Democrazia palestinese: e ora inizia il bello

Articolo pubblicato il 17 gennaio 2005
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Articolo pubblicato il 17 gennaio 2005

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La vittoria di Abbas del 9 gennaio scorso è stata un ottimo segnale. Ma non basta. Per democratizzare la Palestina ci vogliono un Fatah più aperto e l’integrazione dei radicali nel sistema politico.

Dopo le terribili immagini del maremoto in Asia, finalmente ritornano ad arrivare dal mondo notizie più confortanti. I media celebrano in questi giorni il vincitore delle elezioni presidenziali palestinesi, Mahmud Abbas (nome di battaglia Abu Mazen) e con lui l’avvio della democratizzazione della Palestina. Tuttavia, resta ancora da vedere se le future riforme andranno di pari passo con un rafforzamento della democrazia. Ciò avverrà solo a condizione che il Fatah, la prima forza politica all’interno dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (Olp) diventi un partito democratico, e che i movimenti radicaliHamas e Jihad Islamico vengano integrati nel nuovo sistema politico.

Il punto debole delle elezioni? Abbas candidato unico

Domenica 9 gennaio 2005, erano più di 20.000 gli osservatori per assistere alle elezioni del presidente dell’Autorità nazionale palestinese da parte di quasi un milione di elettori. Tra di loro l’ex premier francese Michel Rocard, capo degli osservatori elettorali dell’Ue, il quale, già prima delle elezioni, aveva indicato come probabile ostacolo la difficoltà nel procurare permessi di viaggio per i candidati. A differenza del primo turno delle elezioni municipali del 23 dicembre 2004, in occasione delle quali i soldati israeliani sono stati accusati di aver arrestato dei candidati di Hamas, questa volta le accuse contro la forza di occupazione sono state limitate.

Il vero punto debole delle elezioni è stato avere Mahmud Abbas come unico candidato del movimento leader al Fatah, oltre che come il candidato su cui si è concentrata la quasi esclusiva attenzione dei media. Non sorprende perciò se molti Palestinesi, al momento di votare, hanno avuto l’impressione di non avere scelta. Marwan Barghuti, l’unico candidato che avrebbe potuto tenere testa ad Abbas (anche dalla prigione israeliana in cui è detenuto), ha ritirato la sua candidatura a causa di forti pressioni del Fatah. Barghuti ha così voluto porre l’attenzione sull’imposizione della nomina di Abbas come candidato del Fatah, raggiungendo pienamente il suo scopo secondo l’opinione di Hatem Abdul Qader, deputato del Fatah a Gerusalemme e – come Barghuti – esponente della nuova generazione del movimento. Per Qader, sarà il prossimo congresso del partito a rappresentare la vera sfida per il Fatah: “Dobbiamo avviare un processo democratico nel movimento ed elaborare un nuovo atteggiamento, una nuova visione, un nuovo pensiero e nuovi programmi.”

Presidente ad interim?

Al di là di tutto ciò, è stato comunque importante indirizzare il maggior numero possibile di voti verso Abbas, in modo da garantirgli all’interno del gruppo la legittimità di cui ha bisogno per avviare le future riforme. Adesso, in ogni caso, la vecchia generazione dovrà affidare maggiori responsabilità ai nuovi membri, e dovrà mettere un freno al nepotismo e alla corruzione. In primavera, quando si terranno le elezioni parlamentari, il Fatah dovrà presentarsi come un partito democratico a tutti gli effetti.

Armistizio su tutti i fronti

Per il successo nel lungo termine della democrazia in Palestina è decisivo che Hamas e il Jihad Islamico, che hannoboicottato le presidenziali di questo mese, si integrino nel sistema politico. Innanzitutto però Abbas deve convincere i radicali a sostenere la sua politica moderata. Per dare ad Abbas il sostegno necessario, Israele si è impegnata a rilasciare dei prigionieri palestinesi e rimuoverà dei posti di blocco in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza. Ma affinché il nuovo presidente possa negoziare per il suo popolo delle dolorose concessioni ad Israele, la creazione di uno Stato palestinese dovrà essere una prospettiva realistica.

In occasione delle elezioni municipali, Hamas ha già dimostrato di essere pronto per una Palestina democratica. La conversione del movimento radicale in un partito politico da qui alle elezioni parlamentari, e la sua integrazione nel sistema politico, potrebbe enormemente accrescere il suo sostegno popolare. A questo proposito, Hamas e il Jihad Islamico potrebbero seguire l’esempio dell’IRA e delSinn Fein, il suo braccio politico – come anche della stessa Olp, che da organizzazione clandestina si è trasformata in un vero e proprio movimento politico.