zona illuminata da sussulti di neon azzurrino in mezzo a uomini avvolti in cappotti e cappelli neri. Il riccioli scuri che ne fuoriescono fanno l'altalena al ritmo dei loro busti che si muovono continuamente avanti e indietro. Le preghiere riecheggiano gravemente sui muri spogli, preghiere recitate asincronicamente dal talmud. Talvolta il vibracall di un telefono portatile irrompe nel crescere delle preghiere e qualcuno grida con occhi splendenti all'altra parte del mondo: "Sì, già il solo esserci è fantastico!"

Dialogando con Elemenech

I Chassidi pensano che l'anima di un morto ritorni ogni anno, nel giorno dell’anniversario della sua scomparsa, nel posto in cui il corpo vien seppellito. Dal 1787 perciò, parecchi pellegrini giungono a Lezajsk, per condividere le proprie preoccupazioni dialogando con l'anima di Zaddik Elemenech. Che funge da mediatore tra credente e dio. "Solo uno Zaddik è abbastanza degno" di camminare in contatto diretto con dio, spiega Ben Stern da New York, "per questo per noi è necessario immergersi così seriamente nelle preghiere in questo giorno”. Un pezzo di carta con su scritti i propri desideri, il "Kvitel", viene quindi gettato dopo il tanto pregare sulla lapide di Zaddik. Ben Stern prega per la salute della sua famiglia, per il successo negli affari e per avere la solidità necessaria nel regno della spiritualità.

La nascita del Chassidismo è iniziata con una catastrofe. Nel 1648, le orde kossake assassinarono 300.000 ebrei in Galizia in preda ad una follia omicida durante la lotta per l’indipendenza della Polonia. Persino sinagoghe, Jeshiwas (le scuole ebraiche), e biblioteche vennero rase al suolo e, con esse andò distrutto il centro stesso della vita spirituale e culturale. La possibilità di avvicinarsi a dio attraverso lo studio della Thora e del talmud, come prevede il "Rabbinismo", divenne così impossibile a queste povere comunità. Questo vuoto spirituale venne colmato da Baal Shem Tov (1689 – 1760), il padre fondatore del Chassidismo, che predicò come dio sia ovunque e come possa scorrere un sentimento religioso anche attraverso comuni preghiere, canti e balli. Questa dottrina, che ha incontrato il cuore dei poveri ed incolti ebrei galiziani, ha dato nuova linfa culturale e religiosa a quelle comunità. I più carismatici tra i seguaci di Zaddik si sono così raccolti in brevissimo tempo. Per la fine del XVIII secolo, i Chassidi si stabilirono saldamente in Galizia.

Ricordi dallo Schtetl

Prima della guerra, Lezajsk rappresentava un tipico "Schtetl" galiziano. Su 5.000 abitanti 3.000 erano ebrei. Il nonno di Greg Stein da Anversa era uno di loro. All’epoca apparteneva a lui tutto un isolato sulla piazza del mercato. Suo nipote, che quest’anno per la prima volta è andato alla ricerca delle radici della propria famiglia, subito dopo il suo arrivo è corso verso quella casa, trovandola anche senza alcuna difficoltà. Tutto è ancora proprio come nei racconti di suo nonno, che mai più qui ritornerà. Troppo dolorosi i ricordi seppelliti in questa terra, perché quest’ultimo possa mettere nuovamente piede su suolo polacco. A parecchi superstiti dell'olocausto manca questa forza. E’ cresciuta tuttavia una nuova generazione che, priva dell'esperienza immediata della guerra, ma con le narrazioni degli anziani ben salde in testa, lentamente si fa avanti oggi per esplorare il paese dei propri avi. Greg Stein, nel frattempo, resta pensieroso con la schiena rivolta verso la camera funeraria e con lo sguardo fisso in direzione della città. "Qui", e mentre parla fissa il piede come un'asta di bandiera sulla neve morbida, quasi dovesse prendere questo suolo in suo possesso con un atto ufficiale, "qui il nostro passato spirituale incontra una giovane comunità ebraica che ne è alla ricerca, è questa l’idea", riscoprire nuovamente le proprie radici in Polonia, afferma trasognato. Nella giornata di oggi sono previste altre visite ai luoghi ebraici dei dintorni. Perché quanto visto non basta a dimostrare la presenza in un paese in cui un tempo vivevano 3 milioni di ebrei, ed oggi appena 10.000. Soprattutto, perché, di ritorno dalla Galizia, vorrebbe essere lui questa volta a raccontare qualche storia al nonno.