Deogratias Mushayidi, una voce del Ruanda in esilio

Articolo pubblicato il 20 aprile 2006
Articolo pubblicato il 20 aprile 2006

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Sin dalla sua fuga dal Ruanda nel 2000 a seguito delle critiche al governo Mushayidi è rimasto determinato a creare un’opposizione unitaria.

Il genocidio in Ruanda è un marchio di vergogna per le coscienze europee. Nel 1994 800.000 oppositori del regime Habyarimana, dei gruppi Tutsi e Hutu, furono massacrati in tre mesi. E la comunità internazionale rimaneva a guardare. Un’indifferenza chiaramente colpevole secondo Déo Mushaidi che afferma «L’Ue, proprio come le Nazioni Unite, hanno abbandonato un popolo in pericolo. Hanno optato per non intervenire. Il mondo ha fallito il suo dovere».

Oggi, undici anni dopo il genocidio, il Ruanda non è ancora un paese in pace con se stesso. In opposizione al regime di Paul Kagamé il giornalista e attivista politico Déogratias Mushayidi, rifugiato a Bruxelles, resta determinato a creare un’opposizione unita. Malgrado l’esilio. Un recente rapporto di Human Rights Watch (Hrw) riporta che, nell debole ricerca dell’unità nazionale, «[il governo] equipara “l’ideologia del genocidio” ai i dissidenti delle politiche del governo o con agli oppositori del Fronte patriottico ruandese (Rpf), il partito dominante nel Paese».

Un tentativo di riconciliazione

Durante il genocidio Mushayidi perse la famiglia. Ma non rispose con la violenza. Si mise infatti all’opera per migliorare la vita di entrambe le fazioni, gli Hutu e i Tutsi. E a questo scopo «il governo deve confrontarsi con le conseguenze del genocidio».

Mushayidi ha avuto una formazione clericale in Svizzera. Quando il Rpf prese il controllo del Paese nel 1994, l’economia e le infrastrutture del Ruanda erano in rovina ed il partito gli chiese di ritornare per prendere parte al processo di ricostruzione. E fu in questa occasione che Mushayidi divenne segretario esecutivo del Centro per la promozione della libera espressione e tolleranze nella regione dei Grandi Laghi (Cpltgl). Ricoprì la carica di Presidente dell’associazione dei giornalisti rwandesi – sotto il controllo del Fronte patriottico ruandese – ed editor responsabile del giornale Imboni.

Opposizione in esilio

Proprio da questo giornale cominciò a scrivere una serie di articoli sulla caduta di Sebarenzi Kabuye. Sebarenzi, Presidente dell’Assemblea Nazionale, fu infatti forzato a dare le dimissioni perché contrastato la linea del Rpf sul genocidio. Nei due anni precedenti i Tutsi avevano cominciato a lasciare il Ruanda, lasciando al governo il difficile compito di accusare l’opposizione di genocidio.

Poco dopo la pubblicazione dell’articolo, Mushayidi fu licenziato dal posto di presidente dell’Associazione giornalisti ruandesi. Fu inoltre accusato di “appropriazione indebita di fondi” dalle autorità ruandesi. Questi articoli portarono alla censura di Imboni nel febbraio 2000. Poco dopo Mushayidi chiese asilo politico in Belgio.

«Non ho avuto molto tempo per preparare la partenza. E’ stata rapida. Dovevo agire in fretta e ho pensato subito al Belgio, un paese vicino alla situazione del Ruanda e dell’Africa dei grandi laghi. Da Bruxelles, capitale europea, avrei potuto seguire le quostioni politiche a livello mondiale. E dell’Africa in particolare».

Per Mushayidi il Rpf non è una sorta di “Croce Rossa”. Secondo lui non frenò certo il genocidio. Inoltre, il Rpf detiene attualmente il controllo esclusivo delle forze militari, politiche ed economiche del paese. Non tollera critiche. Al contrario l’opposizione è stata condannata all’esilio forzato. Nel nome dell’unità e della riconciliazione nazionale, la società ruandese viene piegata ad una dottrina autoritaria. Quello che Mushayidi cerca di intraprendere è di instaurare un dialogo in una società nella quale le persone abbiano garanzia del rispetto dei propri diritti umani.

«Le persone hanno paura. Alcuni usano persino degli pseudonimi per scriverci». Alla domanda sul libro nel quale aveva accusato Kagame, Presidente del Rwanda, di essere la testa pensante del genocidio interetnico del 1994, risponde che si trattò di un periodo terribile. Persino i suoi amici più vicini avevano paura di parlargli.

Uniti nell’opposizione

Solo perché l’opposizione è in esilio non significa che essa sia debole.

Nel marzo 2002 nacque l’Alleanza per la Democrazia e la riconciliazione nazionale (Adrn-Igihango). L’Igihango – letteralmente, “patto firmato con il sangue” – diede vita ad un coordinamento di vari gruppi: Tutsi con il Fdlr, l’ala politica di Alir, l’esercito Hutu. Mushayidi era il presidente di questa alleanza.

Tuttavia l’alleanza fallì nel trovare appoggi in Ruanda ed il gruppo si dissolse. Nel 2004 molti di quei membri formarono un nuovo partito: il Partie Démocratique National (Pdn). Secondo Mushayidi «i due gruppi etnici devono rimanere uniti in esilio nonostante le numerose difficoltà». Egli crede che, nonostante le difficoltà interne all’opposizione, ci sia ancora una speranza.

Determinati al cambiamento

Le difficoltà non sussistono solamente per l’opposizione ruandese in esilio. C’è infatti anche il problema della responsabilità della comunità internazionale. Dopo il mancato tentativo di evitare il genocidio, la comunità internazionale sta forse disinteressandosi anche ai suoi sviluppi?

Mushayidi insiste nel dire che «la comunità internazionale, mossa dal rimorso, chiude gli occhi di fronte alle pratiche antidemocratiche del regime Kigali. L’attuale dittatura, come quella passata, costituisce il terreno fertile per nuove violenze politiche». Inoltre ritiene che la comunità internazionale stia «tentando in tutti i modi di evitare il confronto con le autorità». E anche se «l’Unione europea ha tutti i mezzi per aiutare» e creare pressione su Kagame, «manca la volontà di farlo». Senza questa volontà, che dovrebbe emergere sia nella comunità internazionale che nel governo ruandese, il futuro si prospetta incerto per il popolo del Ruanda.