"Dentro" la costellazione postnazionale

Articolo pubblicato il 08 gennaio 2002
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Articolo pubblicato il 08 gennaio 2002

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Qual è la strada che i governi democratici debbono percorrere per difendere libertà e democrazia, valori conquistati nell'arena della storia a caro prezzo. Una recensione di "La costellazione post-nazionale", del filosofo tedesco Jürgen Habermas.

Premetto che avrei voluto iniziare il mio discorso con un’introduzione appassionante ed avvincente, ma avrei necessitato di uno spazio troppo ampio. Perdonerete il mio “incipit ex abrupto” e spero leggerete ugualmente.

I cambiamenti politici, economici e sociali di cui oggi tutti noi siamo testimoni e al contempo ignari artefici, ci chiamano ad un cambiamento di prospettiva. Occorre capire che le definizioni che un tempo bastavano a definire la realtà, oggi ne colgono solo una sfumatura parziale. Per poter parlare di Stato, guerra o globalizzazione nel XXI secolo, per citare solo alcuni esempi è necessario prima forgiare nuovi archetipi cui potersi riferire.

Uno spunto di riflessione, tra i tanti, ci è offerto da uno dei maggiori filosofi contemporanei, Jurgen Habermas, con il suo libro “La costellazione postnazionale”. Esamina due punti cruciali nell’evoluzione storica mondiale che, di fatto, allargano il dibattito sull’utilità di un’unione europea. Ho scelto appositamente questi due aspetti del suo saggio, ben più ricco di argomenti, perché li ritengo interessanti ed esaustivi, in una logica di comprensione di una situazione davvero poliedrica e complessa.

Situazione che coinvolge la vita di un popolo, quello europeo, storia di un unico popolo, volenti o nolenti, che ha dato vita solo mezzo secolo fa alla più atroce e globale catastrofe che uomo abbia mai partorito: la seconda guerra mondiale.

Ancora ci interroghiamo su cosa abbia potuto far nascere quella immensa spirale di odio che ha avvolto tutti; ma oggi siamo chiamati anche a capire cosa essa abbia prodotto nella coscienza collettiva di un popolo che, a mio parere, è ancora inconsciamente terrorizzato da ciò che ha fatto.

Noi siamo i figli di quel secolo che lo storico britannico Eric Hobsbawn chiama “il secolo breve”, che si estende dal 1914 al 1989, dall’inizio della prima guerra mondiale al crollo dell’Unione Sovietica; oggi, invece, si dice che siamo precipitati nel “secolo americano”, dove l’unica potenza non ancora toccata da una guerra combattuta sul proprio suolo, a meno di non voler considerare l’11 settembre come il giorno di un’implicita dichiarazione di guerra, si è trasformata in potenza egemone, in impero.

Secondo Habermas, questo angolo visuale risulta oggi troppo angusto per un’osservazione completa della nostra società.

Primo punto. Hobsbawn, costringendo il “secolo breve” entro i suddetti riferimenti temporali, salta un passaggio storico fondamentale, non vede come la sconfitta del nazifascismo contenga in sé una “delegittimazione politica dei miti antidemocratici”, per usare una frase di Leonardo Ceppa, curatore dell’opera.

In secondo luogo, la progressiva perdita di tenuta della politica, ha causato un preoccupante strabordamento delle nuove forze neoliberiste. Il diritto privato ha doppiato un ormai logoro diritto pubblico, superandolo in agilità e capacità di adattamento alla realtà sociale all’interno della quale si colloca; oggi si affaccia ormai ai bastioni di quel reame, conquista dei nostri padri, che chiamiamo diritto costituzionale, e che rappresenta l’ultimo avamposto di difesa per quei diritti democratici che uniscono tutti i cittadini europei. Unione che non vuol dire omologazione, ma condivisione di valori etici comuni, ed in quanto tale deve essere presa come punto di partenza.

Uno Stato che si è degradato a “concorrenza di posizione” nei confronti di attori globali, che ne superano i confini territoriali alla velocità di un collegamento in internet, rischia di abbandonare la tutela dei principi democratici all’equilibrio del denaro di queste nuove e sfuggenti realtà globali.

Tenterò di spiegarmi meglio: se un tempo lo Stato incarnava, per usare una metafora, il ruolo di arbitro del gioco, oggi è ridotto alla stregua di una qualsiasi società privata, che ha bisogno di vendere ciò che produce; in un sistema impazzito, il prodotto-stato consiste nell’offrire le migliori condizioni di gioco per soggetti globali che non rispettano le regole, ma le fissano. Lo stato moderno può solo offrire le migliori condizioni di gioco ai partecipanti.

Una “concorrenza di posizioni”, appunto, che produce una sempre maggiore torsione dei diritti democratici. Ad esempio la mobilità nel lavoro, non più valore fondante di una repubblica come l’Italia, ma prodotto umano che deve essere offerto alle migliori condizioni di mercato. Pensiamo a ciò che scrive Naomi Klein nel suo “No Logo”, sulle condizioni di sfruttamento cui sono sottoposti i lavoratori di tanti paesi in via di sviluppo per poter ottenere gli appalti, se così possiamo chiamarli, dalle grandi multinazionali, che altrimenti sposterebbero a costo zero il loro “campo di gioco” in un altro paese.

Magari per gente come Charlotte Beers, attuale sottosegretario di Stato per la Diplomazia pubblica e le relazioni pubbliche dell’attuale amministrazione Bush, nonché brand manager di successo per importanti società pubblicitarie americane, questo rappresenta nel lungo periodo l’unica via realmente democratica per garantire un miglioramento nelle condizioni di vita di ricchi e poveri. Vi sentite di accettare una scommessa del genere? Ricordate che se sbagliassero (ovviamente in buona fede) si perderebbe tutto, democrazia compresa.

Ma ecco la “terza via” proposta da Habermas. La via di una nuova “chiusura politica”, intesa come riappropiazione democratica dei propri poteri da parte dei governi, da elaborare secondo principi di unità completamente nuovi. Occorre scongiurare il rischio di una chiusura spinta da un’ideologia neoprotezionistica nazionalista, dall’ETHNOS, come reazione ad un liberismo inumano, che diede origine proprio a quella visione nazifascista della realtà, che ha portato dove tutti purtroppo sappiamo. Una chiusura, invece, nel nome del DEMOS, che si erge a principio unificante ma non livellante; un sistema che riporti il problema di chi deve (se vogliamo che qualcuno debba) stabilire le regole entro una sfera politica, basata sulla chiave di volta di una nuova democrazia europea e mondiale.

Abbiamo ancora davanti agli occhi ciò che la mancanza di libertà ha causato negli anni ’40; la voglia di tutelare questo valore non può, però, spingerci ad un neoliberismo che ne rappresenta una visione deviata, e che come tale ci porterebbe ad una perdita ancora maggiore: la rinuncia di quei valori democratici universali, che oggi sono trascinati per campi di battaglia che lo stato più non controlla, come il corpo di Ettore legato al carro di Achille; carro guidato da uomini che vedono nei principi del libero mercato la panacea per tutti i mali che affliggono il mondo.

Concludo con un monito non mio: “Se la politica può essere democratica, il denaro non lo è mai”.