Depressione post-Erasmus

Articolo pubblicato il 15 settembre 2007
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Articolo pubblicato il 15 settembre 2007
Settembre. Tempo di arrivo per i 400.000 studenti europei che stanno piantando tenda in una delle centinaia di città universitarie teatro del progetto Erasmus. Ma anche, ahi loro, tempo di ritorno (alla routine) per i circa 350.000 che hanno vissuto, nel passato anno accademico, un'esperienza che, nella stragrande maggioranza dei casi, ti trasforma la vita. Almeno per un anno (o un semestre).
Sì, perché poi si torna alle vecchie abitudini e può scattare la «depressione post-Erasmus».

Immettendo l'espressione su Google non salta all'occhio nessun sito di psicologi (o presunti tali). Ma mi sono (re)imbattuto nell'imbattibile tesi di laurea di Fiorella de Nicola sul tema «Antropologia dell'Erasmus. Partire studenti, vivere sballati, tornare uomini». Saranno gli scherzi del destino, ma io e Fiorella – ad Alicante nell'anno accedemico 2004/05 – siamo originari della stesso posto, Cava de' Tirreni. (Mi sono divertito a fare un collage delle due città. Anche bella la nostra ma Fiorella non avrebbe scritto le stesse cose se fosse partita a Helsinki?)

In ogni caso la prosa della mia conterranea è azzeccatissima quando dipinge l'ingenuità di chi vive gli ultimi giorni di un'esperienza erasmiana:

«Non ha idea che in patria lo aspetta la "sindrome del post-Erasmus". Non sa che casa sua gli sembrerà bruttissima, la città freddissima (o di un caldo insopportabile), l’università noiosissima, la tv squallidissima, gli amici scontatissimi, insomma gli verrà una depressione grande quanto un grattacielo di Kuala Lumpur. Avrà un rigetto per tutto ciò che non sia Erasmus. La sindrome la vivono tutti, però con intensità e durata differente. Ed essendo una sindrome è una condizione passeggera, qualcosa che può, anzi deve, durare un po’. Ma deve anche finire altrimenti si sfonda il muro del patetismo».

La sua riflessione sul senso della parola identità ci convince:

«Insomma ci aspetta un’esistenza da "disadattati", da apolidi. E non perché non abbiamo una patria (sì, quella della pomposa retorica politica). Ma perché ne avremo due. O più di due. La nostra, quella dove siamo nati e cresciuti. Quella che ci ha "adottato" per un semestre o due. Quella dei nostri amici: tedeschi, francesi, portoghesi, messicani, inglesi, scandinavi, americani, canadesi: le loro case ad Alicante erano le nostre. E per non so quale proprietà transitiva anche un po’ dei loro paesi, della loro cultura, dei loro amici è diventato, in parte, nostro. 'Sta bufala dell’identità europea non è tanto una bufala.»

Sarà vero? E come fare per uscire dalla depressione post-Erasmus? Eurogeneration apre il dibattito. A voi la parola, nei commenti.

Foto Pedro Prats Michael Khoo/Flickr.com